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22/08/2005

Feuilleton e multiculturalismo

di Enrico Bianda, alle 15:27

Feuilleton

La mente usò il suo senso di percezione per studiare gli strani luoghi sconosciuti in cui era capitata. Non aveva né gli organi della vista né quelli dell’udito, ma il suo senso di percezione era altamente perfezionato. Poteva vedere distintamente quello che la circondava entro un raggio di venti metri, e aveva una visione , per quanto offuscata, di tutto quello che si trovava entro una distanza di quaranta. Ma la sua vista non si fermava contro gli oggetti che formavano ostacolo. Poteva vedere la corteccia attaccata alla parte posteriore del tronco di un albero con la stessa chiarezza con cui vedeva quella della parte frontale.
[Fredric Brown, Gli strani suicidi di Bartlesville, Mondadori Urania 1962]

Scetticismi
Se dovessi cominciare ad interrogarmi sull’efficacia giornalistica del lavoro di Paolo Rumiz, se insomma volessi dedicare uno studio al suo lavoro, provando a verificare il formato giornalistico ed il suo inserimento in un contesto di giornalismo d’approfondimento, perché quello di Rumiz è giornalismo d’approfondimento, in una delle sue particolari e più riuscite articolazioni, proverei innanzitutto a ripercorrere alcune vecchie indicazioni di un professore di sociologia politica, in realtà applicabili all’analisi sociologica, ma che ho sempre provato ad estendere all’analisi giornalistica, anzi, all’analisi della pratica giornalistica.

Altan per La Gerusalemme Perduta, di Paolo Rumiz su La RepubblicaMa prima, una piccola premessa, necessaria. Spesso i grandi giornalisti rifuggono la possibilità che il loro lavoro possa essere ricondotto ad una griglia interpretativa, che quanto loro producono possa in qualche modo essere chiuso, se non intrappolato in uno schema analitico freddo, asciutto, improduttivo. E facendo questo mestiere anche io, mi capita frequentemente di vivere con una certa insofferenza i tentativi di costringere quello che è un mestiere colmo di interrogativi ed intuizioni in un complesso di indicazioni di carattere scientifico o presunte tali.
Ciò nonostante ritengo che occorra comprendere i meccanismi che fanno di un pezzo giornalistico un buon pezzo giornalistico. E quando parlo di un buon pezzo giornalistico intendo un articolo che assolva ad alcune, basilari, esigenze di carattere sociale. Sempre ammesso che si creda ad un ipotetico slancio, ad una tensione etica e civile del giornalismo.
Ho sempre pensato che l’approfondimento giornalistico dovesse rispondere ad una serie di esigenze sociali ben riconoscibili, e addirittura crescenti all’interno delle nostre società: società che abbiamo spesso definito complesse e dense, stratificate; società all’interno delle quali non fosse facile individuare il proprio percorso e ancor meno facile fosse definire la propria posizione in relazione agli altri. Il giornalismo – in quanto processo di ricostruzione della realtà – anche a questo mira, vale a dire contribuire a definire il nostro essere in relazione agli altri. Ed in particolare oggi l’altro è tante cose. L’altro da noi è tutto ciò che ci circonda, rendendo instabile, fragile il nostro senso di comunità, un senso necessario, fisiologico.

Memorie
Qualche settimana fa ho scritto che le prime tappe del viaggio verso Gerusalemme rimandavano a due generi, se vogliamo letterari della nostra storia. Da una parte tornavano in mente i feuilletons, i romanzi a puntate, con venature tra il romantico e l’avventura, tra l’epica quotidiana venata di romanticismo e l’innamoramento epistolare. Pubblicazioni periodiche ospitate da giornali popolari. E popolare era il loro successo, e la loro capacità di incidere sull’immaginazione delle persone, della gente che leggeva avidamente quelle avventure.
Periodicità e capacità di creare una vera e propria dipendenza dal racconto, che si trasforma in un bisogno sociale, che finisce per innervare la quotidianità, parlando dei temi in agenda giorno per giorno.
Nel viaggio verso Gerusalemme c’è tutto quello che alimentava i feuilletons: l’avventura, le lingue antiche, i maestri e gli intrighi di corte, i palazzi inaccessibili e le foreste incantate, gli assedi e i viaggi su mezzi di fortuna, il diario e gli incontri con le donne, le bevute e le notti sotto le stelle.


  • Cittadinanza liberale
  • M’è dolce questo narrar. Paolo Rumiz e il nuovo feuilleton giornalistico
  • Un posto al sole, feuilleton tra impegno e digestione
  • Se è vero non c’è gusto. Il falso d’autore di Zoro.

  • Un commento al post “Feuilleton e multiculturalismo”

    1. barbara
      agosto 23rd, 2005 09:15
      1

      … hai ragione è allo stesso tempo rassicurante e stimolante sapere di ritrovare i racconti di questo epico viaggio a Gerusalemme di Rumiz ogni giorno …è come ritrovare un vecchio amico che ti suscita sempre nuove emozioni e sensazioni. Buon lavoro in quelli di Lugano e … grazie.

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