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09/06/2005

Sui commenti ai post narrativi

di Antonio Sofi, alle 09:56

Certe volte basta un esempio e le cose si fanno più chiare (ma chi era che diceva il contrario, che se si fa un esempio è la volta che non ci si capisce più nulla? Marcello Marchesi, possibile?).

Tu pubblichi un racconto su un blog. Bene.
Può piacere o non piacere. Benissimo.
In più su un blog puoi spesso commentare. Fantastico.
O no?

Commenti o solitudine letteraria
La questione dei commenti su un post “narrativo” è controversa.
E ci sono buone ragioni per sostenere opinioni antitetiche sull’argomento. Commenti sì, commenti no sono entrambi ragionevoli.

Gino Roncaglia scriveva, ospitato da noi proprio qualche giorno fa, una cosa che, a mio parere, merita un surplus di attenzione. Gino scriveva, riguardo alla mescolabilità dei singoli feed rss:

Nel caso dei blog la situazione varia: i post dei blog di segnalazione si ‘granularizzano’ e si mescolano senza troppi problemi, quelli dei blog d’opinione si mescolano un po’ meno bene (un po’ come una rassegna stampa, in cui qualcosa si perde perche’ di un articolo manca il contesto), quelli dei blog narrativi si mescolano malissimo. Il che non vuol dire che sia inutile distribuirli come feed RSS, ma solo che le ‘gocce’ di quel feed vanno seguite da sole, e sono poco adatte a entrare in un cocktail…

Che voleva dire, in pratica, dicendo che i post narrativi si “mescolano” malissimo negli aggregatori rss? Che vanno seguiti da sole? Una cosa banalissima, che, pensando anche alla questione dei commenti in calce ad un post narrativo, provo a complicare in questo modo: i post narrativi hanno una (propensione alla) conversabilità minore di quelli di segnalazione o di opinione.
Forse stanno bene anche da soli, sia per quanto riguarda i cocktail rss, sia per quanto riguarda i commenti in calce.

Lo spettro del cazzeggio
Visto che (per il momento) il neuweb è fuggito dalla porta, lo facciamo rientrare dalla finestra. Leonardo Colombati, l’autore di Perceber, intervenuto come guest star a sorpresa in chiusura di neuweb a Firenze, era il 22 Maggio, a domanda sui commenti, rispondeva, con molta pacatezza, che i commenti sono cosa buona e giusta. Perchè ti possono pungolare, o migliorare; perchè spesso il blog serve per prove tecniche, bozze, idee più o meno incompiute, riciclaggi vari (questo lo dico io, non Leonardo).

Ma certe volte, qui parlano i miei appunti e diceva Leonardo, spiacciono, e non già per critiche o offese, quanto per una tendenza alla divagazione cazzeggiante (di nuovo sintesi mia). Spiacciono insomma perchè, semplicemente, continuava Colombati, spesso dopo il terzo commento perfettamente in tema, pam, un commento scarrella e si comincia a parlar d’altro. E tu che hai scritto, e al tuo racconto ci tieni, un po’ ci rimani male.

Il commento inutile
Può essere, a mio parere, un modo per interpretare un piccolo, e in realtà educato, flame risalente allo scorso febbraio. Il motivo scatenante è stato l’uscita dell’antologia del meglio delle riviste letterarie italiane curata da Antonio Pascale, bravo scrittore napoletano, dal titolo Best Off. Nell’introduzione all’antologia (che Loredana Lipperini ha riportato nel suo blog) Pascale, parlando di Nazione Indiana scriveva:

Non sempre funziona. Basta guardare i commenti. Spesso anonimi. I pezzi pubblicati si possono commentare (il famoso post). Ecco, ho scelto degli articoli da Nazione Indiana perche’ mi piacevano molto e proprio per questo volevo sottrarli alla dittatura del commento inutile. Scusate, e’ una mia ossessione. Ma non capisco questi particolari commenti.

Poi, si può leggere nel post di Loredana, Pascale continua su aggressività e anonimato e davvero andremmo molto lontano. Ma rimanendo solo a queste parole, e lo scrivevo anche nei commenti all’epoca, non griderei ad alcuna lesa maestà del blog: Pascale evidentemente pensa che il testo “finito” debba rimanere “solo” con il lettore, senza dover esser per forza applaudito o fischiato, chiosato o implementato pubblicamente.

