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Post scritti nel agosto, 2008

30/08/2008

Un-due-tre prova. Aka Diretta dei Valori.

di Antonio Sofi, alle 12:08

L’un-due-tre prova del titolo era per confondere le acque (e anche perché in questi giorni il blog è stato vittima di problemi tecnici e di sforamento di banda – forse per troppo traffico rumizziano). Ma lasciarlo così, un post, senza spiegare, non è da me. E peraltro cos’era questa prova è presto detto.

Qui si è svolta, sotto gli occhi si spera divertiti di una ventina di persone, una prima puntata beta (e forse ultima) della “Diretta dei Valori”, così è venuto – a me e a Diego Bianchi – di intitolare un paio di ore di cazzeggio politico e non solo ai margini della Festa Democratica in corso a Firenze.

Dove siamo stati un paio di giorni a dare un’occhiata in giro, trovando di tutto: da un Antonio Di Pietro che più sgrammatica e più piglia applausi a una splendida Segolene Royal messa un po’ defilata di sabato pomeriggio a presentare un libro, fino a Marco Minniti, orfano del collega non-ombra Maroni e costretto a dibattere vs se stesso – il tutto tra stand culinari da cui si alzano, ad ogni ora del giorno e della notte, spaventose volute di fumo carnivoro e giovani democratici cui i dirigenti tolgono la spina della musica alle una e trenta di notte, nel bel mezzo di una festa. Pubblicherò qualche foto – o forse qualche pezzetto della diretta in cui più o meno questo dicevamo.

Screenshot della trasmissione andata in onda sabato 30 agosto. Diego Bianchi e Antonio Sofi nella foto (thanks to Novecento)

26/08/2008

Se è vero non c’è gusto. Il falso d’autore di Zoro.

di Antonio Sofi, alle 18:26

E alla fine arriva il post che toglie il sipario all’esperimento agostano di Diego Bianchi, di cui mi son fatto sponda consapevole e divertita in queste settimane olimpiche (uno e due).

In sintesi: Zoro non è mai stato a Pechino, inviato infiltrato in Casa Italia – e i suoi resoconti dalla Cina sono stati scritti dall’Italia: un misto mirabile di cronaca indiretta, racconto, cesello e goliardia.
Ecco come li spiega lui:

Leggendo, vedendo, tifando, smanettando in rete, inventando e ricomponendo sono usciti fuori i pezzi che forse avete letto, pezzi che ho scritto cercando di seguire un solo criterio guida: l’inviato vede cose che davanti alla tv non si vedono. E’ per questo che l’hanno inviato all’inviato, e queste sono le cose che dovrebbe raccontare. Pare banale, ma pochi, al dunque, sono stati i racconti di queste Olimpiadi che mi rimarranno veramente impressi e il motivo, banalmente, è che tanti di quei servizi li avrebbe potuti realizzare chiunque, seduto davanti alla tv, ne avesse avuto la voglia. E così ci ho provato.

Vittorio Zambardino, in un bel pezzo che racconta dell’esperimento ai lettori di Repubblica.it, tira fuori paragoni importanti, con i ragazzi della beffa Modigliani. Io, giusto per differenziarmi, dico che hanno un sapore antico, racconti così – una lenzuolata di parole senza uno straccio di immagini più o meno in movimento. Un sapore salgariano, che sa di esotico e sconosciuto: un lontano che ancora tale è, nonostante il mondo piccolo e le mille luccicanti medialità.

Con in più la capacità di stare attaccato all’attualità, di giocare con gli stilemi del giornalismo de noantri e ravanare, grazie al Web, nelle pieghe disadorne del non raccontato, del possibile, del verosimile. Un feuilleton in salsa blog – e quasi in presa diretta. Scrive Vittorio: «Fattuale come un giornalista, informale come un blogger, è riuscito a mescolare gli stili e a creare un’aura di realtà. Poi alla fine del gioco ha detto ai suoi lettori che erano polpette di maiale. E alla fine gli ha detto che era un brodetto: ha scritto tutto da Cupra Marittima, al mare. Tien an men per lui è uno stabilimento sull’Adriatico».

E alla fine ha ragione Diego quando scrive: «So perfettamente che la prima volta che qualcuno m’invierà veramente a qualche evento sportivo, il primo commento sarà: “era meglio quando t’inventavi tutto”». Se è vero non c’è gusto. Applausi.

