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25/07/2005

Dall’emergenza alla resilienza: sono solo bombaroli

di Antonio Sofi, alle 00:54

sharm.jpgIl capo dell’Unità di Crisi del ministero degli Esteri, Elisabetta Belloni, aveva un compito difficile nella gestione dell’emergenza seguita alla strage sul Mar Rosso. Il reimpatrio, le liste infinite, i morti, i dispersi. Il volto tirato di chi non dorme da molte ore, come nota Alberto Mattone su la Repubblica, sceglie comunque, davanti alla solita selva di microfoni, parole intrise di umanità e competenza. Penso alle parole e come sia complicato, in questi casi, scegliere quelle giuste. Penso all’emergenza, alla crisi; alle situazioni critiche, agli stati d’emergenza. Penso anche che noi italiani siamo imbattibili durante le emergenze; meno nell’evitarle – o nel prevenirle.

Ma che significa emergenza? O crisi? Le parole sono importanti. Unità di crisi è il nome della sezione del ministero degli esteri diretta da Elisabetta Belloni. Scrivevo, subito dopo il primo attentato alla metropolitana londinese, come, da quelle parti, vi sia invece una unità di Resilienza (resilience). C’è una bella differenza tra unità di crisi e unità di resilienza. L’idea stessa di resilienza porta con sè la promessa di un impegno costante nel tempo; e una unità di resilienza si preoccupa di costruire quanto più possibile preventivamente quella elasticità che, come da definizione, predispone all’impatto di una emergenza critica. Il termine infatti rimanda alla capacità di un sistema di resistere e reagire ad urti improvvisi e destabilizzanti.

Una unità di crisi, invece, per quanto possa essere efficiente si attiva, come si evince dal nome, nel momento in cui la situazione è già critica, lo stato è già di emergenza; e vi è una situazione di improvvisa difficoltà che impone un rapido intervento. E’ il concetto stesso di emergenza che lo prevede, data la sua forte natura performativa. Uno stato di emergenza, infatti, non solo sottolinea una più o meno negativa modificazione dello stato delle cose, ma contiene anche una promessa di azione, un impegno alla soluzione dell’instabilità attraverso specifiche azioni individuali e/o collettive. Se c’è emergenza, in parole povere, s’impone un intervento riparatore.

Qual è il punto? Che l’emergenza non è sempre causata da un evento totalmente inaspettato. Oggi non più – forse. Quantomeno in riferimento alla possibilità di attentati terroristici. In questi giorni, con un gusto sottilmente perverso, molte sono state, da parte della stampa e non solo, le previsioni di prossimi attentati nel territorio italiano. Roma, Firenze, Milano; d’estate, d’inverno, a Natale; in città d’arte, stazioni, aereoporti.

Se davvero accadesse, si potrebbe parlare di evento inaspettato? Evidentemente no. Di fronte ad un evento in parte atteso e previsto, i concetti stessi di crisi e di emergenza perdono istantaneamente di senso. Non a caso l’unità di resilienza inglese è stata pensata proprio a seguito dell’11 settembre – e proprio perchè l’emergenza inaspettata si era trasformata in rischio potenziale. Il passaggio da emergenza a rischio è un semplice passaggio logico che in Inghilterra è stato fatto immediatamente, e che in Italia ancora ci gingilliamo in mano come una delle tante possibilità teoriche. Peraltro il concetto di rischio, più sottile e pervasivo, comprende al suo interno quello di emergenza; l’emergenza è la concretizzazione visibile e reale del rischio potenziale. E’ la società del rischio, come l’ha definita il sociologo Ulrich Beck – non direttamente ma di certo indirettamente comprendendo anche questo tipo di rischio: generato, in fondo, da una modernità densa e complessa che si globalizza travalicando la nostra capacità di controllare e comprendere tutto.

london.jpgLe parole sono importanti. Occorre dare all’Italia una unità di resilienza – un segnale e una promessa di reazione. Una unità che si preoccupi non solo di predisporre procedure di gestione della crisi e piani di emergenza, ma anche di spiegare preventivamente ai cittadini cosa fare e come comportarsi. O è meglio aspettare che qualcosa accada per poi esercitarsi nell’eroismo emergenziale che certo non ci difetta? Mettere in soffitta l’emergenza, invece, per non lasciarsi tentare dalla scusante dell’imprevedibilità. Dando per esempio nuova nobiltà proattiva alla Protezione Civile: anch’essa, nomen omen, prodotto culturale di un mondo diverso, che andava protetto dall’imprevedibile – più che preparato al prevedibile.

