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31/07/2006

Mamuthones. Sangue, sudore e campane.

di Enrico Bianda, alle 07:25

[foto di Enrico Bianda]
mamuthonesLa fatica risuona di campane percosse da un osso di pecora. Con salti mossi e ordinati, a coppie in un corteo spaventoso, fatto di maschere e occhi scuri, pelo di montone e gesti autoritari. I mamuthones si muovono all’unisono, saltano insieme, diretti con orgoglio da un issokadore che si muove attraverso le bestie-uomo con circospezione, come un domatore, attento a non distrarsi mostrandosi al contempo coraggioso.
Sono usciti verso le 3 del pomeriggio, dopo la vestizione, chiusi nelle stanze della vecchia casa padronale nel centro del paese. Dal cortile si leva il fumo del fuoco pubblico. Uno dei tanti che da ieri sera illumina le strade di Mamoiada.

E’ un rito che precede il carnevale. Ma non credo si possa dire che appartenga al carnevale. E’ il 17 gennaio. San Antonio, da sempre forse, è la sera dei mamuthones. Dovrebbe essere l’unica notte, preceduta dai fuochi che restano accesi, in enormi falò, dalla sera prima, mangiando fave e lardo e bevendo vino rosso.

“Un bicchiere di vino?”
E’ passato da poco mezzogiorno, e non me la sento di dire di no. E’ il primo bicchiere, forse di molti. La cantina è umida e densa, come il cannonau che bevo da un piccolo bicchiere di plastica bianca. Rimane impressa l’ombra del vino sulle pareti del bicchiere. Un vino forte, saranno 14 o 15 gradi. Il pomeriggio si annuncia nella luce grigia di una bella giornata invernale. Ci spostiamo dalla cantina ad un cortile. Veniamo accolti da un profumo intenso, di fuoco e vapore. E’ il gas del forno da campo. Acceso sotto una pentola ampia piena d’acqua che bolle. La guarda un uomo alto, dalle mani macchiate di sangue. Un sorriso beffardo e allegro chiuso da due baffi grigi da attore romantico. Occhi azzurri e cappello di lana da marinaio. Si abbassa e prende dall’acqua una sacca grigia, morbida che fugge dalle mani. Un pallone peloso, una sacca di tessuto naturale.
“E’ lo stomaco della pecora…”
“Ah!”

mamuthonesE’ pronto. Mi avvicino al fuoco e guardo mentre con le mani il cuoco prova la resistenza dello stomaco. Della pecora.
Con un coltello a serramanico apre. Un’apertura da cui sgorga un liquido rosso scuro. Sangue. Il mio primo sanguinaccio.
Sgorga a fiotti in un catino di plastica.
Sangue cotto nello stomaco della pecora. Condito con timo e menta, cipolla e formaggio. E pane carasau sbriciolato. Tutto dentro la sacca. Per chi come noi è abituato al lampredotto quello è il meno. Il sangue va mangiato in fretta. Liquido rosso caldo fumante speziato. Non pensavo restasse così liquido: lo mangio bagnando il pane, che mi cola le mani le dita i polsi la giacca.
Entra un gruppo guidato da un giovane del posto. Sono tre registi americani. Los Angeles. Girano un documentario.
“What’s this?”, chiede lei, chiusa in un elegante piumino verde, occhiali da sole, capelli lunghi e occhi mediorientali.
“Blood”, le risponde con una risata l’altro.

Rito e appartenenza. Credenza e rispetto. Rigore e trasporto. E’ tutto questo che sale, si alimenta di fronte ad un fuoco fatto di ceppi e radici di terra. Lapilli e cenere che volano nel cortile, un sorso alla grappa ed una fiammata violenta e improvvisa che riscalda come una risata.
Suona un organetto diatonico, un ballo una canzone da ballare. Intanto le pelli di montone arrivano portate dagli uomini, con le campane e le maschere. Ognuno la sua, nera, di legno di pero, con la bocca aperta che forse è il muso della pecora.

In un garage appena fuori la casa un cadavere scuoiato, la testa in un gancio e il sangue rappreso a terra.