Perchè talvolta, aggiungo io, e anche graficamente, il commento sta a fondo del testo, e richiama, dal punto di vista cognitivo, le note a piè di pagina, le chiose esegetiche dei libri delle scuole superiori.
Inoltre, e questa è anche esperienza personale, la presenza di commenti cambia profondamente la logica di lettura di un testo: non è per niente raro che si leggano prima i commenti, per sapere cosa ne pensano gli altri, e poi si passi al testo. E non è un cambiamento da poco, o sbaglio?

In sintesi
In sintesi? Io non li toglierò, i commenti ai post narrativi, perchè la vivrei come una perdita di ricchezza potenziale. Eppure posso capire capire chi, per i propri racconti, preferisca non averli – più che per incapacità di accettare critiche, per frustrazione da divagazioni fuori tema, o perchè aggiungono al testo opinioni e pareri che in qualche modo influenzano la lettura di chi viene dopo.

E’ anche, se non soprattutto, una questione di socializzazione alla lettura blog, in un contesto ibrido del commento plurimo sotto un racconto finito; diciamo una abitudine a considerare i commenti un’altra cosa rispetto al racconto, e non considerarli comunque una diretta conseguenza o legati troppo strettamente al testo. Errore in cui, a mio parere, cade Pascale. Ed errore che forse chi vive i blog più intensamente ha imparato in parte ad evitare.

L’esempio, appunto
C’è dell’altro (giuro la finisco).
Il punto è che se un racconto pubblicato su un blog non piace, che ci siano o meno i commenti, dal mio punto di vista, cambia poco.
Se vuoi offendere o criticare costruttivamente spesso c’è un modo per raggiungere chi scrive e farglielo sapere, per esempio via posta elettronica.

La meraviglia accade quando invece qualcosa ti piace.
Ed ecco perchè non toglierò i commenti da webgol.
Ed ecco perchè credo che i commenti ai post narrativi ci debbano essere.
Per quando qualcosa a qualcuno piace abbastanza da volerlo raccontare anche lui, desiderare di passeggiare nello stesso testo, giocare con le stesse parole e atmosfere – cambiando per esempio il punto di vista.

E’ quello che è successo ieri, con un racconto di Enrico Bianda intitolato La dama del cavallino bianco. Sta proprio qui sotto. E’ il racconto, rubato ad un matrimonio sardo, di un giovane carabiniere di stanza a Torino, che trent’anni fa ballava con una donna più grande di lui, ma accompagnata da un marito silente, seduto e suggente. E’ il punto di vista dell’uomo, allora giovane, ora più maturo eppur arzillo.

Nei commenti, Effe, invece, racconta splendidamente la storia dal punto di vista di lei, della donna. Il tempo di chieder permesso e lo pubblico in chiaro. E Mauro (Mauro, questa è una pubblica richiesta!), sempre nei commenti, pensa alla storia dal punto di vista del marito sbevazzone!

Sia chiaro: non stiamo mica parlando di una cosa inedita! Non mi fate cercar link, ma è accaduto mille altre volte in giro, anche solo a mia memoria; inoltre, proprio il gioco dei punti di vista, se non ricordo male, è stato sperimentato anche in modo più o meno sistematico.

E’ solo un esempio, della possibile meraviglia che la sola possibilità che vi siano i commenti rende possibile, anche nei post narrativi, ed ecco spiegato perchè a toglierli non ci penso nemmeno.


  • Due osservazioni sui feed
  • Almeno linkatevi tra voi
  • Ancora ballano
  • BassoBlog

  • 11 Commenti al post “Sui commenti ai post narrativi”

    1. polenta
      giugno 9th, 2005 10:52
      1

      dobbiamo essere onesti: quando pubblichi quello che hai scritto può rimanerti, al più, il mero diritto d’autore. non l’oggetto testo, ma una convenzione di civile convivenza. a quel punto, una volta lasciato per strada, il testo appartiene tanto (e a volte più) a chi lo legge quanto a chi lo ha scritto.
      non solo, ma la rilettura di quel testo tramite i commenti aiuta, soprattutto quando chi commenta parla di emozioni, a calibrare la narrazione nelle stesure successive. e sottolineo, aiuta, non necessariamente induce o condiziona.
      qualcuno mi fermi, per favore…

    2. Effe
      giugno 9th, 2005 11:57
      2

      come già risposto per altra via, non c’era neppur bisogno di chiedere il permesso (ma tu sei un galantuomo).
      Ciò che viene rilasciato in rete deve poter essere usato, manipolato, fuso e riforgiato da chiunque.
      E’ *cosa* pubblica.
      Visto, si stampi.

