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15/11/2005

Polli in batteria

di Enrico Bianda, alle 09:53

Alcune – poche – riflessioni su quanto accade a Parigi.

I moti di Parigi ci inducono a recuperare categorie che credevamo dimenticate. Ci rimandano al ’68, al maggio dei film, degli scontri e della fantasia celebrata e problematizzata – Bertolucci e Garrel, ieri e oggi, in una dissolvenza incrociata, i ricordi dei seminari di Gilles Deleuze, ricordati da Gnoli su Repubblica, proprio nei giorni in cui Derive e Approdi manda in libreria, a 10 anni dalla tragica scomparsa del maestro francese un dvd che ne ripercorre le tappe, gli interrogativi, l’eredità. O al nostro ‘77, più politico e meno utopico, e poi all’Argentina di qualche anno fa con le pentole battute nelle strade, e a tanto altro, e finiscono per ripercorrere e azzerare quello che sappiamo sulle nostre città, e mostrano una miopia rara nell’esercizio del potere repressivo, che annulla una tradizione di confronto e integrazione che avevano fatto della Francia un laboratorio cui guardare con ammirazione.
In questo caso, però, non credo che richiamare in causa il Maggio sia opportuno.

Intanto les banlieues restano luoghi alterati di vivibilità e confronto, luoghi forti di disagio, dove la dissoluzione dei legami comunitari si traduce in rinnovate fratellanze del disordine, all’interno delle quali probabilmente si esercita l’equivoco del diritto alle forme della comunicazione urbana.
Questa storia dei moti delle città, delle periferie, mi pare che si apra ad una serie di argomenti sui quali ci siamo spesso soffermati. E le discussioni che proprio in questi giorni animano più di una tavola mi spingono ad allargare la riflessione e a provare a lanciare qualche sassolino nello stagno, per vedere che cosa succede.

Confermo che la questione della sintonia tra moti banlieusard e ’68 parigino non tiene.

Non tiene perché siamo di fronte ad altri individui, cresciuti in modo diverso, con un diverso processo di formazione accademica. Se attorno al Maggio crescevano moti legati anche e soprattutto alla dimensione universitaria, in una congiunzione fortunata – almeno in Italia – tra classe operaia e classi agiate, o con l’accesso all’istruzione superiore, qui siamo di fronte ad altre categorie sociali, ad altri bisogni e ad altri desideri, che si esprimono in modo forse, e sottolineo forse, simile.
Ma andiamo con ordine, tre osservazioni.

La prima osservazione è che questi moti qualcosa di positivo ci dicono, e ci dicono al tempo stesso qualcosa anche delle nostre periferie. A Parigi, e a Lione, si parla a qualcuno, si sceglie di avere un interlocutore forte, si individua un interlocutore nello Stato, che è uno Stato forte che ha segnato la sua presenza/assenza su di un territorio.
Quindi, provocatoriamente, quella francese è un risposta ad una mancanza dello Stato che ci sembra mostri – pur nel suo manifestarsi violento – una consapevolezza dello Stato che altrove manca.
Se vogliamo, riducendo la questione ad una battuta, a Parigi si chiede lo Stato, a Scampia, se lo Stato si affaccia, lo scacciano. Resta il fatto che in entrambe le situazioni alla base c’è una mancanza di Stato. Da una parte si richiama la sua attenzione, dall’altra si fa di tutto per restare invisibili.
Da una parte si sceglie – con la violenza – di chiedere allo Stato di essere riconosciuti come cittadini, dall’altra, si sceglie la via forse più semplice di apparati di potere alternativi.

La seconda osservazione riguarda la questione dello spazio urbano, delle condizioni di vita ed in generale delle scelte urbanistiche delle amministrazioni.
Che cosa si è costruito in questi decenni? In quale misura l’organizzazione delle periferie così come è stata concepita ha prodotto, o ha contribuito a produrre, questa risposta, questa violenza?
L’equazione pare fin troppo scontata, e ci porta a rivalutare la posizione di coloro che hanno detto che da noi è solo questione di tempo. Le condizioni delle nostre periferie non sono diverse da quelle francesi, così come non sono diverse da quelle tedesche, per esempio.
Che differenza c’è, allora, tra Germania e Francia? Perché Berlino no e Parigi sì? In realtà, proprio mentre scrivo, ad Atene così come a Rotterdam, gli scontri si sono accesi, e pure a Bologna minacciano di scendere nelle strade. Ma la differenza probabilmente risiede proprio nella diversa percezione che gli individui hanno nei confronti dello Stato e il diverso grado di consapevolezza del grado di cittadinanza raggiunta.
Di nuovo, provocatoriamente, lo scontro pubblico, tra soggetti più o meno riconoscibili, che si è consumato a Parigi e nelle altre città francesi, ci dice che a differenza delle periferie di Berlino o di Amburgo, quella francese è una lotta tra cittadini (che rivendicano diritti) e lo Stato. Proprio perché quelle periferie, come si è detto più volte, sono abitate in larga misura da francesi. Persone che con rabbia rivendicano la loro appartenenza, i loro diritti legittimi e naturali: scuola, servizi, dignità e sicurezza.
Altrove la percezione è quella di uno Stato cui si deve qualcosa per il solo fatto di esserci, di poter soggiornare. I diritti verranno. E penso ad esempio alle comunità di turchi che da decenni lavorano e vivono in Germania, dove lo statuto di cittadino non è ancora stato raggiunto, quantomeno nella dimensione del senso di appartenenza ad una comunità.

