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Post scritti nel novembre, 2005

30/11/2005

Storni

di Antonio Sofi, alle 09:56

Per coloro che gli storni non possono vederli di persona, un breve ma suggestivo filmato che Santa Di Pierro (grazie!) ha regalato a webgol.

Video del volo degli storni, clicca per scaricare il video

mpeg Clicca sull’immagine per scaricare il video (serve real player). 23 sec., 1,1 mega.

29/11/2005

«Il secondo impegno della giornata, a quanto pareva, era ammazzare il maiale»

di Webgol, alle 10:18

crumley_unaverafollia2.jpgLuca Conti, traduttore di Lansdale, Crumley e Leonard per Einaudi, di Wright Morris e James Sallis per Giano, immeritato amico di questo modesto blog, dopo averci “regalato”, a giugno dell’anno scorso, in anteprima assoluta, un passo tratto da La sottile linea scura, splendido romanzo di Landsdale in uscita, questa volta ci passa, in omaggio al tema bestie che stiamo cercando di declinare in questi giorni, un eccezionale quanto insopportabile passo tratto da Una vera follia, ultima sua fatica di traduzione per Einaudi.
The right Madness, è il titolo originale del romanzo di James Crumley. Un macello da brividi, e, per
simpatia il pensiero va alle insostenibili poesie di Ivano Ferrari, di cui Enrico scriveva un po’ di tempo fa.

Buona lettura, e grazie a Luca.

Da «Una vera follia» (The Right Madness), di James Crumley, Einaudi Stile Libero, 2005
[Traduzione di Luca Conti]

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27/11/2005

Storni, artisti del cielo

di Antonio Sofi, alle 22:34

[La foto di Manuel Presti, vincitrice del concorso Wildlife Photographer of the Year]
La foto di Manuel Presti, vincitrice del Wildlife Photographer of the Year

In tanti anni passati a Roma, mi sono sempre chiesto il motivo delle ardite eccezionali figure geometriche messe in aerea scena degli stormi degli storni. Quel caotico e ordinatissimo nero, tanti piccoli puntini che diventano massa collosa nel cielo limpido che ogni tanto Roma ti regala, una danza fulminea sopra le antiche rovine, i tetti tempestati di antenne, tutte quelle energie globulari sperperate nel vento morbido che soffia sulla capitale.

Quel caotico e ordinatissimo nero, che Italo Calvino, in Palomar, descrive così:

Questo corpo in movimento composto da centinaia e centinaia di corpi staccati ms il cui insieme costituisce un oggetto unitario, come una nuvola o una colonna di fumo o uno zampillo

Devo la citazione a Paolo Rumiz, che prende a pretesto la vittoria del fotografo italiano Manuel Presti ad un concorso indetto dal British Museum (Wildlife Photographer of the Year) per raccontare, su l’inserto domenicale de La Repubblica, la storia di questi uccelli bizzarri, questi tanti che diventano un unico impressionante animale nero che si agita.

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25/11/2005

Il salto della bestia

di Mauro Gasparini, alle 11:04

Help! photo di A. SofiLa scala vista dal basso sembrava conficcata nel cielo, una scheggia d’acciaio incastrata in una lastra di ematite. In lontananza, qualche divinità poco propensa ad occuparsi dei suoi figli digeriva con tuoni rabbiosi che davano l’annuncio di un tremendo castigo, non certo la semplice retroguardia del vento che si andava rinforzando un istante dopo l’altro.

Fabrizio cominciò a salire mosso da due forze opposte; c’era slancio nelle braccia che afferravano il piolo più in alto, c’era lentezza nelle gambe che trattenevano nei loro punti mediani gli organi preposti alla paura e alla prudenza: le ginocchia e le palle. Fabrizio riuscì però almeno a dominare la prudenza e ci riuscì tornando a ripetersi le motivazioni che lo avevano portato fin lì.

Le motivazioni, le parole d’ordine del suo io sghembo avevano ancora un potere sedativo e sapevano creare quello stato di alterazione della coscienza che riusciva a far salire su di una scala quasi infinita un uomo che soffriva di vertigini più di James Stewart ne La donna che visse due volte.

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23/11/2005

Il freddo, i focolai, la prostrazione

di Antonio Sofi, alle 00:11

Sbaglio o si parla sempre di meno del pericolo aviaria? Eppure, se è solo questione di tempo, più il tempo passa, e più la questione aumenta. O no?