    3. PlacidaSignora
      giugno 9th, 2005 14:55
      3

      E fai bene a non toglierli. Altrimenti, sarebbe un sito statico, muto e gelido come quelli “professionali”, e non un blog brulicante vita e parole e idee.

    4. reginadelsole
      giugno 9th, 2005 18:37
      4

      il blog è il momento della ricreazione, a scuola,dove si mangia la merendina, si gioca e ci si picchia, e ‘sta socializzazione avviene proprio attraverso i commenti, che per cantarsela e sonarsela da soli esistono altri spazi di solipsismo più o meno protetto

    5. Enrico
      giugno 9th, 2005 19:13
      5

      c’entra poco, ma sto leggendo il nuovo Pascale, e trovo notevole anche questa sua nuova impresa, la pubblica Einaudi, e si intitola “Passa la bellezza”…
      Che titolo, che titolo… preso da Sandro Penna, citato in epigrafe, ma sempre un titolone.
      Insomma è un po’ che medito qualcosa su questo romanzo, ci ricamo con la matita, tra le righe e oi tanto trovo degli inizi di racconto magnifici, e alora anticipo questa frase rubata tra le pagine…
      “Il bambino si illude di poter sempre camminare a quattro zampe, se un bel giorno non si disilludesse, non si alzerebbe in piedi. La disillusione è l’unico modo che abbiamo per misurare la distanza che passa tra i nostri sogni e la realtà, no? L’uomo tragico, quello con i suddetti controcoglioni, mette a frutto la disillusione, e per questo vive più intensamente…”
      Vivere con un’intensità tragica.
      Il ballerino che ho incontrato trafiggeva con lo sguardo la vita nostra e la sua, guardava intorno alla ricerca della luce di una donna che danza.
      Questa mattina ho visto una giovane donna scendere le scale antiche dietro la mia vecchia casa, a grandi passi, danzando.
      Anche questa immagine mi rigira nella testa, mi rigira e cerca un’uscita.
      Tutto quì.
      A presto.

    6. vis
      giugno 9th, 2005 22:07
      6

      Io trovo terribile dover spiegare un post.
      Spesso il mio blog è il mio specchio virtuale quello che appeso nel bagno raccoglie le mie impressioni appena sveglia.
      Spiegare che Arrigo Anselmo sono il frigo e il divano e non due gatti, mi deprime.

    7. cyrano
      giugno 10th, 2005 10:21
      7

      Ho trovato stuzzicante il tuo testo. Interessante riflettere, anche attraverso il tuo contributo, sulla “ricchezza” delle possibilità che la rete mette a disposizione: a prescindere da commenti sì/commenti no, il solo fatto che sia possibile inserirli rende il pezzo letterario più ricco, più complesso. Anche in caso, paradossalmente, di chiusura dei commenti, il pezzo risulterà più ricco, perchè l’azione del suo autore denota una scelta “politica”, e come tale comunica qualcosa di chi quella scelta l’ha fatta.
      E’ il novero delle possibilità che abbiamo a disposizione che determina la ricchezza di un pezzo, di una singola azione, della vita stessa. Purchè le scelte siano consapevoli, naturalmente. Ringrazio per questo, per avere contribuito a chiarire l’ambito del problema. Inoltre fa piacere qualcuno che prende posizione. Merce rara, ultimamente, soprattutto nella blogosfera. Stai bene. Cyrano.

    8. Antonio
      giugno 10th, 2005 10:48
      8

      Grazie Cyrano. E giusto, hai ragione: anche il fatto di non averli è un indicatore che dà ricchezza al testo. Purchè sia una scelta consapevole, direi di più, motivata. Sempre più penso che proprio in queste due cose, consapevolezza e motivazione (che se vuoi si traducono, quando sussistono entrambi, in qualcosa di vicino ad una azione di di trasparenza) che si annidi il vero valore aggiunto di un blog, anche letterario.

    9. Matteo
      giugno 11th, 2005 12:33
      9

      Io spero sempre nel manifestarsi di commenti che superino il punto di partenza espresso dal post (lo spostamento del punto di vista è un esercizio, come la parodia, il rovesciamento, la ritraduzione…) seguendo un modello “inflorescenziale”, a cristallo di ghiaccio.

