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08/06/2005

La dama del cavallino bianco

di Enrico Bianda, alle 08:00

Si rimane incantati ascoltando una storia, una storia rara, che ci fa sprofondare nel tempo, indietro di un millennio, indietro solo di trent’anni.
Mi sono già appropriato di storie d’altri, rubate all’ascolto corsaro, digerite, ripensate di notte, ad occhi chiusi, e poi la mattina che già sono diverse, quasi nostre.

dancingQuesta storia comincia tra la fine del 1969 e la fine del 1974.
La città è Torino, il protagonista un carabiniere.
Vent’anni, poco più. La passione per il ballo.
Lo immagino, a vederlo oggi, cinquant’otto anni a smaneggiare l’aria con le braccia in alto, balli sardi, balli latinoamericani, un commento da fermo al busto di una ragazza che si muove sulla pista.
Sono passati trent’anni, e ancora, una volta fermo, torna quel ricordo, quel periodo di vita torinese, tra la caserma e Viale Francia e la stazione di Porta Nuova. Due blocchi di centro città, due balere: il Cavallino bianco e il Cavallino rosso. L’appuntamento il giovedì e il sabato sera. Dalle nove di sera alle quattro del mattino. Ballare di fila, senza interruzioni, con un’orchestrina che suonava dal palco, appena una chitarra una basso una batteria e una tastiera. Niente voce.
Musica per ballare, madame.

Happy feet.
Paolo Conte si intrufola, quella Torino non era però solo ballo. Era anche servizio d’ordine, mi ricorda il ballerino.
E in poche parole ripercorre con lo sguardo ed un sorriso teso le manifestazioni dei grandi scioperi di inizio Settanta. Erano le battaglie sindacali che hanno fatto la storia del movimento sindacale ed operaio del nostro paese. Ed è raro sentire la voce di chi stava a fare il servizio d’ordine.
“Toh, mangia, servo dello stato”
Cento lire buttate li, mentre in 10.000 passavano accanto ai cento in divisa.
“Non tornerei indietro. E non ho mai amato quel lavoro. Ma lo facevo. Mi davano 70.000 lire al mese. Agli operai di Mirafiori andavano 150.000 mila lire.”
Brutta storia, mi dice. Un po’ la piazza, un po’ lo stadio. Si sapeva quando si entrava ma non si sapeva quando si usciva. Ne come si usciva.
“Aspettavo solo il giovedì sera, che era ballo e tinozza con acqua e sale prima del piantone. Acqua e sale e addormentarmi così, con i piedi a mollo, fino alla mattina che mi strattonavano.”
Sveglia, c’era da montare la guardia.
C’era una donna al Cavallino.
“Più grande di me. Avrà avuto trentacinque anni.”
Elena. Solo il nome si ricorda. E guarda danzare la giovane donna impegnata in qualcosa che ancheggia lentamente.
“Nessuno ha mai più ballato così con me. Una piuma. Volteggiava.”
Una piuma.
“Veniva con il marito. Entravano alle nove puntuali, lui sedeva al tavolino e consumava la bibita. Lei veniva a me e ballavamo tutta la sera. Cinque, sei ore senza fermarci. E il marito che guardava.”

Durerà tre anni, forse quattro. Ogni sera, fosse giovedì o sabato. Lei c’era. Arrivava accompagnata e partiva accompagnata. Dal marito, imperturbabile con la sua bibita. Mai ballato, lui.
Insieme, il carabiniere e Elena, potevano andare avanti su tutti i ritmi.
“Io entravo e mostravo alla cassiera il tesserino militare. Mi facevano entrare così. Senza pagare”

Aspettava che arrivasse Elena. Una donna del mistero a sentire il suo racconto. Non saprĂ  mai nulla di lei. Tranne che era sposata e che non le avrebbe mai fatto alcuna proposta.
Mai visti fuori dal Cavallino.
Fuori era la paura del camion che poteva saltare da un momento all’altro. Era altro. La caserma e il servizio d’ordine.

Non so perché mi abbia raccontato questa storia. Lo guardavo ballare. Gli ho scattato qualche fotografia mentre saltellava nel ballo tondu.
Sull’organetto diatonico.
Dopo circa tre ore di ballo sfrenato, sulle melodie piĂą popolari sotto la voce di un dj per matrimoni, lo vedo tornare cambiato, asciutto, lo sguardo ancora fiammante.
Si siede, appena mezz’ora, poi la salsa.
“Che faccio? Sto fermo?”

Ancora solo, però.
Elena è rimasta a Torino, trent’anni fa.


