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Post scritti nel febbraio, 2009

27/02/2009

Beata ignoranza?

di Antonio Sofi, alle 23:55

Solo qualche riflessione a margine di quelle, che del tutto rispondono alle mie e cui rimando (tranne il punto 8, ma si sa che sulla panza son tollerante) di Alessandro Gilioli, ottimo ospite insieme a L’Espresso di una tavola rotonda intorno al tema della regolamentazione di Internet, svoltasi ieri alla presenza di politici, giornalisti, esperti di diritto dei nuovi media, blogger piĂą o meno semplici (verrĂ  messa online venerdì prossimo sul sito del settimanale).

Scrive Gilioli sintetizzando le posizioni espresse dai parlamentari presenti (Antonio Di Pietro, Roberto Cassinelli, Antonio Palmieri):

«Sostengono che se al Senato è passata una roba come l’emendamento D’Alia al pacchetto sicurezza del Governo, il problema è più d’ignoranza della materia che di volontà repressiva».

Ecco: a me forse spaventa, sconcerta, imbarazza, indigna di piĂą la prima che la seconda: l’ignoranza nel merito piĂą che la volontĂ  consapevole di metter bavagli e bavaglini. Per un semplice motivo: che la prima è facile si sommi con la seconda. PiĂą difficile il contrario.

Si è parlato molto e inevitabilmente dell’emendamento D’Alia (indifendibile da qualunque parte: giuridicamente, operativamente, politicamente). Mi ha colpito notare – grazie alla “spiata” di Di Pietro – come l’emendamento sia stato presentato dal senatore dell’Udc all’ultimo momento, “fuori sacco“: ovvero senza essere discusso prima, sull’onda emotiva della notizia della presenza di gruppi su Facebook inneggianti alla mafia e ad altre nefandezze. L’emendamento è stato votato in Senato senza battere ciglio, da una ampia maggioranza (il senatore D’Alia dice bipartisan, non ho cuore di andare a controllare).

C’è qualcosa che non funziona perfettamente nel processo legislativo su tematiche così nuove e ignorate dalla maggioranza dei parlamentari – mi sembra evidente. Ecco perchĂ© mi fa piĂą paura l’ignoranza. Non vorrei che ogni volta fossimo costretti a sperare che tutti coloro i quali hanno questa volta acceso piccoli grandi riflettori sulla questione (esperti, giornalisti, blogger, anche politici della maggioranza come Cassinelli, che ha proposto una completa modifica di tutti i punti D’Alia) non si assopiscano per una pennichella.

(ChissĂ  che non sia il caso di provare innovazioni di metodo – come la wikizzazione del processo, ieri evocato da qualcuno, o l’esperimento obamiano della finestra temporalmente limitata di condivisione in Rete prima della presentazione vera e propria della proposta. Almeno su alcune tematiche, per vedere l’effetto che fa).

Update del 01 marzo, ore 13.16.

Gilioli segnala che dopo l’incontro a L’Espresso:

«l’Istituto per le politiche dell’innovazione presieduto da Guido Scorza ha pubblicato la proposta di emendamento Cassinelli su piattaforma wiki. A questo link è disponibile il wiki dell’emendamento: chiunque può apportare al testo le modifiche che crede».

Ne scrive anche sul suo blog l’ottimo Guido:

«Nessuno intende riscrivere le regole della democrazia rappresentativa ma, ad un tempo, utilizzare il web e la condivisione di idee, esperienze e competenze per far approdare in parlamento leggi migliori di quelle che, sin qui – almeno con riferimento alla realtĂ  digitale e telematica – si son viste credo sia, per i piĂą, un obiettivo auspicabile».

Un esperimento che parte con le migliori premesse, ed è anche un primo buon segnale.

25/02/2009

Fumetti con il core in mano

di Antonio Sofi, alle 22:39

E’ quasi un mese che è online Coreingrapho. E io zitto, e muto, qui senza scriverne fino ad oggi, scaramantico come per la prima a teatro. E’ una cosa (una rivista? un repertorio? un ring? una palestra?) di fumetti, che da tempo ci arrovellava il pensiero a me e al compare cui molto si deve del genius loci che c’è (che ad entrambi ci mancano cose di fumetti del tempo che fu). (Grazie anche a Flaviano e a Jd, che ha tradotto molte tavole dall’italiano all’inglese e viceversa).