    10. untitled io
      giugno 21st, 2005 07:10
      10

      A me i commenti piacciono. E nei commenti al mio vecchio blog, spesso, sono successe cose incredibili. Ma a monte c’è una riflessione importante da fare secondo me, e cioè che stiamo parlando di blog, di post, di scrittura in rete, e cioè di un campo narrativo assai specifico. Un vero “post narrativo” non è, non può essere, un semplice “racconto”: dev’essere qualcosa di più e di meno allo stesso tempo. Un vero “post narrativo” (aperto ai commenti) dovrebbe essere progettato e proposto come un meccanismo a orologeria, come un dispositivo, o come una wunderkammer, se no il sistema post-commenti non funziona, diventa una semplice giustapposizione di umori, quindi inutile. Insomma, se il blogger che racconta si irrita poi per un commento svergolante, la colpa è tutta sua: il blogger dovrebbe essere un regista, prima che uno scrittore :)

    11. Laura Tussi
      dicembre 25th, 2007 15:44
      11

      La ricomposizione temporale della narrazione.

      di LAURA TUSSI

      Le potenzialità del racconto autobiografico come dimensione pratica e temporale nell’esperienza di armonizzazione e coerentizzazione dei tempi di vita delle storie esistenziali, descrive e interiorizza connessioni logiche e causali tra episodi, eventi e trame narrative, nella costruzione di intrecci esistenziali con trasformazioni ed alternanze individuabili nel soggetto narrante, nel ruolo centrale della correlazione tra intreccio e personaggio, che definisce l’identità narrativa del soggetto espositore, raccontata e l’identità della storia che determina l’identità del personaggio. La correlazione fra intreccio e personaggio permette l’individuazione del momento apicale di una dialettica interna al ruolo del narratore costituendo un’identità autobiografica dove il tempo della narrazione coincide con quello della ricomposizione. L’autobiografo trae la personale caratterizzazione specifica dall’unità della sua vita secondo una linea di concordanza come totalità temporale che durante la linea di discordanza è minacciata dall’effetto perturbatore e dirompente degli eventi imprevisti di cui è costellata. La sintesi discordante e concordante obbedisce ad una necessità retroattiva della contingenza dell’evento su cui si connette e si modula l’identità del narratore. La rappresentazione della realtà del racconto autobiografico in forma esplicativa e narrativa presenta aspetti semantici e permette di accostarsi al soggetto della storia di vita e alla nozione di identità narrativa, nella possibilità di comprensione e decodificabilità degli eventi nella duplice valenza temporale e semantica, garantendo una continuità alla sequenza temporale tramite un processo di ristrutturazione semantica. La duplice valenza, temporale e semantica rielabora nel corso della narrazione il rapporto tra i molteplici tempi attraversati dal soggetto. L’atto del narrare e il racconto della molteplicità temporale di eventi ed episodi in tempi diversi, ricerca un ordine cronologico, permettendo di attribuire senso e significato ai vissuti, in modalità soggettive e individuali. L’incontro tra tempi oggettivi e soggettivi, attraverso un costante procedimento di risignificazione, avanza la narrazione su un duplice registro temporale e semantico nel gioco dialettico fra differenti tempi riconosciuti nel racconto autobiografico. La narrazione della propria vicenda esistenziale non è solo tentativo di ricostruire il personale disegno autobiografico, tramite un ossessivo recupero di ricordi e frammenti, in nome di un’esaustività del racconto, ma anche considerando la qualità del rapporto che il soggetto intrattiene con il proprio tempo. Il racconto della propria storia di vita, lontano da logiche efficientistiche, viene proposto come momento qualitativamente unico e singolare di riedizione di significato nei momenti apicali dell’esistenza, relativamente ai propri ritmi metabletici di cambiamento e di evoluzione nel riconoscere appartenenze, tramite l’individuazione di sviluppi qualitativi verso cui progettarsi. Il tempo della narrazione risulta dunque momento della ricomposizione, non dei frammenti, per raggiungere la completezza, ma riabilitare il soggetto intrinsecamente storico, perché si ritrovi in un tempo originario, in svolte e ritmi più significativi a livello esistenziale nella ricerca di unità e appartenenza. La narrazione tramite l’attuazione della reversibilità semantica della personale storia di vita nella pratica di riappropriazione di un disegno autobiografico di nessi, legami e intuizioni oltre il flusso temporale lineare, si presenta in connessione causale.

      LAURA TUSSI

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