Leggi: Mia Cara Olimpia, tutti i resoconti dalla Cina Cuprense di Zoro

23/08/2008

Zoro, argento e bronzo. Un’altra Olimpiade è possibile?

di Antonio Sofi, alle 16:36

Altro che la pindarica Emanuela Audisio, lo storiografico Gabriele Romagnoli, il Beppe Severgnini nazional-popolare. Niente a che vedere con le fiacche emozioni della televisiva Rai, arrivata al termine delle olimpiadi di Pechino con le borse sotto gli occhi, l’acido lattico alle ginocchia e le idee fuori tempo massimo. Ben lontano dalla calciofilia estrema dei quotidiani sportivi, uno dei quali è riuscito a dedicare 6 pagine 6 di apertura al Trofeo Moretti, nel pieno della settimana di atletica leggera – e solo perchè non c’era nessuna medaglia da portare in campanilistico trionfo.

L’Olimpiade di Pechino che finirà  domani è stata una Olimpiade narrativa – piena zuppa e agrodolce di storie di tutti i tipi. Storie possibili reali potenziali immaginate e immaginabili. Raccontate e non raccontate. La Cina. La Città Proibita. La superpotenza con gli occhi a mandorla che ha spezzato sportivamente le reni all’occidente sazio e bolso, come prova generale per altri politici ed economici agoni.

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21/08/2008

La lingua (e la rivoluzione) non russa

di Enrico Bianda, alle 16:57

Sul filo dei ricordi è impossibile resistere alle parole di Paolo Rumiz che è arrivato nei paesi baltici.

In Lettonia visita vecchie sinagoghe abbandonate e incontra alieni: esiliati di un paese che è stato il cuore di forti nazionalismi nel centro dell’Europa. O dell’Altra Europa. Strano. O forse no. In Lettonia vivono un migliaio di persone che non sono lettoni, non sono russe e per passaporto portano l’ingiuria dell’essere alieni. Pienamente riconosciuti nell’essere nulla, cui non è permesso nulla se non vivere dentro quel paese che non li riconosce.

Lasnamac (quartiere russo), Tallin, Estonia. Photo by as
Lasnamac (quartiere russo), Tallin, Estonia, 2004. Photo by as

Contraddizioni forti quelle che produce la modernità: questa modernità fatta di slittamenti di frontiere e annullamenti di confini, che nel frattempo vede rafforzarsi quelle linee di confine dure ed inossidabili dell’etnia, della cultura linguistica e dell’appartenenza come rivendicazione nazionalistica. In Lettonia come in Estonia.

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19/08/2008

La bellezza che manca IV. Le ragazze tutte gambe e minigonne.

di Enrico Bianda, alle 16:52

«I fatti comuni son schierati nel tempo, allineati lungo il suo corso come su un filo. Là essi hanno i loro antefatti e le loro conseguenze, che si affollano e si susseguono senza tregua né interruzione. Ciò ha la sua importanza anche per la narrazione, la cui anima sono la continuità e la successione».
Una bella frase tratta da L’epoca geniale di Bruno Schulz, dalla raccolta splendidamente ristampata da Einaudi intitolata “Le botteghe color cannella”.

Ora succede che mentre Paolo Rumiz si sta avvicinando all’Ucraina, appena accennata nella prima puntata intromduttiva in forma di commiato epigrafico, Gad Lerner se ne va a passeggio per le stesse campagne sulle tracce dello scrittore “ucciso per capriccio da un nazista”, appunto Bruno Schulz. Ne scrive in un pezzo di venerdì scorso (anche sul suo blog) intitolato “Le ragazze di Bruno Schultz”, tra il “fragoroso scalpiccio dei tacchi sul selciato” delle giovani donne ucraine e l’umido dei boschi attorno a Drohobycz, dove cercare la Galizia ebraica.

Le donne di Belgrado di Altan, da Tre uomini in bici
Le donne di Belgrado di Altan, da Tre uomini in bici

Quelle ragazze sembra di vederle in una vignetta di Altan in “Tre uomini in bici“, il primo dei viaggi estivi – come quando disegnava delle donne di Belgrado, mi pare, tutte gambe e minigonne, sguardo altero e passo svelto, severo, consapevole.

Si chiede ancora Schulz: «Che fare, invece, degli avvenimenti che non hanno il loro posto nel tempo, degli avvenimenti verificatisi troppo tardi, quando ormai l’intero tempo è stato distribuito, suddiviso, ripartito, e che ora sono rimasti in certo modo per aria, non incolonnati, sospesi, vaganti e senza dimora?». Appunto, che fare – se non raccontarli?

15/08/2008

La bellezza che manca III. Il disordine dei confini.

di Enrico Bianda, alle 11:15

In questi giorni di guerre caucasiche, scossi dalla vicinanza e prevedibilità di un conflitto che covava chissà da quanto, vale davvero la pena di leggere con attenzione quanto scrive Paolo Rumiz nel suo
L’Altra Europa, che proprio tra quei confini si muove.