La testata di Coreingrapho.com

Lo segnalo ora, che ci son cose da spulciare, ed è tutto un arzigogolo in cui perdersi e ritrovarsi:

:)

18/02/2009

L’ultimo comizio di Walter

di Antonio Sofi, alle 20:51

Questa mattina, in occasione della conferenza stampa di addio di Walter Veltroni dopo 16 mesi da segretario del partito Democratico, abbiamo messo su, su Fondazione Daje, in fretta e furia, una diretta web – con rassegna stampa, dichiarazioni, telefonate dajiste in diretta e collegamenti da Piazza di Pietra, dove c’era Diego Bianchi appostato.

PiĂą di quaranta minuti di comizio in cui l’ex segretario è uscito di scena con il suo solito paso doble a la Garrincha, con finta strabica e politica veronica, rivendicando per l’ennesima volta tutto il rivendicabile e mai affrontando i nodi mai affrontati delle sconfitte recenti e meno recenti del suo partito. Alla fine le decisioni politiche sono state due, dette negli ultimi due minuti

  • Enrico Franceschini segretario reggente fino a sabato quando, in piena controprogrammazione con Sanremo…
  • …si terrĂ  l’assemblea costituente del Pd, 2800 persone da convocare e riunire e far votare per indicare il successore di Veltroni alla segreteria, o altre eventuali scelte ibride (primarie con reggenza, congresso anticipato, triumvirato bifido, teocrazia dalemiana, ecc.)

Per altre considerazioni a caldo sono ora disponibili dei podcast della diretta. Qui sotto il montaggio delle due telefonate a Diego Bianchi subito dopo la fine della conferenza stampa (che poi era un comizio). Come al solito con il Pd, c’è da ridere e da piangere – contemporaneamente.

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Prova: il cannocchiale

17/02/2009

Auguri a Webgol (il resto non so)

di Antonio Sofi, alle 18:26

Negli ultimi due giorni sono successe le seguenti cose:

  • Matteo Renzi (fatto n° 1) vince le primarie del centro sinistra per il sindaco di Firenze (complimenti anche agli amici Lucia e Franco). E vince con una campagna elettorale in cui – senza mai chiamarsi troppo fuori dal partito – ha contestato vertici locali e nazionali del Pd (che dal canto suo ha fatto di tutto per ostacolarlo). Che la sua vittoria sia anche la vittoria di un elettorato Pd deluso dal Pd stesso è – a mio parere – evidente come un neon lampeggiante nella notte.
  • Renato Soru (fatto n°2) ha perso in Sardegna contro tal Cappellacci (la migliore, su di lui, è di Spinoza: Cappellacci: “Non mi aspettavo una vittoria così. A dirla tutta non sapevo nemmeno di essere stato candidato”). Questo dopo esser stato messo in minoranza dagli stessi partiti che l’appoggiavano, dimesso e ricandidato – con il partito sfilacciato e recalcitrante. L’ha avuta vinta la legge di Murphy del Pd (Se una elezione può andar male, lo farĂ )
  • Walter Veltroni, segretario del Partito Democratico in questione da ben 16 mesi (come passa il tempo), questa mattina fa 1 + 2 e rimette il suo incarico nelle mani del coordinamento da lui nominato. Le dimissioni vengono respinte. Sondaggi impietosi attraversano il web come comete del malaugurio (vedi screenshot da Repubblica.it). Veltroni raddoppia e lascia, e dice che domani spiega meglio.
  • Ieri era il compleanno di Webgol.it, ha compiuto ben sei anni sei. Tra un po’ – ho deciso – gli lascio le chiavi di casa così si aggiorna da solo e non rompe. Auguri a lui, il resto, davvero, per ora, non so.

13/02/2009

Ondavè (quinta parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 11:47

Il cantilenare di Kumar ci accompagna fuori da Jaipur. Stiamo cercando il Tempio delle scimmie, il Galta.

“No good, no many people there, very dirty there, dangerous monkeys”

Lo raggiungiamo nonostante le proteste, il traffico, la follia totale delle strade, attraversiamo quartieri che sembrano appena usciti da un bombardamento, case crollate, muri anneriti, finestre e porte sfondate. Il pomeriggio allunga un po’ le ombre, l’umidità sale a poco a poco, l’aria assume quella pesantezza della sera che conosciamo bene.

