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25/08/2005

Il cardo viaggiatore

di Enrico Bianda, alle 00:29

[Riferimento: XXiV puntata, Alla roccaforte di Mar Saba nel monastero per soli uomini]

Altan per La Gerusalemme Perduta, di Paolo Rumiz su La Repubblica

Verso le tre mi accorgo che nella stanza nevica. Fiocchi lenti e gonfi che vanno, obliqui, alla stessa velocità. Li tocco mi sfuggono. Hanno già formato una soffice montagnola in un angolo. Sembrano polline, ma fuori non è primavera. Poi capisco è il cardo viola del Kosovo, il cardo benedetto raccolto nella terra dell’odio e conservato fin qui, appeso a testa in giù come aveva suggerito padre Sava al monastero di Decani. I fiocchi candidi portano semi viola filiformi, ruotano come le gonne dei Dervisci. E’ un mese che lo curo, il mio cardo dei Balcani, lo difendo dagli urti, dal vento, dai metal detector. Sembrava secco. E invece s’è svegliato, stanotte, nell’aria dolce della Palestina.

Damasco, il Monte Nebo ed infine Israele. L’ultima tappa, a singhiozzo, indeciso quasi su dove andare, con quella voglia appena accennata di fermarsi, tornare indietro.

Ma questo treno che fermate fa? – Poche, Bologna e Firenze, poi Roma e Napoli. – E in mezzo, nulla? – No, diretto, niente fermate. – Ma come fanno quelli che stanno tra le città? Manca tutto. – Ma, non so, che le devo dire, ci saranno i regionali, scende a Bologna e raggiunge Ferrara, scende a Roma e va a Chiusi. – Si ma da Milano io voglio andare a Orvieto e come faccio, devo tornare indietro da Roma…. E’ da pazzi. – Non so che dirle, forse questi treni servono a quelli che si muovono solo tra le grandi città.

Un po’ ci penso, poi devo fare finta di nulla. E’ vero – mi dico – mancano molte cose in mezzo. Napoli-Milano – mi dice ancora – con il notturno ci mette dodici ore, e visita tutto quello che si affaccia sulla tratta. Al ritorno è seduto accanto a me. Milano-Napoli tutto d’un fiato.

Un cardo seccato tra le pagine di un libro che ha attraversato mezzo Oriente, si è arrampicato in mezzo al deserto su per sentieri, ha attraversato valli e montagne e viaggiato su taxi traballanti. Sembrava morto ma si è aperto quasi alla fine, a pochi chilometri dalla meta, come risvegliato da un torpore segreto e silenzioso, e si lascia andare ad un’epifania morbida e svolazzante. Lo vedo nella scrittura e si svela anche il segreto del viaggio. Risvegliare un senso perduto di rispetto per una sorta di diaspora quasi mitica per i luoghi raggiunti, quella dei cristiani d’Oriente, che potrebbe essere – anzi è – la stessa di altre religioni, di altre civiltà.

In un bellissimo Taccuino d’appunti il reporter Ryszard Kapuścińki annota qualcosa che ha attirato la mia attenzione. Si intitola La strada

La strada / quando la percorri / ti scompare dietro / cessa di esistere / / La geografia è un concetto soggettivo / una specie di convenzione.

C’è un’immagine, per certi versi discordante con l’idea di divenire che ha preso corpo in queste settimane con il viaggio di Rumiz, che però mi pare possa fare al caso nostro. E’ un’immagine legata ad una concezione antica di geografia e di descrizione di un territorio. Ne parlava Calvino nella sua Collezione di sabbia, e descrive il modo in cui durante l’Impero Romano veniva descritto il territorio. Si riduceva ad un rullo, che riportava l’idea di spazio in divenire, come se questo fosse in realtĂ  un percorso. Lo spazio da chiudere nella sua rappresentazione stava attorno ad un cammino e si snodava lungo una linea. Dispiegare un rotolo per leggere quello che contiene, vederlo riarrotolarsi non appena lo si libera. Il cammino scompare, si cancella, ti scompare dietro. Chiuso in un cardo secco, che si libera all’improvviso, rilasciando nell’aria le tappe-semi, i segni di una diaspora. Ci vorrĂ  del tempo per capire il significato di questo viaggio. Ancora un’ultima tappa. Gerusalemme sognata.


  • Rumizzeide. Al capolinea (grazie del passaggio).
  • Il turista fotofago, e lo snobismo del viaggiatore
  • Crepuscolo orientale
  • Rumiz, la mappa distensiva e i boschi che passano

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