Proprio in questi giorni discutevo di come il nome di un software di grafica (nel caso specifico “Photoshop“) sia di fatto diventato sinonimo di “fotoritocco”. Di una foto troppo bella, si dice sempre più spesso: è “photoshoppata”.
Sopra la foto originale, sotto quella pubblicata su Il Giornale (via FPA e Mantellini)
A monte ovviamente alligna il concetto stesso di fotoritocco, operazione fino a pochi anni fa ammantata di sintomatico mistero e fuori dalla portata dei non professionisti della chimica, da relativamente poco diventato di uso comune, pienamente popolarizzato nel gergo e nella pratica al rimorchio della prepotente diffusione della fotografia digitale*.
Non certo per fare di questa nuova tecnica pratica culturale, però, che i fotoeditor de Il Giornale hanno pubblicato due foto chiaramente ritoccate (o “tarocche” o “photoshoppate”) delle operazioni militari a Gaza. Una il 30 dicembre 2008, l’altra il 5 gennaio di quest’anno.
Alle foto originali sono stati aggiunti elicotteri in volo, razzi in fase di lancio e tutto l’armamentario della iconografia (oserei dire cinematografica) della guerra spettacolo. Scrive Matteo Bergamini in una lunga e dettagliata analisi sul sito della Associazione Italiana Giornalisti dell’Immagine «[Il Giornale] ha “arricchito” arbitrariamente le fotografie eliminando gli elementi che riteneva “di disturbo” e aggiungendo elementi estranei alla situazione reale, facendo un’opera di fotomontaggio che attiene all’illustrazione e non alla cronaca. Tutto ciò senza avere il pudore di dichiararlo e tentando di cammuffarlo con didascalie descrittive ma fuorvianti». In più non è stata citata la fonte, nè la didascalia originale, né – ovviamente – vi era alcuna indicazione del fatto che la realtà fotografica era stata alterata.
Il tutto è stato documentato con ampie prove prima-e-dopo dalla FPA (Fotoreporter Professionisti Associati) e ripreso da molti altri (SocialDesigZine, Wittgenstein, Mantellini e altri).
La foto ritoccata de Il Giornale. Da Fotoinfo
Paolo Ferrandi, nell’annotare la scarsa cultura dell’immagine del giornalismo italiano e non certo per assolvere, suggerisce l’unica scusante possibile “tanto mica era una foto. Era un infografico“. Peccato che non fosse specificato da nessuna parte che di infografico si trattava. Gennaro Carotenuto inoltre segnala che l’Ordine dei Giornalisti di Milano si occuperà del fatto – e sinceramente spero che venga una condanna chiara di queste pratiche ambigue di manipolazione delle immagini di reporting giornalistico. La fiducia di chi legge nella veridicità di cio che è pubblicato è il vero unico core business del giornalismo così come lo conosciamo – carta o non carta, Internet o non Internet.
Personalmente applaudo all’attività di watch-dog delle due associazioni di settore (Fotoreporter Professionisti Associati e Associazione Italiana Giornalisti dell’Immagine nel caso specifico – ignoro ne esistano altre). E’ un bell’esempio di come dovrebbero funzionare le cose: le associazioni di settore fanno le pulci all’attività dei colleghi al fine di far rispettare le regole del gioco, preservando così la qualità reale e percepita del proprio campo professionale. Senza le tipiche ambiguità intrallazzanti e piene di scusanti così tipicamente italiane.