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12/10/2006

I reality show e l’autenticità da frazione di secondo

di Antonio Sofi, alle 00:01

Tutto quello che fa male ti fa bene, di Steven JohnsonÈ ormai pratica diffusa prendersela con i programmi televisivi che mettono in scena realtà (più o meno) spontanee. Una continua esibizione di volgarità che esonda anche nei talk show ai margini dei reality: come dimostrano i recenti casi di litigi mandati in onda per amore di share.

I reality sembrano essere la somma perversa di tutti i mali: istigano all’esibizionismo svergognato, indulgono in una rappresentazione stereotipata dei ruoli sociali, propongono modelli d’interazione basati sulla competitività a tutti i costi. Non solo. In linea con la tipica differenziazione dei prodotti di un’economia di mercato, i reality si sono negli anni moltiplicati a dismisura, al fine di toccare le molteplici corde di molteplici pubblici.

E dalla gente comune del primo Grande Fratello, si è passati al coinvolgimento di personaggi più o meno famosi (ovvero il piacere consolante di cogliere il vip di turno nei momenti di sbracata umanità).

Ma i reality sono davvero il prodotto più becero e diseducativo della cultura popolare?

Secondo Steven Johnson – autore di un fortunato libro dal titolo “Tutto quello che fa male ti fa bene” – anche i reality show ci rendono più intelligenti.

Il bello dei reality è che sono simili ai videogiochi. I reality show – spiega Johnson – forniscono l’estrema testimonianza del dominio culturale dei videogiochi in questo momento storico. Così come nei videogiochi, in un reality le dinamiche di gioco non sono mai del tutto prevedibili. C’è una parte di trama, ovviamente – ma le regole dell’interazione tra i partecipanti rispondono all’imprevedibile alea della chimica delle personalità.

E allora il piacere di chi guarda sta insomma nell’osservare altri esseri umani che cercano disperatamente di orientarsi in un contesto in cui non esistono strategie vincenti a priori. Ingrediente chiave, proprio il lavorio più o meno strategico volto a scandagliare le regole del sistema per trovare punti deboli e opportunità.

E chi guarda, poi, partecipa con monologhi interiori del tipo “se fossi stato lì, mi sarei comportato in questo modo”. Monologhi che diventano spesso materiale di conversazione e di discussione. In un certo senso ci costringono a riflettere sui nostri comportamenti e i nostri valori.

Infine. Molti reality si svolgono nelle più artificiali delle ambientazioni e spesso con svolte narrative decise dall’alto, artificiali anch’esse. Ma nonostante questo possiedono – conclude Johnson – sprazzi di autenticità emotiva, cui si deve buona parte del loro successo. Seducente è proprio l’autenticità non filtrata del linguaggio non verbale: l’occhiata rivelatrice, il breve sguardo di incredulità, uno sguardo accigliato rapidamente cancellato dal viso.

Una autenticità effimera, però.
Che di solito svanisce velocemente nella consapevolezza che la telecamera, da qualche parte, c’è.
Una autenticità da frazione di secondo. Che in fondo, però, ci basta – a confronto con le piccole grandi bugie dell’altra tv.

[Il pezzo è stato pubblicato, in forma ridotta, su Il Firenze]

[tags]reality, reality show, Steven Johnson, Tutto quello che fa male ti fa bene[/tags]


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  • 17 Commenti al post “I reality show e l’autenticità da frazione di secondo”

    1. MondoBlog
      ottobre 16th, 2006 11:06
      1

      La mia droga si chiama Tamara Sicurezza a vista – intercettare un keylogger Hardware Un browser nascosto in Windows Xp Reductio ad baffum Photoshop CS2 su Ubuntu in 7 passi Ascoltare i file pdf con Adobe Reader 7.0 I reality show e l’autenticità da frazione di secondo I migliori ristoranti di lusso sono italiani Le nuove incredibili restrizioni della licenza di Vista Non fare l’indiano… lasciami lavorare! USA, astronavi robot per operazioni militari E se un giorno l