La sottotraccia di ogni puntata ci racconta dell’inutilità dei confini, o della loro inconsistenza e superamento. L’antropologo Marino Niola, in questi giorni impegnato in alcuni saggetti dedicati ai nuovi miti che potete leggere su Repubblica ogni lunedì e di cui abbiamo già scritto, sollecitava un annetto fa una riflessione sullo slittamento delle soglie.

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13/08/2008

Rumiz, la mappa distensiva e i boschi che passano

di Antonella Sassone, alle 11:17

[Si parla soprattutto a se stessi: ci si scava dentro sperando – o fingendo – di non trovare l’abisso. E così Rumiz incontra un giovane ex galeotto con il naso schiacciato. Si tormenta le nocche della mani. Sono rosse per il freddo o per la tensione e la paura. C’è uno scambio di regali detonatore di empatia e tristezza, e profonda amarezza. Un saluto tra i binari prima di passare oltre, con il ricordo presente dentro e un coltellino svizzero in meno. Una umanità passa attraverso le palline nere di un rosario, catena di trazione empatica tra sconfitte e speranze. eb]

L'Altra Europa, logo di AltanNel viaggio di quest’anno Rumiz torna ad usare molto il treno per i suoi spostamenti. Il treno concede al viaggiatore la visione del territorio che attraversa grazie al finestrino, e regala al suo interno l’unicità degli incontri. E’ un perfetto “andare stando” – come da straordinaria definizione del viaggio in spalla del babbo, a firma di Rumiz junior, da “E’ oriente“.

Nella puntata del 11 agosto 2008, il treno di Murmansk-Novorossisk procede verso Sud «felpato e soporifero», si ferma spesso e «tutto diventa sincopato, anche gli appunti sul notes».
Da quegli appunti però nasce oggi un racconto carico di quegli elementi di cui è ricca la scrittura rumizziana, i suoi reportage, la letteratura di viaggio in genere.

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12/08/2008

La supercazzola slava e i frati di viaggio

di Enrico Bianda, alle 09:31

L'Altra Europa, logo di AltanE’ probabilmente nella natura stessa della scrittura di viaggio parlare di se stessi. Ed in controluce inevitabilmente parlare degli altri, di tutti. Paolo Rumiz viaggia nell’Altra Europa e racconta in un andirivieni continuo tra quello che vede da una parte della frontiera e quello che lascia dall’altra. Incontra l’altro come ha sempre fatto in questi anni di viaggi.

Lo guarda e se ne innamora: come sabato che a casa di un Pope incontra militari delle forze speciali e mangia gorgonzola e beve Vodka: «Preti e militari, abbinamento fascista. Qui no, i tre sembrano silenziose guide alpine». Gli incontri si fanno sempre più fitti, intimi: come a dire che Rumiz ha preso le misure al viaggio, il passo è quello giusto.

La collina delle croci, Diaumantai, Lituania. Foto di as

Volevo parlarne fra qualche giorno, ma non mi va di aspettare: proprio perch̩ quando si scrive di viaggi alla fine si deve parlare di quello che cambia in noi nei confronti del mondo e delle persone che vediamo e che abbiamo visto: di preti ne ho incontrati anche io in viaggio. E mi hanno offerto birretta e frittelle di mele a colazione, con la marmellata di cotogne. E pane nero e formaggio a fette la sera, anzi la notte, raccolto ad una fermata della corriera nelle campagne di Daumantai, in Lituania Рla terra intorno alle croci.

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10/08/2008

Zoro Tse Tung, inviato ombra a Pechino

di Antonio Sofi, alle 18:27

Questo fatto che si dice che Internet ̬ un media personale, Diego Bianchi deve averlo preso alla lettera. E tra video, dirette blog e blitz garibaldini su tv e stampa nazionale si sta trasformando in un one man media Рaltro che band.

Zoro Tse Tung, cronache da Pechino

Ora, il nostro, indomito, sta a Pechino, inviato ombra tra i mille inviati della spedizione giornalistica al seguito delle Olimpiadi di Pechino, i giochi in salsa agrodolce. Tra uno smog che non è come a Cupra Marittima e non si vede il sol dell’avvenire, e il tentativo di far diventare la grande muraglia una piazza da struscio, in ritardo sulla prima medaglia tricolore.

A parte la terrificante (ma necessaria vista la dimenticanza ufficiale) immagine di Zoro trasfigurato nel compagno Mao, racconti tutti da leggere – giù a testa bassa nella fanga cinese.