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  • 11 Commenti al post “La dama del cavallino bianco”

    1. Effe
      giugno 8th, 2005 14:57
      1

      Ogni settimana.
      Era così – senza patto, senza promessa, ma era così.
      Lo trovavo sempre ad aspettarmi lĂ , al Cavallino.
      Un ragazzo giovane. Troppo giovane. Per fortuna.
      Mio marito sapeva. Non diceva nulla.
      Anche con lui non c’era stata parola.
      Era così.
      Ne avevo bisogno.
      Di sfinirmi, di dimenticarmi, di staccarmi da quel desiderio di lontananza che mi tormentava.
      Senza quel ballo, lo so, avrei abbandonato tutto, avrei chiuso la porta di casa, una mattina, stringendo la solita borsa della spesa – e non sarei tornata piĂą.
      Avrei trovato un altro modo, un’altra via, per il mio desiderio.
      Invece, così, le note mi inchiodavano, il vorticare mi pappagava, il sogno mi portava lontano senza necessità di scomparire per sempre.
      E’ durata qualche anno.
      Non so che fine abbia fatto, quel ragazzo. Non sapevo nulla di lui. Non volevo sapere nulla. Non era lui, era il mio desiderio.
      Un giorno, mio marito ha chiuso la porta di casa, stringendo la solita borsa per l’ufficio, e non è tornato piĂą.
      Io sono rimasta ad aspettarlo.
      Lui si è portato via anche il mio desiderio di lontananza.

    2. polenta
      giugno 8th, 2005 16:00
      2

      a guardarla con gli occhi del marito, dal tavolo a bordo pista, ce ne sarebbero di cose da raccontare. chissĂ  se aveva la vocazione del narratore

    3. enrico
      giugno 8th, 2005 16:29
      3

      sono commosso, davvero,
      una triangolazione narrativa su una pista da ballo.

    4. Squonk
      giugno 8th, 2005 16:44
      4

      Questo è un colpo basso, per uno che ha il padre carabiniere e sardo. Su ballu tundu, santiddio.

    5. enrico
      giugno 8th, 2005 16:53
      5

      stendo un velo sui miei di legami sardi…
      perdono, è il vizio di tentare di tradurre in italiano le parole che non possono essere tradotte.
      Scusatemi tutti, squonk, manu, e jannis cossu.

    6. Effe
      giugno 9th, 2005 12:01
      6

      sintetizzo qui il senso di uno scambio di mail con Hotel Messico: una buona scrittura è quella che ti fa venir voglia di leggere, ma una scrittura ottima è quella che ti fa venir voglia di scrivere.
      Tanto per.

    7. Bakis
      giugno 9th, 2005 20:34
      7

      Questo breve racconto mi ricorda l’atmosfera del quarto episodio di “Ballo a tre passi”.
      Forse per il tono amaro nel ricordare cose vecchie in un contesto estraneo, o per una sorta di nostalgia in prestito..

    8. mauro
      giugno 9th, 2005 23:44
      8

      ero il marito

      ci sono delle notti, nelle quali mi sveglio di botto con la muffa della colpa che mi cammina sul collo. per respirare devo uscire dal sonno più svelto di come me ne sono andato di casa, ma la paura di non farcela è ogni volta la stessa.
      di giorno va meglio, non mi sembra nemmeno di averla portata tutte quelle volte a ballare ai cavallini.
      ce la portavo per odio, per il rancore, perchĂ© sapevo che tutta quella fregola di consumare le scarpe insieme al suo carabiniere muto era la prova provata del fatto che non mi amava piĂą. delle volte me ne andavo ai cessi e mi permettevo quel digrignare di denti che in sala tenevo inchiodati con la fetta di limone della tassoni. stavo lì delle ore, l’occhio fisso su quel culo parlante che si prometteva ad un altro.
      cento sabati e centodue giovedì.
      quanto ci ho messo a capire che quella rabbia era il paravento dietro al quale avevo nascosto la mia mancanza d’amore, quanto per stanare il ruffiano della mia vigliaccheria.
      e vigliacco lo sono stato fino in fondo. vigliacco a sperare con la testa che lei sarebbe tornata da sola a ballare, mentre col cuore le inchiodavo la vita in soggiorno.
      butto fuori un altro respiro e provo a perdonarmi, provo, mentre il ragazzo del bar insiste che questo bicchiere di bianco non sa di muffa.

    9. Enrico
      giugno 10th, 2005 09:30
      9

      michel legrand… turiturituri…un valzerino da balera e musette, stamattina veloce nello stereo e questa storia che gira e rigira non se ne vuole andare…
      alle volte mi chiedo: ma sono io seduto al cavallino, e guardo quel culo che balla leggero?
      la storia ha germinato, e con lei l’amarezza.
      però… io sono contento. grazie.

    10. jannis
      giugno 17th, 2005 17:04
      10

      che bello Enri, che bello! Tu non ci crederai, ma qui dentro c’è molta “sarditudine”. Di quella che mi piace. Un po’ sei diventato Biandu e io, un po’, mi sono emozionato.

    11. barbara
      agosto 1st, 2005 12:05
      11

      Talvolta le nostre vite si sfiorano soltanto e questo impercettibile tocco ci rimane dentro per sempre, senza voler sapere altro, senza chiedere o volere niente di diverso.. anche solo un odore.
      “Lui si è portato via anche il mio desiderio di lontananza” .. giĂ .
      Sei veramente bravo enrico .. continua a scrivere e scrivendo racconta e racconta che ne abbiamo bisogno.
      barbara

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