    2. Giulio Diletti
      ottobre 12th, 2006 11:37
      2

      A livello cognitivo assimiliamo sempre la verità con la realtà, pensando esse siano la stessa cosa: ma non tutto ciò che è vero è reale e non tutto ciò che è reale è vero. Basterebbe questo assioma per scagionare i reality dal banco degli imputati. I reality non devono necessariamente coincidere con la verità, i reality possono e devono essere anche “fingitori”, narratori di una realtà possibile. A mio parere i reality show, essendo prodotti per la tv, sono già imbrigliati in una logica di ricostruzione, montaggio, di una realtà; fanno l’occhiolino al voyerismo da una parte e alla comunanza di argomenti dall’altra. In fondo stiamo parlando del mezzo di comunicazione di massa in assoluto e di cosa parla la massa quando si incontra se non di valori più o meno condivisi? Non so se vedere i reality faccia diventare più intelligenti (se così fosse lo sapremo tra qualche generazione), una cosa è certa: non è peggio di una rigida e chiusa educazione.
      G.D.

    3. Antonio Sofi
      ottobre 12th, 2006 14:23
      3

      Grazie Giulio per le suggestioni. Il banco degli imputati spesso trasuda di confortanti luoghi comuni. Delle riflessioni di Johnson trovo assai stimolanti le sue intuizioni sull’aspetto di stimolo cognitivo di format come quello dei reality (che sì sono sempre più “montati”, ma la cui logica originaria è mettere una telecamera e vedere 24 ore 24 senza intermediazioni). A queste vi aggiungerei che, volenti o nolenti, funzionano come luogo di scambio di opinioni sui comportamenti sociali: te cosa avresti fatto? ecc. ecc. – che evidentemente servono sempre di più in un contesto fatto di comunità sociali e amicali sempre più frammentate. :)

    4. Ernesto Siciliano
      ottobre 12th, 2006 22:21
      4

      Sono sincero: la tesi che i reality possano essere una fonte di autoanalisi dei nostri comportamenti sociali, mi sembra davvero una forzatura eccessiva!

      Il reality nasce cmq nel segno di una marcata mediazione autoriale, secondo la logica della fiction di “creazione di un mondo possibile”, perchè ricostruisce una parvenza di realtà in forma di gioco secondo le leggi codificate della scrittura televisiva.

      Troppo spesso si confonde il concetto di reality show (lo dice la parola show!) con quello di real tv, che registra episodi reali senza filtri linguistici sofisticati , secondo la prassi statunitense “No script, no actors, no editing”.

      Insomma, sono molto perplesso e dissento: credo che il signor Steve Johnson si sia masturbato cerebralmente.

      Non riesco a capire perchè alcuni intellettuali si ostinano ad arrampicarsi sugli specchi, attribuendo un valore didattico ed educativo a forme di spettacolo che non sono tenute a svolgere la funzione di agenzie educative!

    5. Antonio Sofi
      ottobre 13th, 2006 08:40
      5

      Caro Ernesto, la sincerità è sempre benvenuta qui. Lungi da me fare il difensore dei reality (ognuno si fa la propria opinione), trovo che, da “culturalista” sui mass media, spesso vi sia un luogo comune strisciante (e deleterio) che recita la televisione-fa-male-a-prescindere. Sui reality sho, poi, l’alzata di scudi è pressocchè generalizzata: e questo qualche dubbio me lo fa venire. Venendo a Johnson (nemmeno di lui mi faccio difensore ad oltranza, peraltro il suo libro sta lì e parla per sè, al di là della mia inevitabilmente riduttiva sintesi) e ai tuoi punti, penso che vi sia un fraintendimento: non stiamo parlando di “realtà” ma di “autenticità” (peraltro fugace), e sopratutto non di agenzia educativa (per carità) o di valore didattico – ma cognitivo. I reality show (così come i videogiochi, così come la nuova generazione di telefilm dalla trama stratificata e articolata) obbligano chi li vede (o li gioca) ad un impegno cognitivo molto più significativo non solo di quanto si pensi, ma anche del passato (o di altre forme di intrattenimento). Mettendo in scena una rappresentazione più o meno autentica di socialità forzata, costringono a riflettere sui modelli di comportamento – perchè ci si comporta così, cosa avrei fatto al posto suo, guarda come mente, il doppio gioco, ecc. ecc. Come spiegheresti altrimenti alcuni successi? Con il semplice voyeurismo pruriginoso? Mi convince poco… Grazie per il commento… :)