09/08/2008

La bellezza che manca II. Il giardino dell’anima

di Enrico Bianda, alle 09:05

D’estate l’aria rarefatta schiaccia tutti i colori in un lieve crepitio di rami e foglie, e fili d’erba alta mossi dal vento. Mi piace molto il rumore dei passi nell’erba secca dell’estate, le graminacee che sollevano al passo i semi sopra la terra arsa, le spaccature tra i sassi bianchi bollenti. Se poi tutto capita tra luglio ed agosto naturalmente le cicale ti riversano addosso qul loro canto insistente che riverbera nel vento caldo e secco.

Installazione di Daniel Spoerri a Seggiano
Installazione di Daniel Spoerri a Seggiano

A Seggiano, versante grossetano dell’Amiata, un pezzo di Toscana tra Siena e Grosseto, appunto, c’è un magnifico giardino nato dalla follia benevola e generosa di un artista, Daniel Spoerri. In questo giardino, che in realtà è un parco di alcuni ettari, in parte coltivati ad oliveto, in parte lasciati a bosco selvaggio, i parte pascolo ed infine giardino. Una vasta area dove da una decina d’anni Spoerri, magnifico scultore artista e scultore pazzo, dissemina le sue opere stravaganti, in ferro roccia cemento oggetti sassi rete bronzo tutto insieme a raccontare di un mondo interiore fatto di personaggi stralunati ibridi molestatori del buon senso.

Insieme ai suoi lavori, si trovano poi quelli lasciati dai suoi amici collaboratori che negli anni sono passati da quella terra o che si sono affacciati al suo ristorante in Germania. Tra questi anche delle vere star come Jean Tinguely o Arman. Come in una spensierata caccia al tesoro ci si aggira per ore tra i campi e le colline alla ricerca di sculture ed interventi lasciati nella natura che si muove attorno alle opere, vivendo ed integrando lentamente quanto lasciato dall’uomo. La natura che si anima e si muove, ad abbracciare l’uomo.

VEDI: il sito di Daniel Spoerri
LEGGI anche: la prima puntata

07/08/2008

L’Altra Europa su Repubblica e le mappe di Rumiz

di Antonio Sofi, alle 18:34

Prima la cosa più importante, per gli appassionati che seguono ogni giorno sulle pagine di Repubblica il viaggio estivo (è il sesto? o il settimo? ho perso il conto) di Paolo Rumiz, L’Altra Europa – viaggio verticale a cavallo del confine dell’UE.

E’ il link alle puntate pubblicate, su Repubblica: L’Altra Europa su Repubblica.it. Colpevolmente nascosto, difficilissimo da trovare – per solutori web più che abili (anche la ricerca “rumiz” dà come primo risultato un articolo del 2006, perché, a mio parere sbagliando, predilige come primo ordine quello della rilevanza). Un prodotto come quello dell’inviato triestino dovrebbe essere più valorizzato – oltre ad una migliore visibilità da home page, basterebbe la metà della ottima grafica e composizione della pagina del cartaceo.

L'Altra Europa, viaggio estivo di Rumiz. Logo di Altan
L'Altra Europa, viaggio estivo di Rumiz. Logo di Altan

Della ossessione di Rumiz per le mappe e la cartografia in genere sa bene chi lo segue da tempo. Nella puntata di oggi c’è un passaggio che mi ha continuato a risuonare in testa tutto il giorno.

Rumiz è a Murmansk, la più grande città sopra il Circolo Polare, accovacciata ai bordi di un fiordo che non ghiaccia mai, dai negozi psichedelici e dai mille strategici mari. Si reca in stazione a prenotare il biglietto per scendere giù, a rotta di collo gravitazionale verso il sud. E si rende conto delle distanze e dei tempi di percorrenza, enormi, niente è lontano meno di 30-40 ore: «Comincio a capire perché nessuno faccia questo viaggio “verticale”. Guardo la mappa e realizzo che se rovescio la Scandinavia verso il Mediterraneo facendo perno sulla Danimarca, arrivo fino oltre Tunisi»

Le mappe per Rumiz non sono una soluzione facile ai problemi contingenti di orientamento. Oggetti impolverati da tirar fuori dal cruscotto quando non si sa più che strada prendere. Le mappe sono compagni di viaggio. Che accompagnano. E spesso vengono segnate dal viaggio. (La leggenda narra di una enorme mappa cartografica usata da Rumiz per il viaggio in mare sulla eterea scia della battaglia di Lepanto, con tanto di appunti)

Sulle mappe un’altra curiosità. Quelle del nord perdono la forma quadrata e diventano trapezi isosceli – seguendo «i fusi orari che si restringono come gli spicchi di un’arancia».

