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Post scritti nel marzo, 2008

31/03/2008

La seconda edizione di BlogLab, laboratorio di blogging

di Antonio Sofi, alle 11:36

Dopo una pausa un po’ più lunga del previsto, BlogLab riparte. E’ la seconda edizione – quella dello scorso anno (quasi insperatamente) andò molto bene, cito:

* 52 blog attivati con 60 bloglabber coinvolti
* 30-40 fellow blogger esperti coinvolti in una didattica one-to-one di supporto agli studenti
* Due le macroaree di azione: blog di temi “aziendali”; blog di “giornalismo locale”; blog di cultura, spettacolo e sport
* 7 le aziende coinvolte, che hanno offerto una decina di posti di stage ai bloglabber che hanno meglio animato il blog nei mesi del laboratorio (la valutazione è stata fatta in collaborazione, tra fellow, aziende e stessi partecipanti)
* Supporto online tramite forum, blog + aggregatore dei post e widget esportabile

Per chi non lo sapesse ecco cos’è Bloglab. E’ un progetto nato dalle malsane idee di Stefano Epifani e del qui scrivente. E’ un laboratorio sui temi del blogging e della blogosfera rivolto a studenti di alcuni corsi universitari (lo scorso anno nelle facoltà di Scienze della comunicazione di Roma e di Firenze). E’ un tentativo di predisporre una piattaforma di sinergia tra studenti, docenti e blogger, che lo scorso anno hanno collaborato attivamente come fellow di studenti inesperti. Con il coinvolgimento diretto delle aziende che hanno offerto posti di stage ai bloglabber (come alla fine li abbiamo chiamati) più bravi.

In pratica gli studenti curano un progetto di blog, e studiano in vivo potenzialità e difetti dello strumento – seguiti da docenti e blogger esperti, e in “competizione” con la comunità dei colleghi. Le aziende hanno la possibilità di osservare, partecipare, proporre idee e spunti. Sono infatti previste occasione in presenza dove incontrarci – che spesso diventano mini barcamp.

In questa seconda edizione abbiamo deciso di ampliare il parco delle Università coinvolte: l’idea è di ampliare anche le tipologie di blog “curabili” dagli studenti: lo scorso anno erano a) temi aziendali; b) local blogging. Presto gli annunci. In arrivo anche un layout nuovo e nuova piattaforma.

Quindi l’invito, ancora una volta, è aperto a tutti (e questa volta anche con i tempi stretti).

* Ai docenti che hanno voglia di sperimentare una metodologia nuova, aperta e collaborativa con la blogosfera;
* ai blogger che hanno voglia di dare una mano, come fellow-chioccia dei partecipanti della seconda edizione;
* agli studenti, ai quali promettiamo un’esperienza nuova, in cui acquisire competenze utili e magari anche divertente (se c’è qualcuno dei miei corsi di Firenze cui non arrivo tramite email mi può contattare a antonio.sofi at gmail.com);
* alle aziende che vogliano aiutarci a fare di Bloglab un vero luogo di scambio di conoscenze e professionalità su blog e dintorni.

– PER CONTATTI: bloglabmail@gmail.com

28/03/2008

Il dibattito che non c’è (o forse non serve più?)

di Antonio Sofi, alle 12:54

Premessa. Una piccola provocazione su un tema su cui tanti hanno ben scritto – che mi ha pubblicato DNews mercoledì scorso (qui un po’ modificata). La verità è che non uno ce ne dovrebbe essere, ma mille, fino a stufarsi: come in altri paesi dove i debate sono ormai una tale consuetudine rituale che è diventata parte del rumore comunicativo di sottofondo; che comunque permette di farsi ampia idea dei contendenti in compresenza ma poco cambia – con il flusso della comunicazione che pian piano si sposta sulla Rete. Altre opinioni su Spindoc: sulle regole approvate dalla commissione (che, come volevasi dimostrare, erano in parte arzigogolate, in parte troppo vaghe, e sono state infatti una coperta-troppo-corta tirata dalla propria parte da un po’ tutti), o sull’idea di un dibattito senza regole (e nemmeno a sperare – ahinoi – a cenni che riguardano progetti come 10domande).