C’è stato chi, nei giorni scorsi, ha colto questa necessità di cambiamento di approccio culturale alle emergenze.
E’ una notizia del 13 luglio scorso, dopo il primo attentato londinese, battuta da tutte le agenzie stampa (grazie Leibniz): Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio, dichiarava che «È un dovere delle istituzioni affrontare il tema della capacità di resistere a un grande evento come un attentato terroristico o una calamità naturale». Occorre, continuava Marrazzo, dotare il territorio di una struttura di resilienza, in grado di assistere la popolazione in caso di emergenze straordinarie: «in casi del genere il bene piu’ prezioso per il cittadino e’ l’informazione. E’ il sapere che qualcuno si prende cura di lui, gli spiega cosa e’ successo e cosa fare. Ecco, prima cura e’ quella di parlare ai cittadini, sia in termini individuali sia in termini collettivi».
Un primo buon segnale.

Infine, sfogliando i giornali di domenica, leggo la riflessione di Giovanni Sartori sulla prima pagina de il Corriere: il titolo è Illusionisti pericolosi. La parola terrorismo non va fatta sparire.
Sartori, notando che la BBC ha deciso di chiamare i terroristi “bombers” (invece che appunto “terroristi”), è convinto che questo sia un chiaro segnale di “pericoloso illusionismo”, di manipolazione mistificante; e che indichi una scarsa volontà da parte dell’emittente pubblica inglese di dare giudizi valutativi precisi e di condanna agli attentati. Sinceramente trovo la tesi piuttosto debole. Ritengo sia azzardato affermare che alla BBC siano “apprendisti stregoni” che, neutralizzando il linguaggio, depotenziano “un tessuto di valori condiviso” definito anche dal linguaggio, dalle parole usate.

Mi domando: e se il “tessuto condiviso” anglosassone sia proprio (se non esattamente) definito da questo tipo di linguaggio neutro e understated?
In questo senso “bombers” al posto di “terroristi” è emblematica dimostrazione di resilienza: un insieme di spregio, disprezzo e superiorità, peraltro tipicamente albionico. Questo a Sartori non è passato per la testa, o lo ha considerato ininfluente. Io credo che sia la giusta interpretazione; e, ho scoperto con il raro piacere di chi incontra casualmente pensieri simili ai propri, è in parte (con alcune diverse accezioni) l’obiezione di Stampa rassegnata – un blog, se il mio fiuto non m’inganna, da tenere d’occhio.

D’altronde, caro Sartori, per capire che non di insensibilità o manipolazione si tratta, era forse sufficiente che per tradurre “bombers” non ti peritassi di coniare un (brutto) neologismo quale “bombisti”: c’è già “bombaroli”, e rende meglio l’infima attività di questi terroristi.
Sono solo bombaroli: detto così, forse, l’understatement anglosassone ti sarebbe stato più evidente.


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  • 3 Commenti al post “Dall’emergenza alla resilienza: sono solo bombaroli”

    1. Giovanni Pesce
      luglio 25th, 2005 19:36
      1

      Mi accodo alla sua impressione sulla scelta della BBC. Peraltro la BBC ha sempre tenuto duro sul basso profilo, anche quando gli eventi avrebbero meritato toni più urlati. Io preferirei di gran lunga che esempi come questo siano la regola, e non le eccezioni… Con stima, Giovanni Pesce

    2. Santa
      luglio 26th, 2005 14:19
      2

      a proposito di parole: crisi viene dalla parola greca scelta, decisione, derivata a sua volta dal verbo krìnein che vuol dire, appunto distinguere, decidere. In questo senso la parola crisi è il momento in cui la situazione ci pone di fronte ad un bivio. C’è una crisi perchè bisogna scegliere ed è, quindi, un’azione a posteriori: non ci sono crisi se non ci sono scelte. Certe scelte – poi – si fanno in emergenza. E siccome in questo caso, come sottolineavi – l’emergenza non è più un evento così inaspettato, allora tra crisi e resilenza (come stato preventivo) sarebbe necessario coniare e creare un unità di resilenza critica. A priori, ma non troppo, a posteriori, ma non troppo.

    3. Roberto Dadda
      luglio 31st, 2005 21:52
      3

      Interessanti considerazioni, ma credo tu faccia un po’ di confusione.
      Il nostro ministero degli esteri con la sua unita’ di crisi si occupa della individuazione e dell’eventuale salvataggio dei nostri connazionali coinvolti in eventi calamitosi.
      La resilienza agli eventi e’ tutta un’altra storia che va ovviamente gestita in loco e preventivamente dalle forze che fanno capo al ministero degli interni.
      Gli inglesi hanno anche la loro unita’ di crisi.

      roberto

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