    6. silvia
      ottobre 13th, 2006 10:07
      6

      mi faccio spesso domande televisive e interrogandomi soprattutto sulle pupe e i secchioni ho capito che quando si parla di tv non si parla di realtà ma di una finestra sulla realtà, esattamente come accade in un film anche nei programmi tv reality compresi c’è un punto di vista, un mondo da rappresentare, la realtà viene così messa a servizio del messaggio. Il reality funziona se gli autori creano dinamiche sociali interessanti per gli spettatori e qui sono d’accordo il reality fa riflettere sui comportamenti. ma la realtà è filtrata questo sì

    7. Morgan
      ottobre 13th, 2006 12:52
      7

      Questa televisione mi annoia. Avete presente Arté francotedesca… altro pianeta…

    8. enrico
      ottobre 13th, 2006 16:20
      8

      la domanda probabilmente è questa: che cosa ha fatto si che milioni di telespettatori decidano di seguire un reality show. La questione non è quanto idiota sia un prodotto televisivo. Ci sono autori intelligenti alle prese con inutili idiozie. Eppure un reality come la pupa e il secchione funzionano: se ne deduce che da qualche parte c’è un bisogno, e che contenuti come i reality a questo bisogno rispondano. Altro è domandarsi se possano rispondere in modo adeguato. Ma d’altra parte nel momento in cui si definisca un bisogno di reality, evidentemente c’è qualcosa di guasto da qualche parte. Direbbe qualcuno “c’è del marcio nella televisione”. Ma siamo sicuri che sia la televisione ad essere marcia: oppure marcio è il diffuso bisogno di surrugati di realtà che aiutino a selezionare comportamenti e orientamenti all’interno di una realtà complessa. Che cosa poteva esserci di bello e colto, di utile e funzionale nel circo dei gladiatori? Eppure accorrevano, applaudivano, una funzione sociale il circo la svolgeva.
      Probabilmente l’interrogativo potrebbe essere allora questo: quale è la funzione che un reality svolge dentro la società del post-spettacolo? Il consumo televisivo passivo, sul modello utente/consumatore decerebrato non credo possa essere applicato alla televisione, e forse a nessun tipo di spettacolo contemporaneo. Si cerca qualcosa, si trova evidentemente qualcosa, e si assimila qualcosa.
      Il reality, in una delle tante sue declinazioni (o perversioni) svolge evidentemente una funzione, probabilmente sostitutiva più che orientativa. E forse, concludendo, potremmo sposare la posizione (seppur datata) di Jean Baudrillard, quando parlava di pornografizzazione della società. Il reality svolge quella che potremmo definire una funzione sostitutiva di carattere orfico scopica.

    9. mario sani
      ottobre 14th, 2006 12:40
      9

      quella della “pornografizzazione della società” è una tesi talmente degradata e di comodo che si usa ormai solo per evitare di pensare (e baudrillard, come prima di lui debord e i francofortesi, andrebbero rubricati nella categoria dei sociologi del proprio moralismo antiplebeo – malamente sorretto da concettualità fruste come quella di autentico o un rapporto verità-immagine addirittura ottocentesco). la lettura di SJ è un piccolo e senza pretese refolo d’aria fresca in questo polveroso recesso che è il luogo comune de sinistra, tanto altezzoso quanto del tutto illetterato (almeno un Eco degli anni ’60 si dovrebbe averlo letto, non dico tanto, e certi luoghi comuni sulla ricezione si lascerebbero da parte)

    10. Antonio Sofi
      ottobre 17th, 2006 09:48
      10

      Non mi addentro nelle teorie di baudrillard (lo fa Enrico nel post seguente. è un punto di vista che non condivido del tutto, ma il bello di questo misero blogghino è accogliere i molteplici punti di vista per raccontare un fenomeno.