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?» si chiedeva in “Ecce Bombo” un giovane Nanni Moretti invitato ad una festa danzante. Un dubbio esistenziale che è rimasto negli anni irrisolto; un vero e proprio mantra per intere generazioni di timidi o insicuri – alla disperata ricerca di un po’ di carisma e sintomatico mistero.

Lo stesso dubbio attanaglia anche i candidati politici impegnati in campagne elettorali molto combattute. Come quelle “in onda” in questi giorni: in cui gli altalenanti sondaggi e il brulicante contesto più o meno antipolitico non danno ancora certezza di vittoria (o di sconfitta) né a Walter Veltroni né a Silvio Berlusconi (quest’ultimo è però secondo i sondaggi in vantaggio).

Il punto è che al posto della festa danzante, c’è ora il dibattito in televisione. E i due candidati che si chiedono: vado o non vado? Come a dire: «Prendo più voti se accetto di fare il dibattito in tv o se rimango a casa?». È curioso. Lo scontro tra i due leader va in onda dappertutto. Ma è uno scontro in differita. Un continuo dibattito asincrono. Va in onda sui manifesti che stratificano sulle nostre strade; va in onda nei battibecchi incrociati sui quotidiani.

I due se le mandano a dire indirettamente e tramite i giornalisti – come una coppia di separati in casa si parla tramite gli avvocati. Senza però mai incontrarsi dal vivo per un salutare faccia-a-faccia. La televisione è insomma zona off limits. Penalizzata dalla nomea di essere il media “king-maker” per eccellenza, quello che decide il vincitore delle elezioni. Risultato? Mancano tre settimane al voto e ancora non è chiaro se ci sarà o meno un faccia a faccia televisivo tra il leader del Popolo della Libertà e quello del Partito Democratico.

La polemica è riscoppiata negli ultimi giorni. Con Veltroni che lancia il guanto catodico della sfida al rivale e Berlusconi che prima accetta poi nicchia nascondendosi dietro il dito della Par condicio, che non permetterebbe il confronto. A confondere ulteriormente le acque i mille partitini che pigolano dal basso dei loro decimali e vogliono anche loro la miracolosa ribalta televisiva.

Un nodo apparentemente inestricabile. Più comunicativo che politico, però. Il dibattito televisivo vuole infatti rappresentare una sfida rituale all’ultimo sangue, all’interno di una arena (pubblica e catodica). Con il rischio della gaffe, dell’errore – o del temutissimo (e rarissimo) “pollice verso” degli elettori. Con una nota controintuitiva a margine: è di solito il più “debole” che vuole combattere, il più “forte” non ne vede il motivo – per non dare all’avversario alcuna chance.

Fin qui quello che tutti sanno. Con una sensazione vagante, però. Che in fondo il dibattito tradizionale in Tv sia un formato ormai frusto e sopravvalutato – che niente sposta e poco impatta. Negli Stati Uniti dove sono già andati in onda mille dibattiti con mille regole (perfino con le domande poste da video caricati su YouTube) la sorpresa è che non c’è stata nessuna sorpresa. E i risultati finora stanno premiando un candidato come Obama che ha dimostrato di saper usare meglio i nuovi media che la vecchia televisione. O, per meglio dire, e in alcuni casi: i nuovi media come fossero una nuova televisione.

26/03/2008

Non salire sui carri (potrebbero essere allegorici)

di Antonio Sofi, alle 01:21

Luca mi fa notare che lo “scarto tecnologico” di cui scrivevo in questo pezzo a proposito dell’effetto “bandwagon” nella pubblicità dei sondaggi politici esiste poco; il termine è da riferirsi non già a vagoni su rotaia ma a carri comunque preferroviari. Ha ragione. Bastava d’altronde leggere il lemma apposito su Wikipedia per accorgersene, ma io son stato sempre convinto del contrario e tant’è. Più specificamente il termine si riferisce al carro che porta la banda in giro per le feste di paese – o per parate, circhi e altre facezie d’intrattenimento quale appunto e da sempre è una campagna elettorale.