06/08/2008

Effetto Camembert. Due sfondi desktop di Makkox.

di Antonio Sofi, alle 18:26

L’effetto camembert non è l’effetto squagliamento sotto il sole d’agosto. E’ in parte l’effetto di questo thread e qualche ora di accaldato, estivo cazzeggio su Friendfeed (la cosa più divertente dell’estate internet 2008 dopo – beh, dopo niente).

Tutto nasce da un “canemucco” – il modo con il quale Marco Dambrosio aka Makkox chiama le sue storie digitali a fumetti, quelle lunghe come un papiro, che si leggono “scrollando pian piano la pagina come le carte del poker“). Un canemucco dal titolo Scozzereide, che racconta dell’esilarante incontro con l’immenso Filippo Scozzari, in questi giorni in libreria con il nuovo Memorie dell’arte bimba – consigliatissimo.

Effetto Camembert, di Makkox

In questo canemucco, ad un certo punto, c’era un topino. Che stritolato dalla tagliola ancora propendeva la zampetta a cercare il camembert. L’effetto camembert è il “continuo ricorsivo sbagliare sapendo di farlo”, come ho scritto un po’ scherzando un po’ no sul tumblr.

Ma la cosa prosegue, e, visto anche che il topino è proprio piccolo, c’è chi chiede a Marco una versione più grande, da usare come immagine del desktop. Io produco una specie di recensione stile monografia d’arte di pittore dilettante (trascritta oltre) ed ecco due sfondi desktop con il topino (con recensione breve e lunga).

Li metto anche qui, a disposizione di tutti – Marco sarà di certo d’accordo.
Le dimensioni sono 1024 x 728 – per scaricarli clicca sull’immagine :)

Effetto Camembert. Di Makkox.
Effetto Camembert 1. Sfondo desktop di Marco Dambrosio. Clicca per scaricare
Effetto Camembert 2. Sfondo Desktop di Marco Dambrosio
Effetto Camembert 2. Sfondo Desktop di Marco Dambrosio. Clicca per scaricare

Questo topino – miserrimo, sparti-vignetta, disegnato dall’Artista a guisa di pausa-merenda dalla storia, assurge in pochi giri di web a tragico eroe della modernità  digitale e digitata.
Questo topino – la manina topesca tesa stremata allo stremo, protesa verso il tocco di formaggio nonostante gli ostacoli materiali, simboleggia la forza invicibile del desiderio, la cui innata màlia è quella di perdere, perdere sempre e insieme render temporanea ogni sconfitta.
Questo topino Рquesto horror vacui, questo sprofondo ineludibile, questo continuo ricorsivo sbagliare sapendo di farlo, ̬ segno di una resa invincibile, che fa sempre effetto anche se Paz la usava con ben altro significato.
Questo topino – siamo noi.

:)

Update: ne scrive anche nikink

05/08/2008

La bellezza che manca I. L’iPod di Ghirri.

di Enrico Bianda, alle 11:26

[Ritorna tra le pagine di Webgol, l’amico e sodale Enrico Bianda – dopo mesi di corteggiamenti e vili ricatti. Come sempre è un piacere: Webgol è nato e vissuto nei primi anni dalla spinta propulsiva delle nostre colazioni di cazzeggio prima del lavoro. Ho chiesto ad Enrico una rubrica estiva, con una indicazione invero piuttosto costringente: “scrivi quello che vuoi”. Questo post andava in realtà qualche giorno fa, il ritardo è colpa mia. as]

Mi dice scrivi, se puoi. Questa estate. Posso faccio io, e scrivo. Poi mi chiedo di che cosa? Domanda da estendere a molti: di che cosa scrivi, se puoi? Di tutto, se posso. Certo. Di troppo, pure. L’ambizione, mia, sarebbe quella di scrivere di immagini, di immagini belle e di contesti, di cornici estese che ci facciano sentire sempre a casa. E sentire bene.

Foto di Luigi Ghirri
Foto di Luigi Ghirri

Miti sempre più contemporanei

In questi giorni sto leggendo sempre con attenzione la pagina dei miti contemporanei su Repubblica. La prima puntata era dedicata ad iPod e Youtube. Mi sembrava una bella idea, non del tutto originale ma certo non era colpa di Marino Niola, ottimo antropologo che rimpiange l’antropologia quando era solo antropologia. Né urbana né del cibo, figuriamoci delle immagini o del paesaggio.

Chi ha negli anni seguito questo blog lo sa: dopo Roland Barthes, di miti contemporanei hanno scritto in molti. Ne scriveva bene e “con piglio speculativo” (mi cito), per esempio, Le nouvel observateur quasi quattro anni fa. Raccogliendo splendide monografie su miti contemporanei senza l’ipocrisia del quotidiano romano. Tra i miti i francesi ci mettevano anche la pornografia, la doppia penetrazione ed il preservativo. E altro ancora.