Il Galta finalmente appare, raggiunto percorrendo una strada che attraversa una valle alberata, qualche gregge e poche macchine.

Jaipur Monkey temple
Jaipur Monkey temple, foto di Manuela Ladu

Ci accolgono le vestigia di quello che probabilmente era un tempio importante. Adesso assomiglia forse più ad un set cinematografico abbandonato, o alle casematte che appartengono ai miei ricordi militari. Un girello arrugginito ci introduce al tempio semi deserto. Due occidentali ci vengono incontro bianchi in volto e sussurrano passando “Good Luck”.

Questo tempio delle scimmie appare subito un luogo desolato e isolato, che sprigiona una magia infettiva: macerie con scimmie. Mi vengono in mente le parole di W.G. Sebal nella sua Storia naturale della distruzione (qui una bella recensione):

questi sono luoghi abitati da scimmie, centinaia di scimmie che si azzuffano urlando, che si fermano immobili e ti guardano con occhi penetranti.

E’ un post qualcosa questo luogo: vestigia, macerie, abbandono.

Poca vita. Qualche frammento visibile di devozione. Guardiani che, piĂą che altro, resistono. La sera con il tramonto questo luogo trasfigura, appare fluorescente per una magia della luce che unisce la nebbia, i fari gialli che illuminano il centro della valle, le piccole lampade dei templi, la luna che illumina la notte.

Ed una voce, che gracchia come un flusso di coscienza. Una lettura continua, scritture, richiamo: da qualche parte un Sadu legge ad un microfono che amplifica attraverso i palazzi sventrati, la polvere e le urla delle scimmie.

Leggi anche: prima, seconda, terza, quarta parte e guarda l’intervista live

11/02/2009

Lo sconfinamento nel corpo

di Enrico Bianda, alle 16:34

In questi guasti giorni è apparso a piĂą riprese un fantasma, uno spettro che mi angoscia, che schiaccia contro un muro, nel silenzio colpevole di molta politica, di tutta la politica. Lo spettro è quello piĂą spregevole dell’uso politico del corpo, dell’abuso ideologico del corpo, come la propaganda che parlava attraverso le caricature arroganti di nasi e labbra carnose.

L’uso sfacciato di un corpo, in presenza e in assenza.

E’ la recrudescenza della peggior biopolitica, insieme agli sconfinamenti evocati da un bell’articolo di Bruno Accarino, apparso ieri sulle pagine del Manifesto: quella che si descrive tra le righe è una vera e propria psicopatologia del potere, cangiante e pervasiva, capace di penetrare tutti i luoghi dello spazio sociale.

11/02/2009

Homo Homini Loop

di Antonio Sofi, alle 08:05

Questa volta Diego ha azzeccato il titolo (certe volte si incarta per ore), e soprattutto il video. E’ sul caso Englaro, è un piccolo capolavoro di rabbia sublimata. E qui il silenzio non è quello pietoso che lascia le mani libere agli opportunisti, o quello terrorizzato e politicamente suicida che non sa che dire – è quello di chi non ha proprio piĂą parole per l’ipocrisia delle parole altrui. Questo video parla anche per me.

09/02/2009

Il controllo della surrealtĂ 

di Antonio Sofi, alle 20:13

Lo schifo immediato alle dichiarazioni del premier sul caso Englaro (il cui opportunismo politico è accecante, sia in termini di timing che di complessiva efficacia – e questa volta lascia poco spazio al classico rassicurante dipinto del cialtrone), è diventato sabato un incontro in piazza per alcune migliaia di persone a Roma e Milano, e in misura piĂą ridotta in altre cittĂ . Uno sforzo per arginare una domino di decisioni intrusive e irrispettose insieme della persona e dello stato che è continuato e sta continuando in questi giorni – in un tentativo un po’ scomposto e disorganizzato ma vitale di manifestare, esserci, testimoniare.