Riporto la storia delle origini della frase anche qui per i più pigri:

The phrase ‘jump on the bandwagon’ was first used in American politics in 1848 as a result of Dan Rice, President Lincoln’s court jester. Campaigning for Zachary Taylor, Dan Rice, a professional circus clown, used his bandwagon for Taylor’s appearances, gaining attention by way of the music. As Taylor’s campaign became more successful, more politicians strove for a seat on the bandwagon, hoping to be associated with the success. Later, during the time of William Jennings Bryan’s 1900 presidential campaign, bandwagons had become a standard fixture of campaigns, and ‘jump on the bandwagon’ was used as a derogatory term, implying that people were associating themselves with the success without considering what they associated themselves with.

A dirla tutta, mi sembra fatto denso di inesplicabili significati politici la notazione storica di cui sopra, che racconta come il primo bandwagon del vincitore (ho fatto una crasi: ed ho come l’impressione che la locuzione “salire sul carro del vincitore” – con quella nuance di pubblica e esibita vittoria assente nel vagone della banda – abbia in Italia una origine differente) sia stato fortunata invenzione comunicativa di un clown professionista.

22/03/2008

Saltare sul carro del vincitore (o correre in aiuto del perdente?)

di Antonio Sofi, alle 15:06

Premessa. Il ruolo dei sondaggi in campagna elettorale – e il suo impatto sull’opinione pubblica. E’ uno dei temi che più mi appassionano, e di cui ho spesso scritto – essendomi peraltro occupato professionalmente di sondaggi elettorali. In quest’ultimo periodo, pare, il tema, interessi non solo a me. Per esempio trovo una bella riflessione di Valentina Orsucci intitolata “Sondaggi politici e principi metodologici” («I sondaggi sulle previsioni di voto misurano, come tutti gli strumenti di misurazione, 1 e solo 1 fenomeno misurabile: la previsione di voto (non il voto)» e ancora «Utilizzarli come argomento della campagna elettorale è tatutologico e metodologicamente scorretto, considerarli una leva favore della propria candidatura un errore profondamente grossolano».). E mentre Renato Mannheimer discetta di un Indice Winner che starebbe calando per Berlusconi, va a finire che ha ragione l’immarcescibile Massimo D’Alema che dichiara (via Wittgenstein) «Guardando ai risultati delle precedenti elezioni ci si accorge che i sondaggi erano quasi sempre sbagliati: questo mi fa pensare che passiamo tutto il tempo in campagna elettorale a commentare numeri che alla fine non si realizzano mai». Di seguito il pezzo uscito mercoledì scorso per DNews, che questo mood crescente intercettava, e qui leggermente modificato

Saltare sul carro del vincitore.
Uno sport nel quale noi italiani – pare – non temiamo rivali. Ma sarà vero? In realtà è uno sport ben praticato ovunque.

Più o meno ovunque gli indecisi tendono in maggior parte a spostarsi dalla parte di chi vince. Regoletta minima delle elezioni. Ecco spiegato il banale motivo per il quale tutti dicono che stanno vincendo (o stanno inesorabilmente rimontando e vinceranno). Ecco spiegato perché non passa giorno che non venga pubblicato l’ennesimo sondaggio dalla talora discutibile metodologia usato come strumento comunicativo da partiti politici e candidati.

Se dici che vinci, vincerai. Una profezia che si auto-adempie con il voto? I politici che hanno “buoni sondaggi” lo sperano. Quelli con “cattivi sondaggi” confidano per una volta nella intelligenza dell’elettore. Il fenomeno è così pervasivo che se ne sono recentemente lamentati gli stessi sondaggisti: «Basta con l’uso strumentale dei sondaggi. Hanno una funzione di studio e di analisi, non possono essere utilizzati come armi di propaganda da scagliare contro lo schieramento avverso» ha dichiarato qualche giorno fa Nando Pagnoncelli, presidente dell’Assirm – l’associazione che riunisce i maggiori istituti di ricerca sociale. Gli hanno fatto eco altri illustri esponenti della categoria, ma senza grandi risultati: ogni giorno spuntano nuovi mirabolanti dati, formidabili “forbici” di intenzioni di voto molto “intenzionate” a far vincere l’uno rispetto all’altro. Eccetera.

Spesso con differenze importanti da un giorno all’altro: come se gli elettori fossero preda di continui e velocissimi cambiamenti d’idea. Con i media che spesso “mangiano e si scordano”: e seguono l’onda (molto notiziabile) dell’ultimo numero sempre più gridato.