Terza ed ultima osservazione, che riprendo in verità da un’intervista a Jean-Loup Amselle, antropologo francese pubblicato in Italia da Bollati e Boringhieri. Quella francese è un’esperienza di presa di coscienza di una comunità nuova, che è il risultato di una sintesi tra varie comunità legate ai processi di immigrazione dalle ex colonie.
Quelli della banlieue francese sono i figli degli immigrati delle Antille, di Guadalupa, del Maghreb, dell’Africa Subsahariana e di altri luoghi appartenenti in passato alla galassia delle colonie.
Si sono uniti, dando vita a quella che è una vera e propria comunità che esprime un sentimento di appartenenza ed un sistema di rivendicazioni.
Per Amselle si tratta di una comunità nazionale nera, che esprime una sorta di orgoglio black, proprio come accadeva a Watts o a Detroit negli anni sessanta. Riots li chiamavamo allora, molto simili a questi francesi.

Quindi un territorio cresciuto male su progetti sbagliati (e dovremmo provare a confrontarci sull’opportunità di progetti come quello del sistema dei poli di Roma…) che ha contribuito a sviluppare una comunità che legge nello Stato l’interlocutore, il soggetto al quale rivolgersi rivendicando diritti troppo a lungo negati. Le forme della violenza, in quanto tale, sono sbagliate, ma sono forme che, a mio parere, sono legate appunto alla dimensione di consapevolezza che si è diffusa. A questo corrisponde una sorta di organizzazione quasi professionale dello scontro.
Molto poco spontanea. Anzi. E questo, soprattutto alla luce del fenomeno imitativo cui assistiamo in queste ore, fa un po’ paura.


  • «Il secondo impegno della giornata, a quanto pareva, era ammazzare il maiale»
  • I Beatles flashati, i Metallica pure
  • La realtà è remixabile. Ovvero per chi suona la batteria?
  • Carsiche memorie

  • 6 Commenti al post “Polli in batteria”

    1. Carlo Felice
      novembre 16th, 2005 01:20
      1

      Bel lavoro, chapeau!

    2. barbara
      novembre 16th, 2005 14:15
      2

      Ciao Enrico … bravo!Molto.
      Ti leggo sempre con piacere.

    3. barbara
      novembre 16th, 2005 14:15
      3

      Ciao Enrico … bravo!Molto.
      Ti leggo sempre con piacere.

    4. BALL LIEU
      novembre 16th, 2005 21:06
      4

      Suggerisco una lettura di un altro grande filosofo francese recentemente scomparso: Jacques Derrida e le sue “Politiche dell’amicizia”. Credo che più di Deleuze, abbia anticipato quello che sta succedendo quando parla di costante e pericolosa “hostipitalité”, ospitalità e ostitlità latente in ogni forma di amicizia e solidarietà. Non si tratta cioè soltanto di stretta sociologia e di codizioni legate al mercato del lavoro, ma anche di antropologia culturale e pensiero condiviso e non mi stupisce affatto che sia proprio la Francia decisamente più avanti della provinciale Italia, incapace di guardare seriamente alla propria cultura dominante, a hospitare questa piccola ribellione..

    5. antonio
      novembre 17th, 2005 12:18
      5

      Concordo su Derrida e la sua “hostipitalité”, ottimo “link”. è una chiave di lettura che certo non esaurisce, ma aiuta a capire molto. Sempre più mi vado convincendo (fatto, apparentemente paradossale perchè si serve della violenza), e vi faceva anche riferimento enrico, che qualcosa di positivo questi avvenimenti ci dicono. Paradossalmente e provocatoriamente, appunto. Grazie per la suggestione.

    6. inopera
      marzo 30th, 2006 19:44
      6

      A Berlino gli scontri non ci sono perchè il costo della vita è sostenibile. In pratica puoi viverci con 500 euro al mese, con dignità, andando al cinema, al teatro, ai concerti ecc.ecc.ecc.

      A Parigi è possibile? In Italia è possibile?

      Allora, nel momento in cui si chiede una più facile “mobilità” sul lavoro, senza dare nulla in cambio, anzi, togliendo senza un dialogo, una proposta alternativa, una soluzione studiata nuova e non copiata qua e là da provvedimenti già vecchi di suo, ecco che si crea tensione, scontri, si manifesta in questa maniera perchè si ha la sensazione di non avere più una alternativa valida, perchè si è esasperati, perchè non è possibile che il governo eletto dai cittadini si ritorce sempre e comunque prima su di loro…..si arriva agli scontri.

      è dura. difficile e drammatica la situazione.

      facile condannare, o criticare. sarebbe da capire, riflettere. Invece ci si approccia sempre più con etichette mute e sorde a questi problemi.

      lo stato manganella…gli altri tirano pietre.

      e poi? il più forte prevale….e la rabia monta, monta sempre più !!!

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