C’è chi ha sfottuto Niola per il linguaggio (per esempio le Vespe sul Sole 24 Ore di due domeniche fa): scrive di oggetti di tutti i giorni, che ci fanno anche “sentire bene”, come l’iPod, e ne scrive con il taglio che è suo. Lui scava nella storia dei comportamenti e delle parole. Cerca di capire perchè un oggetto si chiama in un modo e prova anche a mettere in relazione il nome con l’uso che se ne fa. Non è colpa sua: deve riempire molte battute, una pagina intera. Va a finire che meglio Baricco e i barbari. Cioè che tornino, ma non a colonizzare le pagine di un quotidiano.

La bellezza che manca

Perchè per esempio non parlare di luoghi e mancanze di bellezza? Perchè non andare a cercare belle cose e frasi immobili nelle emozioni di molti?

Immagini. Scrivere di immagini. C’è per esempio Ghirri Luigi (detto così come al militare): fotografo inclassificabile, esteta della sospensione temporale, dei colori pastello dati dagli anni 70 direttamente sulle stampe.

Ricordo persistentemente le immagini del lido di Ravenna, mai più ritrovate se non in una mostra non ricordo più dove. Adesso finalmente un libro raccoglie le meraviglie di questo enorme straordinario fotografo italiano che ha dato voce con la sua macchina fotografica, alla rarefazione dell’aria che viviamo nelle province e nel camminare (Bello qui, non è vero? Fotografie di Luigi Ghirri, Contrasto 2008). Ghirri scattava anche da dietro un pannello di vetro smerigliato di una fermata di autobus. Un corpo appoggiato al vetro visto di spalle con una giacca rossa segnava l’attesa nel grigiore di una giornata qualunque. Lui lo faceva e ci raccontava di luoghi e cornici di abitudine.

Bastava poco: invece che andare a cercare qualche bravo antropologo alle prese con temi impossibili. Basta mettere una immagine di un fotografo alla Ghirri. Lasciarle parlare. Lui si saprebbe sintetizzare bene il movimento. Lasciarle interpretare da chi guarda.
In silenzio. O con l’iPod alle orecchie.

04/08/2008

L’Altra Europa, il nuovo viaggio estivo di Paolo Rumiz su Repubblica

di Antonella Sassone, alle 11:26

[Noi rumizziani della prima ora, quasi groupie del narratore triestino (cosa più di avere una categoria del blog a lui dedicata? e da 4 anni: rumizzeide) quasi disperavamo. Ma, come da tradizione, la prima domenica utile nei dintorni agostani, parte il viaggio estivo di Paolo Rumiz: un viaggio “verticale” di 6000 km lungo la frontiera orientale dell’Ue (il lato sbagliato, reietto, levantino) per raccontare l’Altra Europa (ne scrive più diffusamente oltre Antonella Sassone, di fatto una esperta dei viaggi di Rumiz, oggetto anche di una sua tesi/saggio). Paolo è come sempre un po’ sopra le righe nel prologo, e forse ogni anno di più – ma è un’enfasi pulita, complice e forse addirittura necessaria – nei tempi nostri silenziati e piatti come il filo delle longitudini non viaggiate. Buona lettura. as]

Comincia oggi il reportage del viaggio estivo 2008 di Paolo Rumiz su Repubblica dal titolo L’Altra Europa (ancora non online). Pagine e pagine di appunti, disegni (dello stesso Rumiz) e foto (di Monika Bulaj – leggi l’intervista su Webgol di Enrico Bianda) per un percorso di 7000 chilometri, da Nord a Sud, lungo la frontiera orientale dell’Unione Europea. Dall’Artico al Mediterraneo in un viaggio “verticale” in una Europa diversa, «con la gente e fra la gente in una strada che si è fatta da sè, di incontro in incontro».

«Un ventaglio inimmaginabile di scenari. Laghi gelati e campi di grano, freddi albori tra le foreste e notti sensuali del Sud». Un viaggio verticale che ha trascinato Rumiz «verso il basso del mappamondo quasi per forza di gravità». Lungo il quale si sono susseguiti gli incontri. «Per strada facce slave, caucasiche, turche, centroasiatiche; bionde bellezze lentigginose e femmine mediterranee dagli occhi di sfida»; e gli ebrei di cui Rumiz trova «segni impressionanti della loro presenza-assenza».