Il risultato? Tutti vincono. O vinceranno. Oltre alla perdita di credibilità dello strumento, il rischio, per gli elettori appassionati dello sport del salto sul carro del vincitore, è di non sapere in che carro saltare. «Non è che sbaglio carro, come quando scelgo la fila più lenta in coda all’autostrada?» – potrebbe chiedersi l’elettore dubbioso (ammesso che esista davvero).

Negli Stati Uniti, patria dei sondaggi politici, l’effetto di traino del vincitore è studiatissimo; ed è chiamato, con uno scarto tecnologico, “Bandwagon effect”. Ma dal carretto italico ai vagoni del treno a stelle e strisce il concetto è lo stesso. E’ una guerra di numeri. Una sorta di “celhopiùlunghismo” a chi ha un voto in più dell’avversario – anche se sono voti sulla carta, spesso intenzioni flebili come infatuazioni primaverili.

O meglio: sono voti “cristallizzati”, fotografati in un preciso istante. Che spesso non tengono conto delle cose che possono accadere, e cambiare i destini di una campagna all’ultimo momento – come talora è accaduto. C’è insomma ancora speranza per chi apparentemente rincorre, e chi sta apparentemente davanti deve guardarsi le spalle.

Ah, dimenticavo. In letteratura è anche segnalato un effetto opposto, al saltare sul carro del vincitore. È noto come “underdog effect”, traducibile con “andare in soccorso del perdente”. (E in Europa è spesso declinato come effetto “anti-winner“: come voto negativo contro il vincitore annunciato, con insomma una sfumatura di senso contrastivo). Ma non ci dovrebbe essere da preoccuparsi: è un effetto così debole e retrò che non ci crede (quasi) nessuno.

19/03/2008

Il miglior discorso di Obama. Lo dice Internet.

di Antonio Sofi, alle 09:54

Update del 11 novembre 2008
Per chi arriva cercando il (bellissimo) discorso pronunciato da Barack Obama a Chicago la notte della vittoria, rimando a questo post su Spindoc Рcon il video su YouTube integrale, il transcript in inglese e la traduzione in italiano, nonch̩ alcune tag cloud. Buona lettura: Il discorso di Obama. Dalle tag agli alberi.

Ieri su Spindoc Emiliano Germani scriveva del rischio del fattore R (ovvero Religione) per Barack Obama: il riferimento era il rapporto con il discusso pastore nero Jeremiah Wright, autore di una serie di affermazioni (religiose e non solo) potenzialmente imbarazzanti per il senatore dell’Illinois.

Il rischio pare essere stato scavalcato con un colpo da maestro da Obama, che ha prodotto uno speech davvero formidabile, sui temi del razzismo e non solo. Emozionante, e straordinariamente scritto (come e forse meglio di altri suoi discorsi).

Per chi ancora avesse dubbi sul ruolo (e sull’impatto) della Rete su questa campagna USA, basti la messe di segnalazioni del discorso in queste ore: il “miglior discorso della campagna di Obama”, scrive Michael Weiss su Slate, analizzando la fortuna che lo speech sta avendo in Rete. Che peraltro non accenna a fermarsi.

Tanto per capirci uno.
Il giudizio di “miglior dibattito” lo ha dato e confermato la Rete nel suo complesso.
Tanto per capirci due.
Non stiamo parlando di trucchetti da guru, ma di contenuti di qualità sopraffina. Ché i furbetti del famo er viral se lo mettano in testa, e provino a produrre contenuti buoni, invece che sperare nel miracolo del passaparola (che miracolo non è quasi mai).

Altri approfondimenti

  • Qui il testo completo dello speech (via Marc Ambinder e Paferrobyday che titola il suo commento, a scanso di equivoci, “Perché Obama sarebbe un magnifico presidente”)
  • Il testo completo con il video sta anche nel sito di Obama, come al solito accolto dopo viaggio in Rete – anzi direi dopo il beta-testing positivo della Rete: His Own Words
  • Qui l’mp3 da scaricare e conservare.
  • Qui la risposta della Hillary Clinton: “I havent heard it” (via NYT: difficile fare spin su una cosa così, ma insomma).
  • Altri link e riflessioni sull’ambito (da me, per Spindoc) “On The Trail” di oggi, sempre di Paolo Ferrandi. Di cui riporto questo passaggio: «Una volta di più l’innegabile maestria retorica di Obama è stata amplificata dalla distribuzione asincrona della rete. Senza l’aiuto di YouTube i discorsi di Obama sarebbero ridotti a “sound bites” e, visto che sono dannatamente complessi, perderebbero buona parte della loro potenza persuasiva». Che sottoscrivo. E direi anzi: potenza tout court.
  • Update

