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15/12/2008

Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale.

di Enrico Bianda, alle 23:42

E’ con piacere che mi sono accorto, subito dopo aver finito di scrivere le poche righe dedicate ad Allevi, che il fenomeno del Maestro da molti era visto con un certo imbarazzo. Non lo sapevo: ma non mancano certo in giro giudizi negativi (esilaranti, come questo di Malvestite; o sconfortanti, come il racconto di Matteo Bordone di una puntata di Otto e Mezzo) sulla sua musica e soprattutto sull’attitudine verso di essa.

Archiviato il giudizio assolutamente impietoso – per quello che mi riguarda – sulla sua musica, resta aperta, credo, la questione della musica contemporanea. Come dicevo nel commento/minaccia del precedente post, la domanda da porsi è: che cosa deve fare, e quindi che cosa è, in fondo, la musica contemporanea.

Sgombro il campo da possibili equivoci: quando parlo di contemporaneità mi riferisco a tanta musica di qualità, e non dimentico certo il rock, o l’amato jazz: per me con quella definizione si raccolgono le musiche buone, da Leonard Cohen a Paul Weller, da Wadada Leo Smith ai Wilco passando per Kurtàg o Ligeti.

Mats Gustafsson

Devo ammettere che quando mi è capitato di leggere affermazioni rilasciate dal nostro (sempre Allevi), come «la musica contemporanea non sarà più la stessa, è ora di voltar pagina», avrei voluto John Belushi pronto a scattare e a schiantare il coperchio del biancopianoforte sul viso del Maestro. Uno di quei gesti veloci e sensazionali che mozzano il fiato, rapidi e inauditi per i quali saremo perennemente grati.

Più a freddo mi rendo conto che probabilmente Allevi è prigioniero del personaggio che gli è stato cucito addosso da molto, troppo, giornalismo di costume e musicale. Le operazioni di popolarizzazione cui è stato sottoposto hanno contribuito a far esplodere la bolla mediale, portandosi in scia tutta la melassa della gratitudine per aver fatto avvicinare alla musica tanta povera gente che altrimenti sarebbe andata avanti a Britney Spears, oppure sarebbe restata tagliata fuori dalla musica tout-court.

Procedo in ordine sparso, con tre punti – che casualmente sono rispettivamente commerciale, politico e giornalistico:

  • L’industria musicale è così ingorda e contemporaneamente impermeabile alla qualità che appena sente odore di fenomeno, appena vede spuntare una lacrimuccia di emozione nel pubblico é pronta a far partire il carrozzone (vedi cosa è successo con Bocelli).
  • La questione della propedeuticità di Allevi, come avvicinamento al mondo della musica colta, è un problema legato ad un paese che ha deciso ancora quest’anno di tagliare per il prossimo triennio oltre il 30% dei finanziamenti alla cultura e alla musica in particolare. Non bisogna sorprendersi se si finisce per confondere Giusy Ferreri con un’artista di qualità.
  • Abbiamo delegato il giornalismo musicale a luoghi e persone che al posto di raccontare la musica preferiscono nella migliore delle ipotesi alimentare luoghi comuni. In molti hanno alimentato il fenomeno Allevi, diffondendo un’idea di musica zavorrata al passato e azzoppata dalle regole commerciali dell’industria discografica. Un esempio? Se si parla di jazz, ad esempio, sembra inevitabile flirtare con l’immagine stereotipata di un genere fatto di languore, note in blu, melanconia e storie maledette, da Charlie Parker a Chet Baker.

E’ un intreccio abbastanza perverso, ma che ci obbliga a ripensare finalmente la musica contemporanea fuori dai percorsi stabiliti. E siamo finalmente al nocciolo della questione, la contemporaneità nella musica e la sua necessaria dimensione sociale.

Davide Sparti, Musica in nero, Bollati e Boringhieri

Davide Sparti ha scritto un saggio molto interessante e unico nel panorama italiano, Musica in nero. Il campo discorsivo del jazz, dedicato al jazz e approcciato attraverso gli strumenti della sociologia. Ci parla della musica afroamericana cogliendola come campo discorsivo.

Il jazz in questo caso ci aiuta a comprendere che cosa deve essere la musica contemporanea. Sparti indica bene la via: la musica deve parlare del mondo che la accoglie, deve fare breccia in quel mondo, tant’è che per comprenderla dobbiamo considerarla come fatto sociale totale, che investe relazioni, rapporti di forza, istituzioni, storia, racconti, profili personali, mercato e consumi culturali. La musica quando riesce ad essere tutto questo, quando racconta qualcosa del mondo che viviamo, rischiando, mettendosi in gioco, sovvertendo le logiche commerciali, indagando negli interstizi del gusto e del piacere, allora fa qualcosa di contemporaneo.

Altrimenti – voi sapete di chi sto parlando – c’è un flusso indistinguibile di note concordanti, che stabiliscono un clima musicale di consenso assoluto, di quiete, di rassicurazione. La musica è finita, amen.


  • Webgol Live. La musica smarmellata
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  • 5 Commenti al post “Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale.”

    1. Webgol | Wittgenstein Links
      dicembre 16th, 2008 15:45
      1

      […] Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale 16 Dicembre 2008 […]

    2. vincos
      dicembre 22nd, 2008 12:08
      2

      mi sa che comprerò il libro di Sparti, mi sembra molto interessante ! Grazie

    3. Hamlet
      dicembre 25th, 2008 02:47
      3

      24 dic 2008, la Stampa
      intervista a Uto Ughi
      “Il successo di Allevi? Mi Offende”
      [il 21 dic Allevi ha suonato al concerto di Natale al senato]

    4. Hamlet
      dicembre 29th, 2008 00:20
      4

      http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39479girata.asp
      intervista a Uto Ughi

      http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200812articoli/39552girata.asp
      risposta di Allevi

    5. Webgol Live con Enrico Bianda. Di che si parla non si sa (forse del maestro Allevi)
      marzo 19th, 2009 15:25
      5

      […] da questi due post: Ridateci Clayderman e il suo pianoforte bianco e il singulto criminale e Musica (in)quieta. Il consenso di Allevi, i coperchi di Belushi e il jazz sociale, nonché dai tanti altri che hanno attraversato nei mesi scorsi la blogosfera […]

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