L'Altra Europa, illustrazione di Altan
L'Altra Europa, illustrazione di Altan

Dal logo – ancora una volta un disegno di Altan – si vede un Rumiz a dorso di un orso, equipaggiato con bastone e zaino (6 kg di bagaglio, tutto ciò che ha). Il viaggio si dipana a bordo di treni, in bus, in traghetto, in autostop, a piedi sulla frontiera più a Est dell’Unione Europea. Ma che Est non è. «Questo dove mi trovo è il centro. La pancia, l’anima del Continente. E quest’anima sta tutta fuori da quell’impalcatura burocratica che si chiama Unione Europea». Insomma, per Rumiz il cuore dell’Europa è la “Terra Incognita” fatta di periferie dimenticate.

Col termine “Frontiera” si indica di solito il limite al di qua del quale c’è la civiltà, e dall’altro lato la barbarie. La Frontiera rappresenta il potenziale di espansione e di risorse che determinano anche la formazione di un’identità. Cos’è la frontiera per Rumiz? Un limite, certo. Ma la barbarie e la civiltà occupano gli stessi lati nel caso della frontiera che si accinge a raccontarci.

Particolare del prologo di L'Altra Europa di Rumiz, con i suoi disegni
Particolare del prologo di L'Altra Europa di Rumiz, con i suoi disegni

«Sulla frontiera la gente mi spiazzava sempre, non confermava mai i clichè ed era sempre distante dai centri politici e amministrativi del suo paese». Ovunque «relitti delle frontiere mobili degli imperi – russo, tedesco, turco, austroungarico». Sulla sua “carta fai-da-te” Rumiz non ha annotato stati-nazione, ma «antiche regioni frontaline inghiottite dalla geopolitica». Botnia, Carelia, Livonia, Curlandia, Rutenia, Podolia. «Provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggio. Vi prenderanno per matti», dice Rumiz. L’invito è a rieducare l’industria del turismo, a intraprendere viaggi d’avventura, di scoperta. Scegliere le periferie, far ridivenire il viaggio leggero.

Nella puntata introduttiva di domenica su R2 di Repubblica, Rumiz ci anticipa che alla fine del viaggio non aveva nessuna voglia di tornare a casa. Perché rientrare nell’Unione Europea dà spaesamento: “a Ovest l’avventura finiva”, “a Est era meglio”. Quello di Rumiz è un viaggio longitudinale dove la lingua franca è il russo e «la gente semplice non ha mai vissuto con derisione il mio sacco sulle spalle, e la mia barba bianca è stata spesso oggetto di commosso rispetto. Non sono stato io a fare il viaggio, ma le persone che ho incontrato».

Spasiba, quindi.

02/08/2008

L’homophilia ci rende stupidi. Ammesso non lo fossimo già.

di Antonio Sofi, alle 15:30

Ha iniziato le danze del dagli-a-internet Nicholas Carr qualche settimana fa su Atlantic.com (uno dei magazine più goduriosi del globo terracqueo). Il titolo era oggettivamente paraculo (“Is Google Making Us Stupid“), il contenuto no.

Ehi, cosa diavolo mi sta succedendo?

Al contrario di altri oziosi bastiancontrari digitali, di moda in questi ultimi tempi rinculanti, Carr veste i panni di super-utente della Rete e si domanda, del tutto legittimamente: «ehi, un attimo, cosa sta cambiando nel MIO modo di leggere il mondo? Di pensare, di informarmi, di relazionarmi con gli altri?».

E ancora (traduco e semplifico io): «Sono più di dieci anni ormai che io passo un sacco di tempo online: navigo, uso i motori di ricerca, uso la Rete in maniera evoluta e intensiva. In che modo questo mi sta cambiando – o mi ha già cambiato?».

Illustrazione di Guy Billot, da The Atlantic
Illustrazione di Guy Billot. Fonte: http://www.theatlantic.com/doc/200807/google

Le domande sono più che legittime. Le possibilità di fraintendimento altissime (vedi reazioni in ritardo, in pieno esprit d’escalier, dei media tradizionali via Mantellini – ma vedi anche le semplificazioni di molta blogosfera). Le risposte mai meno che sistemiche (giocoforza) e complicatissime.

Repubblica.it commenta l'articolo di Carr
Repubblica.it commenta l'articolo di Carr. Via http://www.mantellini.it

La verità è che tendiamo a sovrastimare l’influenza dei media a breve termine e a sottostimarla a lungo termine. E questo vale anche per Internet, ammesso e non concesso sia un media comparabile agli altri finora dominanti.

Prova a leggere un libro e contiamo dopo quanti secondi vuoi cliccare qualcosa

Carr fa un esempio semplice semplice. Leggere un libro. Dall’inizio alla fine. Senza distrarsi. Per Carr (ma mi ci metto anche io) ormai una esperienza quasi frustrante: “Non riesco a concentrarmi per più di due o tre pagine. Se insisto inizio a stare sulle spine, perdo il filo e mi guardo intorno in cerca di qualcos’altro da fare” più o meno contemporamente o nel frattempo.