  • Obama’s Speech (in 50 words or less, or 37 minutes and more?) di Micah Sifry: le tag cloud del discorso di Obama e degli editoriali di risposta del New York Times, Washington Post, Los Angeles Times, Wall Street Journal.
    Obama’s Speech tag cloud (by techprez)
    Obama’s Speech Tag Cloud (by Techprez)
  • Update 2. 17:56 del 20 (potrei andare avanti all’infinito, credo, ad aggiornare questo post, ndr) :)

  • Scott Rosemberg: Obama’s gamble on complexity: «After two terms of an incoherent chief executive and a couple decades of soundbite-driven political culture, it felt anachronistic yet oddly invigorating to settle in and realize that I was in for nearly 40 minutes of a well-constructed speech with a long sweep».

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

17/03/2008

De-lurking Quinta di Copertina

di Antonio Sofi, alle 15:42

Ogni tanto mi ricordo di scrivere qualcosa qui su Quinta di Copertina, podcast tecnologico arrivato alle 373esima puntata (urca), in onda più o meno ogni giorno su Apogeonline.

Quinta di Copertina

Una delle parti più divertenti (per me) è scoprire il modo in cui viene ascoltato, il podcast essendo strumento assai elastico, quasi dolce – davvero aperto a mille usi e modalità di fruizione. C’è chi mi ha rivelato di sentirlo negli spostamenti in autobus o in treno chi in macchina, chi la mattina (ehm, sempre più diciamo la tarda mattina) chi invece la sera prima di addormentarsi (o “per” addormentarsi :), chi come sottofondo in ufficio – con incredibilmente i colleghi che apprezzano.

Ieri LaLui scopre Qdc e mi manda un apprezzatissimo feedback che riproduco con il suo consenso: «mi piace sentire il rumore delle pagine mentre le sfogli, mi piace lo stile retrò, mi ricorda il radio giornale che sentivo quando ero bambina». E allora mi è venuta voglia di aprire un momento de-lurking quasi permanente se il diretùr Sergio me lo permette (e, Sergio, questa cosa delle pagine sfogliate è davvero l’unico vero svantaggio di un eventuale edicola digitale come tu proponi e io appoggio).

Se hai voglia di raccontarmi la tua esperienza con l’ascolto di Quinta di Copertina puoi farlo nei commenti di Apogeo – ma anche via email (antonio.sofi su gmail.com) o nei commenti qui ovviamente.
Per saperne di più su chi ascolta Qdc: e magari come lo ascolta e cosa ne pensa, ovviamente.

Per ascoltare Qdc di oggi “Alla ricerca del Web perduto (nei programmi)”, cliccare la freccia qui sotto, o scaricare l’mp3. Se preferisci c’è il feed rss o il canale iTunes

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

11/03/2008

Vota con tutta la tua forza (sottinteso: per me). Da Zapatero a Beppe Grillo.

di Antonio Sofi, alle 18:29

[il pezzo è uscito oggi su DNews, con il titolo “Se la partecipazione diventa l’arma decisiva” e qui è leggermente modificato]

Votare o non votare, questo è il problema dell’elettorato moderno. E di conseguenza anche dei candidati. Tra antipolitica e disaffezione ideologica, il partito del non-voto diventa uno dei tanti spauracchi della politica del nuovo millennio. Senza distinzione di partito. Da una parte all’altra dell’oceano senza soluzione di continuità.

Tutti cercano di correre ai ripari – di recuperare l’elettore acquiescente, più o meno in letargo: nella speranza che sia solo “morte apparente”. In Spagna ha fatto molto sensazione la serie di spot e manifesti che dicevano “Vota con todas tus fuerzas”. Ovvero, “Vota con tutta la tua forza”. Sottinteso: per il PSOE, il partito socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, che ha molto puntato su questa campagna di comunicazione.