Fa strame di questo tentativo la scelta del Pd di lasciare libertà di voto al disegno di legge (articolatissimo!) diretta emanazione di quel decreto rigettato per incostituzionalità dal Presidente Napolitano qualche giorno fa – e che anche per questo motivo è difficile diventi in tempi utili un momento di produttivo (e obamiano, come ben dice Sergio Maistrello) reality check.

Ma qua stiamo, al massimo, al controllo dell’irrealtĂ . Anzi della surrealtĂ .
Via a controllare che la dichiarazione sia abbastanza surreale, prima di dirla.

Intanto, cos’altro se non il proprio, l’esempio? Sabato, sul sito della Fondazione Daje, abbiamo messo in piedi una diretta video/radiofonica vecchio stile, e sentito al telefono per quasi due ore amici e testimoni che ci hanno raccontato live cosa stava accadendo. C’è un podcast per chi vuole (e anche alcune foto): «testimonianza e documento di un pomeriggio in cui, senza troppe partitiche spinte, una fetta di sinistra si è trovata in piazza e si è guardata negli occhi. Forse pensando le stesse identiche cose. Di questi tempi non è poco».

05/02/2009

Webgol live. Ondave in diretta

di Antonio Sofi, alle 15:27

Alle 16.00 è andato in onda, in diretta, per un’oretta scarsa un live in compagnia dell’amico Enrico Bianda. Una chiacchierata sul suo viaggio in India – di piacere sorpresa e scoperta – che sta raccontando da qualche giorno su Webgol, con piccoli post descrittivi accompagnati da foto di Manuela Ladu, nella serie “Ondavè” appunto. In compagnia di una ventina scarsa di persone, con tanto di musica Hindi, le strade di Delhi e Varanasi, Barack Obama in versione Bollywood, occidentali che fanno gli orientali e viceversa, gli ovvi problemi tecnici e ovviamente le varie e gli eventuali.

Qui sotto dovrebbe visualizzarsi la registrazione (non è detto) (e al posto dei video che abbiamo mandato in onda, si vedono i nostri fuorionda :).

05/02/2009

Ondavè (Quarta parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 08:06

Leggi: prima, seconda, terza parte

Ondavé. Già. Il senso del viaggio, della sorpresa e della meraviglia. E dell’indignazione, certo. Tradotto vuole dire On the way.

– Riusciamo a comprare un po’ d’acqua Kumar?
– Ondavé

Un mantra, forse.
Sguardi perplessi, sfogliar di guide, con il dito a seguire quella strada per Ajmer.

– Ma dove si trova Ondavé, Kumar?
– (Ride)

Sulla strada, un flipper, destra sinistra, corsia di sorpasso, strisce, cartelli, semafori, macché. Così come l’inglese di molti indiani è riassumibile con “parole a casaccio” così la guida degli indiani può essere descritta come un continuo “fate un po’ quello che vi pare”.

Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu
Ajmer, Khwaja Moinuddin Chisti, foto di Manuela Ladu

Lo so è banale, tutta roba che parrà normale a chi in India c’è stato, in passato, ma non siamo riusciti ad abituarci alla sensazione di minaccia continua che si prova lungo le strade, con enormi camion che trasportano grano in sacche che sembrano schiacciare il mezzo sull’asfalto, che spuntano all’improvviso contromano, ineffabili, e ci costringono ad improvvisi scarti fuori dalla carreggiata.

Ondavé. Suona profetico comunque. Ma dove sono stato?

Mi rigiro tra le mani un copricapo verde che ho comprato. Siamo ad Ajmer. Di fronte a noi la calca per entrare al Dargah, il Santuario musulmano costruito intorno il mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti, un derviscio che fondò in India l’ordine dei Sufi nel 1166.

L’islam di questa città rimanda apparentemente alla tradizione indonesiana. Questo piccolo copricapo verde, ha all’interno un’etichetta: Made in Indonesia. L’India produce tonnellate e tonnellate di tessuti.

Intorno, un fiume di persone, concitazione al limite dell’isteria, sguardi che penetrano, i colori predominanti sono il bianco delle vesti e il verde dell’Islam.