      Stante il mio pensiero molto più vicino all’impostazione di Johnson (che peraltro ha illustri “influenzatori” negli studi sugli effetti dei media), segnalo, come curiosità, un passaggio del libro succitato in cui (piccolo lapsus?) fa balenare la chiave della pornografia. Pag. 87, parlando della frazione di secondo di autenticità dei reality show:

      “Ammetto che c’è qualcosa di perverso in quei momenti, qualcosa che assomiglia al fremito che la pornografia usava provocare prima di diventare un’industria da miliardi di dollari: ciò che elettrizza è la sensazione che l’avvenimento stia accadendo davvero.”

    11. Anna
      ottobre 17th, 2006 18:04
      11

      Fatto sta che tutti questi commenti mi sono dserviti per poter ampliare il mio pensiero pi da esporre alla mia prof durante il compito……

    12. Antonio Sofi
      ottobre 17th, 2006 20:49
      12

      beh, è un piacere essere utili a qualcosa

    13. Webgol » Blog Archive » Reality e videogiochi, lo stesso risvolto della stessa medaglia
      ottobre 19th, 2006 09:44
      13

      […] L’equazione ponderata reality-videogiochi (l’intuizione è di Steven Johnson, nel libro di cui ho già scritto) mi convince sempre di più. Proprio ieri sera partecipavo ad un microfono aperto di Radio Popolare (storico e ben condotto formato che, come la Settimana Enigmistica vanta centinaia di tentativi di imitazione, e in cui di solito gli ascoltatori hanno da insegnare agli esperti che vi partecipano – primo io, ovviamente). Si parlava di videogiochi: lo spunto era l’apertura del Campionato mondiale di videogames a Monza. In alcuni casi la questione evocata era la stessa: realtà-irrealtà. E’ una deformazione atomistica (come chiamarla?) del nostro pensiero: pensare ad un fenomeno come una monade totalizzante. Non considerando che c’è una persona dietro. E allora. Guardi i reality: sei un beota che non distingue. Giochi ai videogiochi: sei un asociale che non comunica. […]

    14. Webgol » Blog Archive » Reality show, gli stage dell’azienda tv
      ottobre 30th, 2006 22:12
      14

      […] Ancora i reality show. Ne stiamo scrivendo da un po’. Qualche settimana fa scrivevo (un po’ contestato) che in fin dei conti, i reality show sono narrazioni particolari in cui buona parte di attrattività è da attribuirsi alla possibilità di completamento partecipativo di chi guarda. Una partecipazione cognitiva che scimmiotta quella dei videogiochi. Guardare e completare è una cosa sola: fossi stato io al loro posto (in quella casa, in quell’isola, in quella situazione) mi sarei comportato in un altro modo. Avrei bestemmiato. Gridato. Mangiato con le mani. Provatoci nascosto dalle coperte, o rintuzzato facendo finta di niente, che in amore vince chi scappa. Eccetera. […]

    15. luca tosi
      novembre 23rd, 2009 23:41
      15

      veramente grandioso….ti stimo….e la cosa piu giusta che potessi dire!!…6 un grande!!

    16. sara
      aprile 8th, 2010 18:46
      16

      i reality show che fanno in tv sn carini ma nn spettacolari!cmq io li segue ma sl quando ho tempo!nn sn una fanatica!baci!XD

    17. nXm: i caratteri ricorrenti (5) – fornire ruoli ed obiettivi diversificati al proprio pubblico « CrossmediaPeppers
      gennaio 9th, 2011 23:47
      17

      […] reality show, primo fra tutti il Grande Fratello, sono in un certo senso la conseguenza estrema, in ambito […]

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