La trama del terzo tra gli spot andati in onda rimarrà probabilmente nella storia come uno dei più belli degli ultimi anni.
(clicca per vedere)

È il giorno delle elezioni. Un giovane ragazzo di città e di simpatie socialiste sale in macchina per andare a prendere l’anziana madre tornata al paese. Vuole accompagnarla al seggio, che è distante 300 chilometri: «Per me il voto è sacro», dice il giovane. Il dubbio che a motivare il ragazzo non sia solo senso civico ma interesse elettorale (ad avere un voto in più per il suo partito) si dissolve nelle ultime battute: la mamma dice chiaramente che voterà PP, ovvero gli avversari del partito popolare! Anzi: cerca anche di convincere il figlio a cambiare idea all’ultimo momento.

Riuscite ad immaginarvi l’analogo spot italiano: con un giovane elettore di Forza Italia che accompagna la madre al seggio, e lei che dice di votare per il Partito Democratico? Difficile.

Eppure l’appello alla partecipazione può diventare un’arma decisiva – più o meno ironica – per recuperare l’elettorato disilluso e distante. La strategia di Zapatero – 48 anni, indole rivoluzionaria e una somiglianza ormai accettata con Mr. Bean, il buffo personaggio interpretato da Rowan Atkinson – ha funzionato (nell’insieme di mille fattori, ovviamente): domenica scorsa ha vinto le elezioni.

Con una maggioranza non assoluta, ma con una affluenza alle urne molto alta: il 75,3% (nel 2004 era stata del 75,7%, ma sull’onda emotiva dei tragici attentati alla metro di Madrid). Una vittoria ancora più significativa se si considera che ha prevalso dopo quattro anni di governo: un caso raro di continuità, in un panorama internazionale che spesso predilige il cambiamento a tutti i costi e premia il nuovo, talvolta a prescindere.

È insomma sempre più importante far andare la gente a votare. Negli Stati Uniti, dove c’è da molto il problema della scarsa partecipazione, hanno addirittura coniato un termine che indica quella comunicazione volta a far muovere la gente di casa il giorno delle elezioni: GOTV, che sta per “Get Out The Vote”. Ovvero: “Tira Fuori il Voto dalle Persone”. Ed ecco che tra le tante pubblicità che dicono “Vota per me!”, ci sono sempre più promemoria più o meno neutri che dicono “Va’ a votare!” (la speranza è poi sempre quella che votino per te).

E in Italia? Ancora pochi sforzi in tal senso. Poco tempo o poca consapevolezza del problema? Chi lo sa. Semplicemente il tema della partecipazione al voto non sembra attualmente nell’agenda. Può essere un errore: Zapatero docet. Intanto sullo sfondo lo spettro di Beppe Grillo: e c’è chi inizia a domandarsi a quale parte politica, i suoi appelli al non voto, toglieranno voti e consensi.

10/03/2008

Negroponte, l’OLPC e le viti in sovrannumero

di Antonio Sofi, alle 19:35

Venerdì mattina nella sala di Lorenzo del comune di Firenze abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con Nicholas Negroponte, tecnologo illustrissimo e precursore, fondatore del MIT Media Lab a Boston e ora imbarcatosi nella avventura (difficile complicata ambiziosa) dell’OLPC (One Laptop Per Child): un laptop “ludico” a basso costo completamente open source e wifizzato, con l’obiettivo di alfabetizzare al computer i paesi in via di sviluppo (e non solo: questo il sito, merita una visita non banale).

L’occasione era l’annuncio dell’accordo raggiunto con il Comune di Firenze (con il tramite appassionato di un energico assessore dalle mille deleghe, Lucia De Siervo) per un centro di competenza chiamato OLPC-Italia, con il comune che si farà anche acquirente di un certo numero di laptop da smistare alle città gemellate – nella logica city-to-city che lo stesso Negroponte dice di preferire su tutte («con i governi è complicato parlare»). L’accordo raggiunto con il Comune è il primo del genere in Italia.

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06/03/2008

Matematica vs Momentum, chi vincerà? (magari lo chiedo a Negroponte)

di Antonio Sofi, alle 12:35

Lo spin matematico e le due americhe democratiche

Hillary vince. Obama non perde. Si rischia di andare per le lunghe. A colpi di spin matematici e ennesime rimonte non impossibili. E alla fine, tra i due litiganti, il terzo potrebbe goderne. Senza merito. Su Spindoc.
(E’ una analisi sui risultati di ieri nel secondo supertuesday delle primarie americane; alcuni interventi che leggo oggi – da parte delle due campagne e da parte degli analisti – mi confortano sulla sensatezza di alcune interpretazione e qui aggiungo: una strategia tutta basata sul math vs momentum forse farà più male che bene ad Obama, ancora è tutto troppo fluido)

Magari lo chiedo a Negroponte. Sì, quel Negroponte, Nicholas. Che sarà a Firenze domani ospite del comune e dell’assessore all’informatica Lucia De Siervo. Si presenterà l’accordo tra amministrazione comunale e il 65enne tecnologo riguardo al piccolo OLPC (One Laptop Per Child) – ne avevamo scritto anche a novembre scorso. Per quello che ne so io Firenze è la prima città italiana che ha deciso di aderire all’iniziativa globale OLPC Give 1 Get 1 (G1G1): in pratica prendi un OLPC e un altro lo regali a chi può servire davvero «ciascun studente italiano che acquisterà un laptop, donerà un altro laptop ad un suo coetaneo di un’ altra città del Sud del mondo». Dovrei esserci anche io, alle 10.00 a Palazzo Vecchio – almeno a credere a quello che mi ha detto l’amico Bellacci. Non so a far che. Come minimo ringrazierò Negroponte per le volte che ho “rubato” senza dirlo le sue idee :)

04/03/2008

La Politica Pop di Walter, Barack e Josè

di Antonio Sofi, alle 23:42

[il pezzo è uscito oggi su DNews, e qui è leggermente modificato]

Cognome e nome: Obama Barack, Veltroni Walter, Zapatero José Luis Rodríguez. Età: rispettivamente 47, 53, 48. Provenienza: Stati Uniti, Italia e Spagna. Segni particolari: candidati premier. Tre politici che per curiosa coincidenza si giocano in questi giorni i rispettivi destini elettorali, tra polemiche e dibattiti in televisione, pullman e manifesti sorridenti.

Un trio portabandiera della sinistra moderna, aperta al cambiamento, ideologicamente scanzonata, che usa i media in modo meno ingessato dei predecessori. Che cerca una immagine più “fresca”, differenziandosi così da una politica tradizionale considerata da molti definitivamente “scaduta”. Ma saranno anche vincenti al voto? Chissà.

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04/03/2008

La notte degli stati viventi. Qualcosa succederà (forse)

di Antonio Sofi, alle 17:08

Un altro Big Tuesday, questa volta decisivo

Una mini guida alla notte di Texas, Ohio, Vermont e Rhode Island, su Spindoc

(la testatina che ho preparato è un po’ lugubre, è vero, ma mi fa ridere, vai a capire. Il divertente è che Hillary è in rimonta sui due big states – Ohio e Texas – e c’è l’eventualità che anche questo big tuesday non dia alcun colpo definitivo. Una tragedia per gli osservatori esterni, cui sembra la solita solfa, un pensiero godurioso per i political addict – come l’ipotesi di un tempo supplementare di una bella partita).

03/03/2008

Nano-nano. Chi ha paura delle nanotecnologie?

di Antonio Sofi, alle 01:20

Nano-nano era il saluto dell’extraterrestre Robin Williams nel telefilm Mork & Mindy (se non vi sovviene, c’è un bel sito devoted to, pieno di qualsiasi cosa). Ma potrebbe anche essere un modo simpatico per riferirsi alle nanotecnologie (vedi la voce introduttiva di Wikipedia – ah, se sei Leonardo Domenici passa pure oltre). Una scienza applicata in formato micrometrico, adattivo e altamente malleabile che segnerà, secondo molti, le più significative introduzioni tecnologiche dei prossimi anni. Sì: l’ho presa alla lontana, ma chiudo velocissimamente lo zoom fino ad arrivare ad un video che illustra le possibili applicazioni future di questa tecnologia, opera del Nokia Research Center in collaborazione con Cambridge Nanoscience Center.


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