Sarà perchè ora è freddo.
Ora c’è il freddo, fa freddo, freddo killer, e forse c’è un killer di troppo. O l’anatra o il termometro. Eppure a qualcuno, questa storia che, udite udite, fa freddo d’inverno, deve aver congelato qualche pensiero.
Andrea Indini, su la Padania scrive:

E, mentre il direttore dei servizi sanitari russi, Ghennai Onishcenko, fa sapere che, sebbene il freddo abbia spento la maggior parte dei focolai in suolo sovietico, il virus H5N1 potrebbe ricomparire in primavera […]

Facile il collegamento tra “focolai” pandemici e “freddo” che spegne.
Facile ed errato.
Il collegamento è consolante, ne convengo: fa freddo, peccato, ma almeno spegne il focolaio lontano, azzoppa le pennute ali, raffredda i bollenti spiriti dei virus lontani. La fredda Padania, poi, chissà quanto inconsapevolmente, tranquillizza tra le righe: non c’avremo il sole, ma ci scansiamo l’aviaria.

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22/11/2005

Otto, e il cielo stellato

di Viscontessa, alle 10:11

[Le bestie, i racconti te li tirano coi denti. Iniziamo con un bel pezzo della brava Viss una serie di racconti dedicati alle bestie, più o meno, casalinghe. as]

[foto di as]
like a dogL’altro giorno ti ho detto che avresti dovuto farti il colore al pelo.
Stavamo seduti in giardino a mangiare le castagne e io guardavo quel muro di fronte che è il nostro confine attuale, il limite che viene assegnato a chiunque venga a vivere in città.
Tu aspettavi le castagne e mi guardavi, te ne ho sbucciate un paio ma poi ho pensato che era tempo perso e te ne ho passata una manciata con tutta la buccia.

Quando stavamo in campagna e andavo a passeggiare nel bosco le raccoglievi da terra e le mangiavi crude mentre io sceglievo solo quelle migliori e le mettevo in un cestino, poi a casa mi toglievo li stivali infangati e le cuocevo dentro al camino mentre tu stavi fuori a guardare il cielo.

Adesso il cielo sembra lontano, sbiadito, inutile, è come se il mondo e le stelle fossero al di là di quel muro di confine ma mentre in questa notte novembrina mangiamo castagne insieme, mi accorgo dal tuo sguardo languido che tu mi hai sostituito a quel cielo stellato e ora mi guardi con lo stesso ardore, con gli stessi occhi scintillanti di allora che forano quel tuo manto nero appena un po’ striato di bianco dalla vecchiaia.

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21/11/2005

Gastro di corsa. La focaccia mercally

di Enrico Bianda, alle 10:45

Gastro di corsa. Ovvero quando si mangia da bestie.

Gastro di corsaE’ con un accento indefinibile che passa la voce dal banco alle cucine, una eco siderale si perde tra le padelle di alluminio e le friggitrici sfrigolanti: focaccia rosa!

La voce non è lanciata, è fatta filtrare attraverso frequenze da cambusa, si insinuano rapide tra gli addetti delle cucine, una corte dei miracoli con cui non è facile trovare un equilibrio, ma con la quale devi confrontarti ogni giorno per almeno due volte: la mattina presto per il biroldino di cui ho già parlato, e a pranzo, dove si deve scegliere tra il doppio menù del giorno, quello popolare e quello aristocratico da dirigenza: spezzatino verdure e patate, risolto in brodo con carne, finocchi e coste lesse e patate a cubetti rosolate e farinose, e filetto di struzzo con patate fritte e salsa bernese aglio-prezzemolo-cipollina e burro.

Poi c’è lei, la focaccia rosa: alternativa speleologica, da missione di soccorso, da intervento di risanamento, da genieri, da tutto fuorché da affamato.

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17/11/2005

«E’ solo questione di tempo»

di Antonio Sofi, alle 11:14

Mi ha colpito questa assonanza non voluta, questa coincidenza di termini, in pochi giorni, la stessa frase su questioni così distanti.

5 novembre, Bologna.
Romano Prodi, candidato leader dell’Unione, afferma, a commento dei primi giorni della rivolta delle banlieues:

«L´Italia ha le peggiori periferie d´Europa. Non crediamo di essere diversi da Parigi, è solo questione di tempo.»

7 novembre, Ginevra.
Parla Lee Jong-Wook, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (e l’aveva già detto, sempre a Ginevra, il 17 Ottobre):

«Una pandemia di influenza e’ solo questione di tempo, non sappiamo quando ma sappiamo che ci sarà e dobbiamo attrezzarci.»