La processione di giovani e anziani che si annunciano nel cortile con un fischio, un accenno appena. Passano con un sorriso verso il fuoco e l’organetto. La vestizione si avvicina. La tensione si percepisce nell’attesa di un ritardatario. E i ragazzini, i bambini, che imparano a vestirsi. Usciranno per primi loro, tre quattro anni appena bardati con pelliccia e campane.
Uomo e donna, bestia e domatore, selvaggio e addomesticato. Il dualismo attraversa il costume, nella maschera che svela solo occhi appuntiti, nel fazzoletto che chiude il cappello, nella pelliccia nera pesante, nelle campane, tante, strette attorno al corpo, con cinghie che strappano il respiro. Sulla schiena, pesanti, per saltare e rendere un suono omogeneo, un colpo di frusta, all’unisono, in un corteo attraverso il paese, nel pomeriggio che va nella sera fredda.

mamuthonesSedici fuochi nelle strade di Mamoiada. La gente, i dolci e i mamuthones stremati, via la maschera, il sudore sotto il cappello. Fino a sera, fino al buio illuminato dalla scintille dei fuochi alimentati dal sughero.
Si finirà dove si era partiti, attorno al fuoco con un ultimo strappo alla fatica, guidati da un issokadore determinato a sfiancare le bestie. Lui è l’uomo. Guida e dirige i mamuthones in una danza ritmata nel salto, senza musica, solo colpi martellanti di campane.
Campane. Campane. Campane.

(per vedere le altre foto: flickr/mamuthones)


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  • 10 Commenti al post “Mamuthones. Sangue, sudore e campane.”

    1. Copertine cd audio download
      ottobre 30th, 2006 12:55
      1

      Original post: Mamuthones. Sangue, sudore e campane. by at Google Blog Search: coppie campane Pages: Start

    2. Altri occhi
      maggio 12th, 2007 19:13
      2

      e avere la fortuna di sentire da lui della storia di quella Lituania passata attraverso il restringimento della sua clessidra, per la narrazione dei nuovi Peasi membri dell’Unione Europea. Condividendo poi una parte di me con il suo percorso personale, sento ancor più forte la perdita che oggi, dopo poche briciole di cui questa pseudo università ci ha permesso di godere – ma di cui non ha saputo comprendere il valore -, la

    3. Catalepton
      luglio 23rd, 2008 17:58
      3

      *    *    * La foto di mamuthones mastrucati è diEnrico Bianda(Mamoiada, 16 gennaio 2006).

    4. PlacidaSignora
      luglio 31st, 2006 14:13
      4

      Estremamente affascinante, anche inquietante; dimentichi che sono uomini quando li vedi. Quasi un’ipnosi

    5. eva
      agosto 10th, 2006 01:21
      5

      molto suggestivo, ma l’interpretazione è superata dalla ricerca
      ovvero, si tratta di una rappresentazione a uso del turista
      pare che in passato i campanacci fossero delle ossa tintinnanti (vedi accabadoras)

    6. enrico
      agosto 10th, 2006 09:42
      6

      a dire il vero i gruppi sono due. Uno tra questi effettivamente viene spesso accusato di proporsi unicamente in funzione del consumo turistico, accettando anche di esibirsi fuori da Mamoiada: inoltre la cerimonia della vestizione per questo gruppo è pubblica, di piazza, mentre per l’altro, resta privata, senza alcuna possibilità di accedervi.
      Qualche concessione probabilmente viene fatta, sopratutto in nome della spettacolarizzazione, come ad esempio la maschera bianca degli issokadores, che per alcuni non appartiene al costume ma sarebbe stata introdotta successivamente. Di fatto sulla genuinità della manifestazione vi sono dei malumori. Ciò non toglie nulla alla potenza della “danza”, del costume e della ritualità. Di quale ricerca parla?

    7. Bakis
      agosto 10th, 2006 20:27
      7

      (ci sono ancora le ossa dentro i campanacci – come testimonia il filmato ;-)

    8. enrico
      agosto 11th, 2006 09:34
      8

      “La fatica risuona di campane percosse da un osso di pecora.”

    9. Francesco
      marzo 3rd, 2007 23:37
      9

      Lasciate perdere.. la maschera dell’issocadore c’era eccome, andate a chiederlo ai vecchi issohadores e a chi è stato vicino alla sfilata da tempo. E che in ogni gregge c’è la pecora nera che vorrebbe turbare lìanimo della splendida gente di mamoiada.
      Francesco

    10. Antonio
      agosto 5th, 2007 23:17
      10

      Volete sapere tutto sui mammutones ma proprio tutto tutto? non avete che da cliccare sul bellissimo sito http://www.mamoiada.org una esauriente spiegazione oltre che genuina e vera è fatta anche con conoscenza e scientificità.

    11. Franco Desogus
      ottobre 16th, 2007 22:25
      11

      E’ davvero splendido, completo i sito segnalato dall’amico Antonio del portale di Mammoiada (http:www.mamoiada.org). Complimenti ai Mamoiadini, alla loro storia, allo loro cultura. Meravigliosi.
      Franco Desogus

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