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19/10/2006

Reality e videogiochi, lo stesso risvolto della stessa medaglia

di Antonio Sofi, alle 09:44

Ceccherini suqalificato all'Isola dei FamosiSono in sistematico ritardo di alcune segnalazioni (me le segno qui: Giachetti e le rassegne stampa, e il giapponese servo-padrone in Barbagia), ma faccio passar avanti, per amor di tema del mese, una riflessione di Aldo Grasso, il miglior critico televisivo italiano (subito dopo, ma staccato di poco, c’è Dave).

Sui reality show, scrive Aldo Grasso sul Magazine del Corriere della Sera, in edicola oggi, in un articolo dal titolo: “La turbolenza del palinsesto”:

La stessa percezione della realtà è messa in crisi: realtà o reality? Il reality è nato per sancire il definitivo distacco della tv dal mondo dello spettacolo e il suo approdo risolutivo nel mondo della realtà. Prima per andare in tv, bisognava possedere un mestiere, aver fatto gavetta. D’un tratto, invece, è sufficiente esibire il proprio modo di vivere, fingere di essere se stessi. Il reality appare così fastidiosamente ‘vero’ che molti credono che rappresenti la ‘realtà’ e si indignano non poco per le mancate aderenze della vita televisiva alla vita vera. I dabbene si lamentano molto del reality e continuano ad invocare una tv che ci mostri la realtà. Non sanno, o non vogliono sapere, però, che nel mondo alla rovescia (quello scardinato, ritardato, incendiato dai pompieri) l’unica finestra aperta sulla realtà è solo quella dei reality. Nei quali i morti di fama (ex presentatori, ex sportivi, ex attori, ex qualcosa) sia i neofiti dell’esserci tentano disperatamente di uscire dalla ‘fascia grigia’, l’intercapedine che sta tra il mondo dei professionisti e quello dei dilettanti allo sbaraglio, tra le luci della ribalta e l’anonimato della quotidianità.

So non essere il punto di Grasso, che lo riporta per distinguo, eppure mi stupisce ogni volta la prevalenza della chiave interpretativa “produttiva”: c’è qualcuno che astutamente mette in scena dei neofiti o degli ex-qualcosa morti di fama per il popolo bue che spesso crede che sia quella la realtà. E’ il teorema de il-mio-vicino-è-popolo-bue che ha sempre inficiato gli studi sugli effetti dei mass media. A farsi turlupinare (influenzare dalla tv, manipolare dai media) sono sempre gli altri: il mio vicino, indistinte masse beote, la fantomatica gente.
O c’è qualcuno che vuole ammettere pubblicamente, con nome e cognome, di credere che i reality siano la realtà?
Sarebbe una novità assoluta.

I reality sono narrazioni.
Ma narrazioni particolari. Narrazioni (non uso volutamente il termine fiction) partecipative (quasi) come i videogiochi, e che hanno la possibilità di evocare barlumi di autenticità. Autenticità, non realtà. Uno sguardo, una bestemmia (memorabile la faccia di Ceccherini alla squalifica di ieri, all’Isola dei Famosi: uno studente che riceve una nota disciplinare che lo terrà a casa per tre giorni e deve far finta di essere dispiaciuto), un sorriso; paura, attrazione trattenuta (il povero Congedo!), fastidio: tutta la ridda di emozioni che passano per un attimo dagli occhi, e presto scompaiono nella percezione che le telecamere ci sono, da qualche parte.

L’equazione ponderata reality-videogiochi (l’intuizione è di Steven Johnson, nel libro di cui ho già scritto) mi convince sempre di più. Proprio ieri sera partecipavo ad un microfono aperto di Radio Popolare (storico e ben condotto formato che, come la Settimana Enigmistica vanta centinaia di tentativi di imitazione, e in cui di solito gli ascoltatori hanno da insegnare agli esperti che vi partecipano – primo io, ovviamente). Si parlava di videogiochi: lo spunto era l’apertura del Campionato mondiale di videogames a Monza. In alcuni casi la questione evocata era la stessa: realtà-irrealtà. E’ una deformazione atomistica (come chiamarla?) del nostro pensiero: pensare ad un fenomeno come una monade totalizzante. Non considerando che c’è una persona dietro. E allora.
Guardi i reality: sei un beota che non distingue.
Giochi ai videogiochi: sei un asociale che non comunica.

Vai a spiegare che – ogni tanto e quando va e a patto (ovvio) che non si scada nell’addiction – si ha voglia di un intrattenimento diverso: un intrattenimento partecipativo. Una narrazione con l’alea della sorpresa. In cui, in qualche modo, come va a finire non si sa. E, in parte, lo puoi decidere.

Qual è, infatti, il peggior dei difetti di un reality e di un videogioco?
Di un reality, che le regole non siano chiare e rispettate per tutti, che sia taroccato il televoto, che sia troppo “manipolato”. In un frase: che da qualche parte si sia già deciso chi deve vincere, come fosse un film di cui si conosce il finale.
Di un videogioco, che sia troppo facile e non performante.
Lo stesso risvolto della stessa medaglia.

[tags]reality, reality show, videogiochi, media, televisione, Aldo Grasso[/tags]


  • Reality show, gli stage dell’azienda tv
  • I reality show e l’autenticità da frazione di secondo
  • Hillary e Barack, due facce della stessa medaglia (democratica)
  • (Ir)reality show. Il fascino discreto della bugia (e della verità)

  • 4 Commenti al post “Reality e videogiochi, lo stesso risvolto della stessa medaglia”

    1. :: senzavolto ::
      ottobre 19th, 2006 15:28
      1

      bell’articolo spiega che forse liquidare chi segue un reality come semplice telespettatore “bue”, è sbagliato. Riduttivo, quantomeno.

    2. Myriam
      ottobre 19th, 2006 10:21
      2

      Perchè non ipperrality alla Baudrillard? I reality sono un esempio del presunto rapporto tra realtà e la sua rappresentazione mediatica, dove il fatto che possano esistere solo nel momento in cui appaiono in televisione li rende più reali del reale, e non legittima nessuna entità esterna a giudicarli, in quanto non esiste alcun “fuori”. Dice Bauman: “non puoi immaginare il tuo funerale senza assistervi in prima persona, e la domanda se il tuo sguardo renda il tuo funerale una cosa migliore o peggiore non ha senso”

    3. Antonio Sofi
      ottobre 20th, 2006 10:25
      3

      Niente da dire: Baudrillard va proprio alla grande. In questo post e nei commenti di questo (con qualche critica) trovi altri riferimenti – anche all’iperreality… Grazie per il commento :)

    4. Myriam
      ottobre 22nd, 2006 10:41
      4

      Grazie a te della risposta :)

    5. Webgol » Blog Archive » Reality show, gli stage dell’azienda tv
      novembre 1st, 2006 16:32
      5

      […] Ancora i reality show. Ne stiamo scrivendo da un po’. Qualche settimana fa scrivevo (un po’ contestato) che in fin dei conti, i reality show sono narrazioni particolari in cui buona parte di attrattività è da attribuirsi alla possibilità di completamento partecipativo di chi guarda. Una partecipazione cognitiva che scimmiotta quella dei videogiochi. Guardare e completare è una cosa sola: fossi stato io al loro posto (in quella casa, in quell’isola, in quella situazione) mi sarei comportato in un altro modo. Avrei bestemmiato. Gridato. Mangiato con le mani. Provatoci nascosto dalle coperte, o rintuzzato facendo finta di niente, che in amore vince chi scappa. Eccetera. […]

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