I’m not thinking the way I used to think. I can feel it most strongly when I’m reading. Immersing myself in a book or a lengthy article used to be easy. My mind would get caught up in the narrative or the turns of the argument, and I’d spend hours strolling through long stretches of prose. That’s rarely the case anymore. Now my concentration often starts to drift after two or three pages. I get fidgety, lose the thread, begin looking for something else to do. I feel as if I’m always dragging my wayward brain back to the text. The deep reading that used to come naturally has become a struggle.

Ma poi Carr va oltre. Infoscando ancora di più le tinte di un futuro in cui, in una sorta di passaggio di testimone tra media sempre più onnivori, arriveremo a delegare ad altri o ad altro la nostra capacità di capire e interpretare il mondo che ci circonda – rendendo di fatto la nostra limitata intelligenza una intelligenza potentissima ma artificiale.

L’homophilia (no non è quello che pensate voi)

Il punto di Carr popolarizza altre e più sostanziose discussioni (che in parte lo stesso Carr cita) sugli effetti cognitivi e sociali di 15 anni digitali – non tutte peraltro così pessimistiche. E ad un certo punto quindi incontra il fiumiciattolo della discussione sulla cosiddetta homophily, un concetto coniato più di 50 anni fa da una coppia storica, i Gianni e Pinotto della sociologia dei media, Lazarsfeld e Merton. Il concetto, inizialmente usato per spiegare alcune dinamiche dei processi amicali (la tendenza a diventare amici di persone che sono o la pensano come te), è stato esteso a tutti i possibili network sociali e a tutte le possibili relazioni – al grido di “Similarity breeds connection” (leggi il saggio “Birds of a Feather: Homophily in Social Networks“).

Insomma il senso è chiaro: se ci pensi ti rendi conto che tutti quelli che conosci e frequenti la pensano più o meno come te? Ebbene sei anche tu un po’ “homophiliaco”.

Da qui, il passaggio all’homophilia all’interno dei network digitali è una breccia di Porta Pia dopo il passaggio dei bersaglieri. Il concetto arriva tra le mani di uno che la testolina e i link sa come farli girare, quel Ethan Zuckerman fondatore di Global Voices, che a sua volta tira su dalle tenebre della Rete un bel pezzo (di due anni fa) di Nat Thorkington, Homophily in Social Software.

L’homophily ci rende stupidi?

E’ davvero bravo a sintetizzare tutto questo po’ po’ di roba Andrea Dambrosio oggi su D La Repubblica delle Donne, con un pezzo il cui titolo è una citazione di quello di Carr (“Se l’homophily ci rende stupidi”) e il cui sommario recita

«Credevamo che Internet ci rendesse liberi di conoscere praticamente tutto. Salvo scoprire che ricadiamo sempre nello stesso tranello: scegliamo quello che ci piace perché ci somiglia».

Se l'homophily ci rende stupidi, D La Repubblica delle Donne, 2 Agosto 2008
Se l'homophily ci rende stupidi, D La Repubblica delle Donne, 2 Agosto 2008

Chi si somiglia si piglia, anche online? La più straordinaria forza della Rete (che è esattamente quella di metterti a portata di mano e di mouse persone che hanno interessi e passioni a te affini, senza curarsi di tempi e spazi differenti, di distanze e fusi orari) può diventare anche la sua più ambigua debolezza?
Non abbiamo nemmeno fatto un passo fuori dalla casa di Mamma Tv, che ci voleva audience indifferenziata e poltroniera, e già non va più bene – tutta questa libertà di sceglierci in piena autonomia i compagni di strada (fonti, contenuti, persone, strumenti)?

Dambrosio intervista sull’argomento Giuseppe Granieri, Giovanni Boccia Artieri e il sottoscritto. Provo a sintetizzare (e prendo pezzetti di virgolettati). Se pure c’è una tendenza digitale all’homophilia (e abbiamo tutti molti dubbi), i network digitali mantengono comunque la possibilità dell’esposizione al nuovo, e all’alterità. A quella serendipity, che è di fatto il contrario dell’homophilia: la capacità di fare scoperte fortunate e non attese, grazie a orecchie aperte e mente preparata.

Online peraltro partecipiamo a diverse comunità che non sono monolitiche, e mai completamente autosufficienti e chiuse a stimoli esterni. Il web sociale è pensato per lasciare porte aperte alle sorprese. Basta un link e pof!sei subito da un’altra parte, in un altro mondo.
(Pof! non c’è nell’articolo)

Per finire. Cesare Pavese già sapeva.

Da Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, citazione che oggi girava per i tumblr italiani (via revep)

«Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi».