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29/09/2007

Leggende fresche di bufala (e viceversa)

di Antonio Sofi, alle 23:55

[Giusto per arricchire il discorso iniziato sulle bufale con questo caso, un piccolo approfondimento uscito su E Polis di ieri, con il titolo “Leggende fresche di bufala” – qui con alcune modifiche e aggiunte. as]

Le leggende urbane sono storie troppo belle per essere vere – scriveva Jan Harold Brunvand, uno dei maggiori esperti mondiali dell’argomento. Ma quando si parla di leggende urbane spunta spesso anche questa massima di Petronio, scrittore satirico vissuto 2000 anni fa: «Mundus vult decipi, ergo decipiatur». Ovvero: il mondo vuole essere ingannato, che lo si inganni dunque. La sapeva lunga Petronio. Ma è che la logica delle leggende urbane è rimasta più o meno immutata anche nell’era digitale: si muove con il passaparola, di bocca in bocca (word of mouth, dicono gli anglosassoni – che ne hanno fatto anche materia di marketing). Al massimo di sito in sito.

Un passaparola che è però oggi anche alimentato da un circuito mediale sempre più affamato di notizie. Avido di storie notiziabili, da raccontare. E se non sono del tutto vere quasi non importa – l’importante è che siano verosimili. Ed è quello che è successo con la storia del pensionato di Cagliari che avrebbe rubato pasta e formaggio in una bottega per poi essere perdonato dal gestore e aiutato da una colletta di quartiere.

Storia non vera, svelata quasi subito da E Polis: non c’è né il pensionato, né la bottega (e la foto era quella di un alimentari di Aosta, trovata su Google). Una bufala, insomma. Troppo bella per essere vera, appunto. Perchè non tutte le leggende urbane sono bufale (ovvero create deliberatamente da qualcuno), ma tutte le bufale devono essere un po’ leggenda.

Ma nel frattempo che montavano i dubbi, la macchina mediatica si era messa in moto – con pagine di giornali, servizi televisivi, take di agenzia, caccia al pensionato e tirate di giacchetta politiche da una parte e dall’altra. La bufala in questione ha tutte le caratteristiche classiche delle leggende urbane.
E’ credibile, con riferimenti cronologici e geografici.
Ha una struttura narrativa ben organizzata: un inizio, uno svolgimento, una conclusione.
Nonché una implicita morale.
E’ rassicurante, anche. Il propellente della diffusione di queste storie è spesso infatti il bisogno di scoprire la propria visione del mondo confermata dai fatti – oltre a sfogare e controllare paure e ansietà, come per le tante leggende che pretendono di prevedere disastri o attentati. Ecco anche perché questa storia è girata (seppur per poco) senza che nessuno (o quasi) si interrogasse sulla sua veridicità. Tutti volevano crederci. Perchè c’erano le condizioni “esterne” (e giornalistiche) per crederci. Ma non solo.

Perché le bufale, per quanto verosimili e ben costruite, si diffondono solo quando, come nel caso del pensionato affamato, sono “la storia giusta al momento giusto”. E riescono, come in questo caso, a sintetizzare narrativamente l’agenda politica dominante (ovvero le difficoltà ad arrivare a fine mese, gli aumenti del costo della vita, ecc).

Ma le bufale corrodono la fiducia del lettore. Ecco perché è cosa buona e giusta se anche il sistema giornalistico nel suo complesso impara a farsi le pulci. Impara cioè a sviluppare “antivirus” interni. Senza aspettare che le bufale le scoprano i lettori. O i blogger che fanno “media-watching” – controllando quotidianamente cosa scrivono i giornali (in Usa non ne lasciano passare una). In questo caso, va detto, la Rete italiana ha aiutato poco: non ha fatto altro che commentare la notizia così com’era, non distinguendosi, nelle prime ore, nemmeno in smentite o aggiornamenti.

Ma la strada è quella giusta: quando tutti (lettori e giornalisti compresi) controllano tutti, la qualità di ciò che si pubblica e si legge sarà inevitabilmente migliore.


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  • Venice Sessions. Il futuro dei media (ma meglio puntare al viceversa)

  • 4 Commenti al post “Leggende fresche di bufala (e viceversa)”

    1. registro di classe
      ottobre 4th, 2007 09:29
      1

      Mundus vult decipi, ergo decipiatur. Petronio

    2. Spillolando
      settembre 30th, 2007 19:47
      2

      Sono d’accordo.

      Spesso, però, si lavora a dei ritmi tali (mi riferisco alle agenzie, che si fanno guerra per un minuto di uscita anticipata) che le verifiche non sono possibili. E’ un limite.

    3. Louis
      ottobre 1st, 2007 11:32
      3

      E un semplice lettore accetta in media la realtà offerta dai giornali.

    4. L.T.
      ottobre 1st, 2007 15:49
      4

      Esiste un problema del controllo delle fonti in tutto il giornalismo mondiale, compreso quello italiano, e non possiamo negarlo.
      Credo che sia un problema essenzialmente legato alla professionalità dei giornalisti.
      I giornalisti continuano ad avere una professionalità approssimativa, un’etica approssimativa, una coscienza della funzione del loro lavoro approssimativa.
      Le cose cambieranno quando sarà abbattuto l’Ordine dei Giornalisti, quando i corsi universitari in giornalismo diventeranno una cosa più seria di quello che sono oggi e quando , infine, ci sarà un ricambio generazionale.
      Ergo le cose non cambieranno mai.

      L.T.

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