[Rathauscafe by idogu]
Queste giornate calde, questa domenica in particolare, con la luce forte, l’aria calda e le cicale che non ero più abituato a sentire, anche i treni passano più lentamente, lungo la ferrovia che corre a fianco il fiume.
Guardo i vagoni arrivare da dietro la curva, poco prima dello sferragliare si sente un’elettricità nell’aria, quasi uno schizzo d’acqua lontano, e sono i cavi elettrici che si agitano all’arrivo del treno. Se poi è un merci, passa lentamente senza fermarsi mai, solo vagoni scuri e corrono verso la città, oppure si perdono in su, risalendo il Valdarno.
Appena sotto la stazione si intravede una scaletta, nascosta tra i rami di alberi che salgono dal fiume. Un accesso pressoché inviolabile, salvo armarsi di machete e provare a sfidare quella parte di selvaggio che si riprende le rive dei nostri fiumi.
Sotto, appena ai piedi della piccola scala in ferro arrugginita, un po’ traballante, scorre l’Arno. O almeno quello che rimane del fiume in questi caldi mesi estivi. Tutto sommato è un fiume che se la cava ancora bene. Scorre piano, marrone, di un cupo antico e immobile, non lascia che si veda il fondo, e fa bene. Ma almeno qualcosa scorre, una parvenza d’acqua, una vicina rapida mi rassicura sulla presenza liquida. Altrove, riali, torrenti, fiumi o rigagnoli si asciugano, inesorabilmente. Li trovi nascosti e secchi tra le foglie, in un gorgo verde rigoglioso, traccia delusa dell’acqua.
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