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28/04/2005

Sono quello che divoro, e da cui mi astengo

di Enrico Bianda, alle 15:09

Tutto quello che fa bene al mio corpo.
E poi tutto quello che fa male al mio corpo.

vol au ventVorrei dirlo, scriverlo, raccontarlo, elencarlo, sussurrarlo a qualcuno che in silenzio annoti, ricordi, e conservi in un cassetto, in sottili e fitti appunti su un quadernetto, una moleskinfagia attenta e rara, fatta di attacchi compulsivi di voracità intellettuale e rigetto bulimico.

Annotare per ricordare quello che voglio adesso e quello di cui non potrò più fare a meno, oppure segnare con attenzione tutto quello che so che fra poco non potrò più avere e di cui il mio corpo si nutre e si è nutrito per anni.
Sono quello che divoro ma sono anche quello da cui mi astengo, mi disegno all’interno dello spazio sociale che abito attraverso le smorfie all’odore pungente di bruciato catramato che esala dalla cucina della mensa che qualcuno tra queste pagine ha già incontrato.

Ma non mi assolvo perché oggi ho mangiato dei vol au vent eruttanti una crema pisellosa e funghettina, e so, davvero so, che non mangerò più vol au vent che non siano quelli fatti da me e riempiti di quaglie cotte arrosto con la salvia e la pancetta.

Ma non fanno bene al mio corpo, mentre pare faccia bene al mio corpo il nuoto, in una piscina comunale svizzera, dove incontro pesci slabbrati con cuffia e occhiali, di una certa età, di molte religioni che nello spogliatoio si svelano lontano dalle bollicine dello stile libero a bracciate disordinate.

Ma mi fa bene, anche incontrare quell’uomo anziano che in fondo alla vasca si tocca sotto le mutande, attaccato al bordo, con occhiali da aviatore stretti che schiudono in una fessura quegli occhi che volteggiano tra le teste dei ragazzini urlanti di felicità che imparano a nuotare.

Non mi fa bene, e nuoto a testa bassa tra i flutti, bracciata dopo bracciata, e poi una capriola a fine vasca e via per altre quaranta oggi almeno, dai.

Ma mi fa bene invece il birchermuesli con il latte e il pappone macrobiotico e la ciliegia zuccherosa di un impossibile ed eterno rosso rossetto svagato, su, in cima al mucchio color sabbia e consistenza franata, smossa rigetto. Mascé l’avrebbe chiamato mio nonno che dava questo nome a ttto quelo che veniva macinato e lui mangiava voluttuosamente, e a me faceva voglia di dire che sembrava masticato, ruminato, digerito e rimesso in libertà.

Ma mi fa bene anche l’acqua della cannella, dai sapori lontani di roccia e ferro, piombo e trota, tiepida anche dopo dieci minuti di scroscio paziente con il bicchiere in mano.

E poi mi fa sicuramente bene il tè bianco, verde, bergamotto nero e rosso, alla frutta e al sesamo, carcadè, banana e trifoglio, timo e finocchio, salvia e frutti di bosco, lipton o twinings, bustina o seta, di carta che si strizza da se o che non si strizza mai, che lascia il bordo nero sulla tazza da tè, che mi hanno regalato a Natale le ragazze di là, nella stanza del tè, la redazione, il bollitore che annebbia l’ambiente, verde che si pulisce con l’aceto, sbianca, diluisce e rigenera la resistenza che scalda l’acqua miasma dalle 10 alle 5 di pomeriggio.

E’ una lista lunga estenuante, di cose alle quali mi sottopongo ogni giorno in cui voglio fare cose che mi fanno bene. Ecco, io sono tutte queste cose, mi distinguo per l’odio che provo per tutto quello che forse mi fa bene ma che non mi piace fare.

Il moleskine è pieno, lo guardo io e lo guarda il mio ipotetico compilatore che sorride. Biscotti al cioccolato e caffè senza zucchero: mi pacifico ora, equilibrio psico-gustativo.
Domani forse correrò.

Ps: Tommaso Pincio ha scritto ieri sul Manifesto una recensione dell’ultimo libro di Rick Moody, Il velo nero. Memoir con digressioni, in uscita in Italia per Bompiani – bellissima, vorace e piena di cose belle. Questa lista di cose mi è venuta in mente leggendola. E leggerò quindi anche Moody.


  • Uno scrutinio (elettronico) troppo perfetto
  • (Ir)reality show. Il fascino discreto della bugia (e della verità)
  • Il ricordo e il suo doppio
  • Homo Homini Loop

  • 3 Commenti al post “Sono quello che divoro, e da cui mi astengo”

    1. polenta
      aprile 29th, 2005 10:37
      1

      leggendo il tuo pezzo mi è venuto un dubbio: ma il tè lo beve anche chi NON è ammalato?

    2. Bakis
      aprile 29th, 2005 11:21
      2

      Polenta: sacrilegio..!
      ti cito Jerome:

      “E’ strano davvero il dominio che i nostri organi digestivi esercitano sull’intelletto. Non riusciamo a lavorare, non riusciamo a pensare, se il nostro stomaco non vuole. Esso regola le nostre emozioni e le nostre passioni. Dopo un paio di uova al lardo ci dice “lavora!”. Dopo una buona bistecca annaffiata con birra, ci dice “dormi!”. Dopo una tazza di tè (due cucchiaini per ogni tazza e non lasciate in infusione più di tre minuti), dice al cervello: “Ora, sorgi e mostra la tua forza. Sii eloquente, profondo e duttile; guarda con occhio limpido e acuto la natura e la vita; spiega le tue candide ali di palpitante pensiero e alzati sul mondo turbinoso quale spirito divino che sorvoli, attraverso le vie del cielo, tra le stelle scintillianti, fino alle porte dell’eternità”.

      Che ne dici di quest’apologia del tè? Sarà che Jerome è inglese.. ;-)

      (spero di non essere uscito troppo fuori tema)

    3. polenta
      aprile 29th, 2005 11:53
      3

      se il mio cervello mi dicesse “>”, penserei che mi sta suggerendo una svolta a destra.
      davvero, capisco l’importanza di un rito, ma perché mortificarlo con dell’acqua calda?

      (prima che qualcuno si offenda in quanto bevitore di tè, sappia che ho la medesima opinione del brodo vegetale)

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