10 novembre, Roma.
Dopo un bailamme incrociato di dichiarazioni, ricusazioni, distingui e smentite da parte di molti esponenti politici, anche il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, intervenendo in aula alla Camera, afferma che, in fondo, è solo questione di tempo:

«Oggi le periferie italiane non sono certo paragonabili alle banlieues francesi ma, in futuro, anche le nostre città avranno di che piangere».

tic tacE’ solo questione di tempo, è il tempo che manca o che eccede, che deborda o che trattiene, massima scusa e massima risorsa.
Che sia solo questione di tempo, cosa vuol dire? E’ forse il segno di una resa invincibile (cit.), di un’apocalittica desistenza, di una politica (nel senso più ampio) che si ritrae, come una tartaruga, nel carapace del fatalismo?
In fondo è solo questione di tempo, prima o poi accadrà quel che deve accadere.

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15/11/2005

Polli in batteria

di Enrico Bianda, alle 09:53

Alcune – poche – riflessioni su quanto accade a Parigi.

I moti di Parigi ci inducono a recuperare categorie che credevamo dimenticate. Ci rimandano al ’68, al maggio dei film, degli scontri e della fantasia celebrata e problematizzata – Bertolucci e Garrel, ieri e oggi, in una dissolvenza incrociata, i ricordi dei seminari di Gilles Deleuze, ricordati da Gnoli su Repubblica, proprio nei giorni in cui Derive e Approdi manda in libreria, a 10 anni dalla tragica scomparsa del maestro francese un dvd che ne ripercorre le tappe, gli interrogativi, l’eredità. O al nostro ‘77, più politico e meno utopico, e poi all’Argentina di qualche anno fa con le pentole battute nelle strade, e a tanto altro, e finiscono per ripercorrere e azzerare quello che sappiamo sulle nostre città, e mostrano una miopia rara nell’esercizio del potere repressivo, che annulla una tradizione di confronto e integrazione che avevano fatto della Francia un laboratorio cui guardare con ammirazione.
In questo caso, però, non credo che richiamare in causa il Maggio sia opportuno.

Intanto les banlieues restano luoghi alterati di vivibilità e confronto, luoghi forti di disagio, dove la dissoluzione dei legami comunitari si traduce in rinnovate fratellanze del disordine, all’interno delle quali probabilmente si esercita l’equivoco del diritto alle forme della comunicazione urbana.
Questa storia dei moti delle città, delle periferie, mi pare che si apra ad una serie di argomenti sui quali ci siamo spesso soffermati. E le discussioni che proprio in questi giorni animano più di una tavola mi spingono ad allargare la riflessione e a provare a lanciare qualche sassolino nello stagno, per vedere che cosa succede.

Confermo che la questione della sintonia tra moti banlieusard e ’68 parigino non tiene.

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14/11/2005

E’ la mucca, pazza?

di Antonio Sofi, alle 11:08

Ieri sera su Report è andato in onda un reportage curato dalla brava Sabrina Giannini dal titolo Il re della bistecca (per chi se lo fosse perso, credo a giorni sarà disponibile anche l’intero filmato su rai click): un documentato viaggio carnivoro tra la bassa e cuba, le periferie moscovite e quelle italiche.

In alcune parti del reportage si accennava alla BSE, il morbo della mucca pazza che ci ha accompagnato all’inizio del nuovo millennio, e che, mi pare, ha aperto la strada ad un processo di forte mediatizzazione e insieme globalizzazione del rischio sanitario.

Alla BSE è seguita la Sars, e, ora, l’aviaria: tutti fenomeni legati dal fil rouge del corroso rapporto tra bestie e uomo, e di una pandemizzazione mediatica che spesso ha prodotto più danni che soluzioni, terrorizzato più che informato, trasformando la società del rischio in una società della paura, del pericolo incombente.

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11/11/2005

La ballata dell’anatra finita in padella

di Antonio Sofi, alle 20:47

il logo del semestre di presidenza uk dell'unione europeaIl logo qui a destra, con dodici cigni selvatici in volo, già da giugno, con apprezzabile capacità previsiva, è il marchio del semestre di presidenza britannica dell’Unione Europea. “E’ una metafora dell’Unione Europea”, spiegano da Londra: i cigni si spostano in formazione usando un sistema di guida e collaborazione “per volare in forma piu’ efficiente”.

Nel mondo dei volatili pennuti non deve tirare un’aria da ameno documentario della National Geographic. Dovunque muoiono, per i cavoli loro, guardati a vista, in quarantena, in prima pagina, meglio se sono timidi, stranieri in aria, il pensiero in sottotraccia dell’andassero a morire in casa loro – chè mogli e virus dei paesi tuoi, non cogli?

