Sono in sistematico ritardo di alcune segnalazioni (me le segno qui: Giachetti e le rassegne stampa, e il giapponese servo-padrone in Barbagia), ma faccio passar avanti, per amor di tema del mese, una riflessione di Aldo Grasso, il miglior critico televisivo italiano (subito dopo, ma staccato di poco, c’è Dave).
Sui reality show, scrive Aldo Grasso sul Magazine del Corriere della Sera, in edicola oggi, in un articolo dal titolo: “La turbolenza del palinsesto”:
La stessa percezione della realtà è messa in crisi: realtà o reality? Il reality è nato per sancire il definitivo distacco della tv dal mondo dello spettacolo e il suo approdo risolutivo nel mondo della realtà . Prima per andare in tv, bisognava possedere un mestiere, aver fatto gavetta. D’un tratto, invece, è sufficiente esibire il proprio modo di vivere, fingere di essere se stessi. Il reality appare così fastidiosamente ‘vero’ che molti credono che rappresenti la ‘realtà ’ e si indignano non poco per le mancate aderenze della vita televisiva alla vita vera. I dabbene si lamentano molto del reality e continuano ad invocare una tv che ci mostri la realtà . Non sanno, o non vogliono sapere, però, che nel mondo alla rovescia (quello scardinato, ritardato, incendiato dai pompieri) l’unica finestra aperta sulla realtà è solo quella dei reality. Nei quali i morti di fama (ex presentatori, ex sportivi, ex attori, ex qualcosa) sia i neofiti dell’esserci tentano disperatamente di uscire dalla ‘fascia grigia’, l’intercapedine che sta tra il mondo dei professionisti e quello dei dilettanti allo sbaraglio, tra le luci della ribalta e l’anonimato della quotidianità .
So non essere il punto di Grasso, che lo riporta per distinguo, eppure mi stupisce ogni volta la prevalenza della chiave interpretativa “produttiva”: c’è qualcuno che astutamente mette in scena dei neofiti o degli ex-qualcosa morti di fama per il popolo bue che spesso crede che sia quella la realtà . E’ il teorema de il-mio-vicino-è-popolo-bue che ha sempre inficiato gli studi sugli effetti dei mass media.
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