Prima di avvicinarmi all’entrata sorvegliata del Dargah ho camminato lungo le vie della città vecchia di Ajmer. L’impressione è che questa roccaforte islamica in India viva anche – non solo – dell’estremismo che si percepisce chiaramente seguendo i discorsi trasmessi dalle televisioni nelle botteghe: sono discorsi gridati, urlati con rabbia apparente, registrati e mandati in loop con le videocassette. Il gracchiare assordante riempie le strade, la devozione è forte, tutto ruota attorno al mausoleo di Khwaja Moinuddin Chisti. L’economia della città, le centinaia di botteghe che vendono fiori, soprattutto garofani rossi, il cui profumo acre ottura l’aria rendendola densa, le collane di cotone rosso-arancio, i dolci, oggetti devozionali da offrire presso la tomba.

03/02/2009

Ci sono due Barack, vecchio e nuovo (media)

di Antonio Sofi, alle 17:00

Ancora inaugurazione di Obama (che poi è: insediamento, ma mai ci libereremo della falsa traduzione). Dopo averla vista in diretta e analizzata a caldo, non si fermano analisi e approfondimenti sull’impatto – evidentemente non marginale – che ha avuto nell’articolato e per molti versi irriducibile panorama dei nuovi media. Su Spindoc (oltre a segnalare l’intervista con un lucidissimo Paolo Ferrandi su questi temi, su Quinta di Copertina di qualche giorno fa) segnalo una ricerca comparativa pubblicata dal Profect for Excellence in Journalism qualche giorno fa – mettendo appunto a confronto l’agenda complessiva dei media (cosidetti) nuovi e quella dei media (cosidetti) vecchi. La distinzione tende ogni giorno di piĂą a scomparire, ma per ora ce la teniamo.

Bloggers Ponder Every Aspect of Obama’s Inauguration. By Journalism.org

Il grafico in alto è il numero dei link della blogosfera tracciato attraverso motori e aggregatori specifici e clusterizzato intorno a dei temi: e dice che il 63% dei link nel periodo di osservazione dal 19 al 23 gennaio erano dedicati all’inauguration. Il grafico in basso è l’agenda dei media tradizionali, e, pur mettendo in primo piano Obama, abbandona quasi subito il tema dell’evento specifico dell’insediamento, e si occupa soprattutto della prima settimana del neo presidente alla Casa Bianca.

Il grafico si presta a molte riflessioni – sia da un versante che dall’altro della barricata (non piĂą tale, ma è per capirci). Alcune, appunto, stanno su Spindoc: l’insediamento è probabilmente il primo vero e proprio evento mediale tipico adottato in tutto e per tutto dai media sociali, che hanno mostrato di prediligere/differenziarsi per permanenza, focalizzazione e “conversativitĂ ” del coverage generato.

01/02/2009

Ondavè (terza parte). Diario scomodo dall’India.

di Enrico Bianda, alle 18:51

Ma che ci faccio qui. Interrogativo retorico e consumato, alibi viaggiante, metafora consolatoria che alimenta taccuini Moleskine alla Chatwin. Eppure questa domanda me la sono fatta. Ce la siamo fatta noi che esterrefatti guardavamo l’umanità lasciarsi strapazzare dalla vita con rassegnazione orientale.
Che ci facciamo qui. Poi la domanda si trasforma in un ma chi me lo ha fatto fare?

Varanasi, foto di Manuela Ladu
Varanasi, foto di Manuela Ladu

Ma oggi, a distanza di qualche settimana giĂ  cresce in noi una sorta di nostalgia per la violenta sopraffazione esercitata dagli elementi, dal caos delle strade, dalle contraddizioni che a Varanasi, soprattutto li, cittĂ  turistica che si nega con rabbia alla bellezza, trovano il loro compimento.

Varanasi, città sacra, santa, violata, morta, decomposta, bruciata, in rovina. Calamita per drop-out occidentali, italiani e israeliani, città mantice, respiro affannoso, città di nebbia e di luce abbagliante, d’acqua e di aria rarefatta, di vita e di deserto.

Estremo pornografico, dove in mostra è la morte, nelle case, per strada, sotto lenzuola sporche in attesa, dove anche chi dorme si veste di morte, con coperte fin sopra gli occhi, immobili nel movimento affannato dei vicoli.

Città industriosa nella dissoluzione, applicata, calcolatrice, efficiente nell’organizzare scientificamente la morte e la sua rappresentazione simbolica. La morte, qui, è quanto di più efficiente si possa osservare.