In Croazia c’è un cigno infetto, ma, per carità, viene dall’Ungheria; in Iraq, i volatili crollano al suolo dall’alto come bombe viventi, ma vengono da lontano, dall’est, forse dal Kuwait, si vogliono vendicare, maledetti pennuti.

Dove, invece, nel Kuwait, sono due, e recenti, i casi di volatili affetti da influenza aviaria. In alcuni lanci d’agenzia si sfiora la poesia (e la confusione): forse è un falco, ardito predatore caduto malato, forse un volatile esotico che si trovava in una partita di uccelli importati vivi, forse è, sì, è un fenicottero, quello che vive all’ingresso degli zoo, quello con le gambe lunghe, quello rosa, roso dal virus, “trovato morto nei pressi di una villa vicino al mare”.
Un fenicottero rosa, trovato morto nei pressi di una villa vicino al mare.
Un buon retiro per morire, niente da dire, ditemi se questa non è poesia.

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10/11/2005

Gastro di corsa. Il biroldino.

di Enrico Bianda, alle 09:16

Gastro di corsa. Ovvero quando si mangia da bestie.

Gastro di corsaE’ un’abitudine da cui è difficile staccarsi, è legata ad un rito primitivo, atavico ed ancestrale, si risolve in un veloce, sbrodoloso, vorace e rumoroso, quando non imbarazzante soliloquio masticativo.

E non posso farne a meno, non posso, perché arriverò sempre a quel momento in cui, per un’infinità di ragioni io ho fame, ed ho fame in quel momento, solo ora e non dopo, non quando potrò stare a tavola tranquillo e composto, non quando potrò apprezzare la pietanza delicata che si appoggerà sul mio piatto ampio, sicuro e pulito.

Accadrà sempre che ad un certo punto, una carrozzella, un baracchino, un furgone o un banco affacciato sul marciapiede esporranno qualcosa che risveglierà in me l’istinto di maschio cacciatore, maschio divoratore famelico, e allora la pizza rossa, l’hamburger, l’hot dog o il pollo fritto saranno un’idea sola e lacerante: prendere e mangiare subito.

Accade nelle strade, nelle città, sui treni e sugli aeroplani. Quando arriva il momento del pranzo, mangio, ingollo, e me ne fotto.
Qualcosa di apprezzabile ci sarà, lo so, e lo voglio provare.
Voilà.

Poi però sollevo la testa e come un novello conte Ugolino, mi accorgo magari di essermi sbrodolato la barba di crema, di salsa al curry-yogurt, di mayonnaise e di frammenti di pomodoro sgualciti che mi sento un po’ una bestia alla mangiatoia, ingorda e vorace.

Ma resta il fascino del piatto rubato, fagocitato per risolvere un improvviso imbarazzo. E negli anni ho dato vita ad una raccolta di oggetti alimentari interessanti.

1° puntata
Il biroldino, alias Nussstängeli, ovvero l’insostenibile leggerezza della mandorla

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08/11/2005

La ballata dell’anatra ferita

di Antonio Sofi, alle 08:54

E’ un’alba luminosa, con i raggi di sole radenti che accarezzano le colline di Fiesole. Uccelli migratori, in cielo, guidati da un istinto invincibile.

anatre.jpgA Palermo, un paio di giorni fa, tra i cespugli del parco della Favorita, un’anatra insanguinata. La zampa ferita. Scatta il panico, scrivono le agenzie stampa, “la fobia del contagio dell’influenza aviaria ha prevalso sul sentimento animalista”. Nessuno del “folto gruppetto di curiosi, via via assiepatisi all’interno del parco, dinanzi al volatile ferito, infatti, ha trovato il coraggio di prendersi cura del pennuto e di condurlo da un veterinario”. Assiepatesi appunto nelle siepi ferite, osservando la scena come fosse uno schermo televisivo, aspettando che accada qualcosa, un gruppetto di curiosi guarda un’anatra ferita. Di sicuro, però, non sono anatre palermitane, sono anatre straniere, vengono da fuori.

A Castel Giorgio, provincia di Salerno, due anatre galleggiano in un piccolo specchio d’acqua. Ferite da arma da fuoco, i pallini nascosti dalle folte penne. No, forse malattia, ma vengono da fuori San Giorgio, San Giorgio non c’entra, sono pennuti stranieri. Nessuna malattia, alla fine, nessun’arma, anche le anatre muoiono, ben gli sta.

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