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28/03/2008

Il dibattito che non c’è (o forse non serve più?)

di Antonio Sofi, alle 12:54

Premessa. Una piccola provocazione su un tema su cui tanti hanno ben scritto – che mi ha pubblicato DNews mercoledì scorso (qui un po’ modificata). La verità è che non uno ce ne dovrebbe essere, ma mille, fino a stufarsi: come in altri paesi dove i debate sono ormai una tale consuetudine rituale che è diventata parte del rumore comunicativo di sottofondo; che comunque permette di farsi ampia idea dei contendenti in compresenza ma poco cambia – con il flusso della comunicazione che pian piano si sposta sulla Rete. Altre opinioni su Spindoc: sulle regole approvate dalla commissione (che, come volevasi dimostrare, erano in parte arzigogolate, in parte troppo vaghe, e sono state infatti una coperta-troppo-corta tirata dalla propria parte da un po’ tutti), o sull’idea di un dibattito senza regole (e nemmeno a sperare – ahinoi – a cenni che riguardano progetti come 10domande).

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?» si chiedeva in “Ecce Bombo” un giovane Nanni Moretti invitato ad una festa danzante. Un dubbio esistenziale che è rimasto negli anni irrisolto; un vero e proprio mantra per intere generazioni di timidi o insicuri – alla disperata ricerca di un po’ di carisma e sintomatico mistero.

Lo stesso dubbio attanaglia anche i candidati politici impegnati in campagne elettorali molto combattute. Come quelle “in onda” in questi giorni: in cui gli altalenanti sondaggi e il brulicante contesto più o meno antipolitico non danno ancora certezza di vittoria (o di sconfitta) né a Walter Veltroni né a Silvio Berlusconi (quest’ultimo è però secondo i sondaggi in vantaggio).

Il punto è che al posto della festa danzante, c’è ora il dibattito in televisione. E i due candidati che si chiedono: vado o non vado? Come a dire: «Prendo più voti se accetto di fare il dibattito in tv o se rimango a casa?». È curioso. Lo scontro tra i due leader va in onda dappertutto. Ma è uno scontro in differita. Un continuo dibattito asincrono. Va in onda sui manifesti che stratificano sulle nostre strade; va in onda nei battibecchi incrociati sui quotidiani.

I due se le mandano a dire indirettamente e tramite i giornalisti – come una coppia di separati in casa si parla tramite gli avvocati. Senza però mai incontrarsi dal vivo per un salutare faccia-a-faccia. La televisione è insomma zona off limits. Penalizzata dalla nomea di essere il media “king-maker” per eccellenza, quello che decide il vincitore delle elezioni. Risultato? Mancano tre settimane al voto e ancora non è chiaro se ci sarà o meno un faccia a faccia televisivo tra il leader del Popolo della Libertà e quello del Partito Democratico.

La polemica è riscoppiata negli ultimi giorni. Con Veltroni che lancia il guanto catodico della sfida al rivale e Berlusconi che prima accetta poi nicchia nascondendosi dietro il dito della Par condicio, che non permetterebbe il confronto. A confondere ulteriormente le acque i mille partitini che pigolano dal basso dei loro decimali e vogliono anche loro la miracolosa ribalta televisiva.

Un nodo apparentemente inestricabile. Più comunicativo che politico, però. Il dibattito televisivo vuole infatti rappresentare una sfida rituale all’ultimo sangue, all’interno di una arena (pubblica e catodica). Con il rischio della gaffe, dell’errore – o del temutissimo (e rarissimo) “pollice verso” degli elettori. Con una nota controintuitiva a margine: è di solito il più “debole” che vuole combattere, il più “forte” non ne vede il motivo – per non dare all’avversario alcuna chance.

Fin qui quello che tutti sanno. Con una sensazione vagante, però. Che in fondo il dibattito tradizionale in Tv sia un formato ormai frusto e sopravvalutato – che niente sposta e poco impatta. Negli Stati Uniti dove sono già andati in onda mille dibattiti con mille regole (perfino con le domande poste da video caricati su YouTube) la sorpresa è che non c’è stata nessuna sorpresa. E i risultati finora stanno premiando un candidato come Obama che ha dimostrato di saper usare meglio i nuovi media che la vecchia televisione. O, per meglio dire, e in alcuni casi: i nuovi media come fossero una nuova televisione.


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  • 10 Commenti al post “Il dibattito che non c’è (o forse non serve più?)”

    1. dario
      marzo 28th, 2008 13:30
      1

      Che la televisione e il “dibbattito” siano ormai bolliti è più che una sensazione, ed anzi è stato uno dei punti messi in evidenza nella web-conferenza di Veltroni di ieri sera.
      Il punto di svolta sarà probabilmente quando ogni mezzo smetterà di parlare solo di/a se stesso, ma non penso che sia una svolta vicina.

