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16/08/2005

Gerusalemme è vicina?

di Enrico Bianda, alle 14:15

Fall in water, Livorno, foto di A. SofiManca poco al tramonto, cammino lungo un molo del porto. Anche l’Arci ha uno yacht club. Sorrido. Affacciati sul mare grigio, uno accanto all’altro siedono sulla banchina i pescatori: rumeni, bulgari, russi, calabresi e kosovari. Non necessariamente in quest’ordine. Pescano con lunghe canne. E poi in mezzo ci sono i livornesi, giovani con le canottiera dell’esercito e i capelli corti dietro il collo, e anziani brontoloni con la moglie in pantofole e una Uno bianca modello roulotte in miniatura appena parcheggiata dietro la banchina, a portata di secchiello con i vermi.

Penso che non li accomuna niente, se non l’odio per il traghetto della Moby che passa quattro volte al giorno, verso e in arrivo da Olbia.
Eppure convivono pescando la sera prima che faccia buio. E parlano scambiandosi gli idiomi, mentre enormi bi-alberi in legno lucidano gli ottoni e la coperta prima della partenza.

Siedo ad un tavolino che si affaccia sul porto mediceo. Tavoli verde scuro in plastica con tovagliette di carta. Davanti ai rimorchiatori e al sole che scende dietro l’orizzonte. Di fronte a me una coppia azzardata che borbotta in livornese allegro. Un po’ gonfi di non so quale sostanza. O semplicemente ancora addormentati. Un doppio Negroni in bicchieri bassi, un piattino con aperitivi di pesce. Azzardato.

Poco più in la quello che sembra il re dei Rom di questo pezzo d’Italia, grosso e muscoloso, una criniera nera lucida tutta riccioli fin sotto le scapole. La pelle scura e la barba che si affaccia già a fine giornata. Lui il re e lo smilzo accanto che annuisce in una lingua balcanica.
Deve essere il clima levantino che permette questa convivenza. O forse il fatto di essere in una città di mare abituata agli arrivi e alle partenze. E’ il porto più importante d’Italia quello di Livorno.
Tra i più grandi del Mediterraneo.
E stasera il Livorno gioca alla televisione, si dice.

***

Altan per La Gerusalemme Perduta, di Paolo Rumiz su La RepubblicaIl maestro si è lasciato alle spalle il nostro mondo. Ha superato le colonne d’Ercole della sicurezza e della riconoscibilità. Ce lo dice attraverso le pagine di questi giorni. Si parla aramaico ormai. E i bambini studiano su antichi libri che sembrano a scuola da un rabbino.

Le fotografie di Monika Bulaj accompagnano discrete il viaggio di Rumiz e ci mostrano quello che c’è nelle crepe del viaggio, sono lampi di vita, istantanee lucide che aggiungono il necessario, un sorriso, un gesto, una sottile linea d’orizzonte.

E’ brava, penso, la mattina quanto apro il giornale, titolo e fotografie. E percorso. Si avvicina e si allontana. Si allontana da quella dimensione che ce lo faceva piacere all’inizio, che scopriva pieghe del nostro presente che ci sono sempre sfuggite. Un nuovo passo ci ha chiesto di adattarci all’allontanamento. Che coincide con l’avvicinamento. Dopo un periodo di stallo ho recuperato il tracciato, e come tutti immagino mi sono di nuovo lasciato prendere dall’avventura di questo straordinario feuilleton di scoperta che è il viaggio verso la Gerusalemme perduta.

Arrivati a questo punto, mi domando che cosa ci resta da scoprire. Il percorso non sembra doversi spingere molto in la. Gerusalemme è vicina. Ma manca ancora mezzo mese. Mi domando cosa resta.

Succede che, come ovunque nello spazio islamico, anche qui il muezzin gridi le sue preghiere in arabo, la lingua di Allah. I turchi, però, parlano solo turco, e non capiscono il muezzin. Subiscono cinque volte al giorno, dai minareti, u bombardamento acustico incomprensibile. Succede sì che i cristiani siano gli unici a capire le parole del Profeta. Un paradosso…

Non si capisce quello in cui si dovrebbe credere. Si capisce quello in cui non si crede. So cosa non sono. Non capisco quello che vorrei essere. So dove sto andando, non so più da dove sono venuto.

E’ l’uomo che fa il posto, e non viceversa

E il nostro percorso che cosa vale? Quello che ci siamo lasciati alle spalle, la nostra storia, che cosa conta? In una vita di spostamento come funziona? Si è sempre qualcosa nel luogo dove ci troviamo. Ma non siamo più nulla per quello che abbiamo lasciato? Forse è questo il nostro problema: stiamo maledettamente fermi. E guardiamo indietro. O meglio sul posto.

E per capire quello che siamo ci tocca mandare avanti una guida, uno scout. Manco fossimo in un western.

Forse è per questo che invece quella specie di re dei rom che se ne stava seduto al ristorante del porto di Livorno, agitando le parole e le braccia pesanti, sembrava proprio fosse a casa sua.
Sapeva di essere in un posto che si era fatto su sua misura, perché lui semplicemente lo abitava.


  • La Gerusalemme perduta
  • John Donne e la luce dei colonnati
  • Cittadinanza liberale
  • Crepuscolo orientale

  • 4 Commenti al post “Gerusalemme è vicina?”

    1. barbara
      agosto 17th, 2005 13:18
      1

      “Non si capisce quello in cui si dovrebbe credere. Si capisce quello in cui non si crede. So cosa non sono. Non capisco quello che vorrei essere. So dove sto andando, non so più da dove sono venuto.”
      E’ molto più facile sapere cosa non si è piuttosto che sapere cosa siamo; sappiamo cosa non ci piace ma forse non sappiamo dire cosa ci piace veramente … è più semplice essere “contro” l’idea che qualcun’altro ha formulato invece di credere e lottare in qualcosa che venga dalla nostra anima, dalla nostra mente.

    2. Sandro
      agosto 19th, 2005 15:03
      2

      Ciao,

      avrei bisogno di rileggere il resoconto di Paolo Rumiz del 2003 (se non sbaglio). quell’anno ha descritto il viaggo da Rijeka (Croazia) fino in Liguria, lungo le Alpi.
      dato che sul sito di repubblica non lo trovo, se qualcuno sa indicarmi dove potrei trovarlo, sarei grato. saluti
      Sandro

    3. enrico
      agosto 20th, 2005 17:25
      3

      non esiste in versione on line
      purtroppo è l’unico che manca!
      ma non dispero: potremmo riuscire a recuperarlo…
      con un po’ di tempo chissà.

    4. Noantri
      agosto 22nd, 2005 01:28
      4

      Mi piace questo tuo viaggio.
      Generalmente mi piace poco respirare la polvere sollevata dai passi degli altri; stavolta la lettura è leggera e gradevole.

      In bocca al lupo viaggiatore.
      Qui si continua a leggerti.
      [Ste]

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