    2. Antonio Sofi
      marzo 28th, 2008 14:31
      2

      Grazie del conforto Dario. io ho ancora meno dubbi di quello che posso scrivere, e mi mordo le labbra – ma tra la sensazione di futuro e il futuro possono passare anni. E’ solo lo sconforto nel notare che da queste parti mai, dico mai, peccare del peccato più bello: sbagliare perché si vuole essere troppo avanti.

    3. Jacopo
      marzo 28th, 2008 16:54
      3

      Salve!
      Francamente ritengo che mai come questa volta l’elettorato cangiante(che è poi quello determinante) potrebbe decidere il prorpio voto in base ad uno scontro diretto. L’informazione ha delineato una vittoria incerta, e l’elettore indeciso non sa se riaffidarsi ad un Berlusconi di cui avverte la ripetitività, o ad un Veltroni che però potrebbe non esaudire i desideri di cambiamento.
      I telegiornali e i dibattiti televisivi(principali veicoli per trasformare l’opinione degli indecisi) non bastano per fare chiarezza e uno scontro televisivo diretto farebbe concentrare questi elettori indecisi che affiderebbero il loro voto al candidato che meglio dimostra le debolezze dell’altro in un match diretto.

      Questa almeno la mia opinione.

    4. Antonio Sofi
      marzo 28th, 2008 17:07
      4

      Nel passato non è stato così: ma per carità, potrebbe essere. E poi sì: io vorrei aver avuto la possibilità di assistere a 30 dibattiti tra i due candidati leader, con 30 regole e formati diversi. Che non ce ne sia nemmeno uno è una sconfitta di tutti – e anche se continuo a pensare sia spesso “raccontato”, comunicato, atteso, brandito con soverchia importanza da tutti. Grazie per la tua opinione!

    5. Apogeonline - È lui il più debole
      marzo 31st, 2008 09:08
      5

      […] politica che non usa il web. Antonio Sofi riflette sulle differenze tra la campagna elettorale USA e quella italiana, nella quale la Rete ha […]

    6. sergio maistrello
      marzo 31st, 2008 09:44
      6

      “tra la sensazione di futuro e il futuro possono passare anni”

      il futuro che non futa, insomma :)

      (bello, condivido soprattutto il dispiacere del mancato “peccato più bello”. ben detto)

    7. Antonio Sofi
      marzo 31st, 2008 11:20
      7

      grazie sergio, è un dispiacere vero
      (superba la citazione della cortellesi!)

    8. Spindoc | Alla ricerca del (video)spazio perduto. Sul Web.
      aprile 1st, 2008 23:15
      8

      […] tra regolamenti da una parte troppo vaghi, dall’altra troppo restrittivi e veti incrociati (in parte politici in parte comunicativi) circa opportunità e modalità di svolgimento dell’eventuale sempre più ipotetico faccia a […]

    9. caffamaro: Elezioni..
      aprile 2nd, 2008 11:01
      9

      […] idea precisa su chi votare solo grazie alla rete..quindi direi che della tv , anzi di questa TV , ne possiamo fare tranquillamente a meno.. Pubblicato da cicciolo a […]

    10. Faber
      aprile 5th, 2008 19:06
      10

      Tutti ricorderete l’apologo di Menenio Agrippa. Il tribuno romano utilizzò membra, stomaco e testa per realizzare una metafora sul corpo umano e spiegare la sua idea di Stato. Più umilmente, in questo blog posso predisporne uno alla Vissani, utilizzando il minestrone per spiegare la mia idea in vista delle prossime elezioni. Per realizzare un buon minestrone necessitano alcuni ingredienti ben diversi tra loro, così che nell’unione all’interno del pentolone possano dare vita ad un sapore unico ed irripetibile, sfruttando le qualità di ciascuno. Premesso ciò, se io pisello (con la mia storia fatta di germoglio, piantina, baccello e grani) decidessi di unirmi a carota, fagiolo, zucchina e, perché no, anche a rapa per dar vita ad una buona minestra di verdure, volendo però mantenere la mia identità di pisello, perché dovrei accettare di mischiarmi e confondermi realizzando un amalgama insipido? Perché dovrei rendermi complice di una mescolanza dove non si riuscirebbe a distinguere alcun singolo ingrediente e dove tutti acquisirebbero un sapore ibrido? A ciò aggiungerei il rischio grave ed inevitabile che qualche sapore più forte (e talvolta meno gradevole…) possa prendere il sopravvento.

      DAL BLOG http://faber2008.blogspot.com

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