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08/04/2005

Il buio, una guardia svizzera, un flash inaspettato

di Antonio Sofi, alle 09:51

foto di lettore su repubblica.itAncora sulla morte del papa, e sulle foto.
Un evento così speciale, una partecipazione così massiccia (come è anche in casi di crisi, di emergenza, o di impatto trasversale sulla vita delle persone) genera
inevitabilmente flussi di informazione diffusa.
Che altri direbbero rumore.
Che in altri tempi sarebbe rimasto chiacchiera da bar, e che ora, grazie ad alcune convergenze tecnologiche (internet, ovviamente, ma anche la popolarizzazione delle tecniche fotografiche) emerge, in qualche modo, come informazione. Perchè si fa pubblica, e trova accoglienza (se ne accorge anche Sergio) nelle home page di siti quali La Repubblica e Il Corriere (ma anche per esempio L’Avvenire). I quali, per esempio, pubblicano gallerie di foto mandate dai lettori.

Prendiamo le foto quindi.
La facilità d’uso delle nuove macchine digitali, il prezzo relativamente basso nonchè l’azzeramento dei classici costi “produttivi” (rullino, stampa) e “cognitivi” (tempo di latenza, una certa scarsità del supporto) tipici delle “vecchie” camere analogiche, ha una prima macroscopica conseguenza.
Porta a scattare di più, più frequentemente, in modo più continuo e quotidiano.
Quando poi la fotocamera si integra con un bene di uso continuo come il cellulare, l’atto del fotografare perde quasi del tutto quello stato di separazione dal quotidiano che aveva prima. Quando si fotografava solo (ci avete mai fatto caso sfogliando vecchi album?) viaggi, compleanni, foto in costume sulla spiaggia, eventi particolarissimi. Oggi si fotografa di più, e quindi si racconta di più. La popolarizzazione delle tecniche fotografiche genera un ampliamento del potere di segnalazione del reale, e quindi un allargamento del raccontabile, del fotografato.

La fotografia amatoriale entra in una certa competizione con il fotogiornalismo professionale. Ancora, forse, non dal punto di vista economico, ma di certo da quello cognitivo.
Nella galleria di foto on line dei lettori c’è di tutto. Vecchie foto del papa vivo, scannerizzate; foto di questi giorni, scattate da tutti i punti di vista. Ecco un piccolo segnale dell’allargamento del campo giornalistico del quale da tempo andiamo cianciando (e non certo solo io o io per primo, ma altri prima e molto più autorevolmente di me).

Se nei primissimi giorni entrambe le gallerie on line dei due maggiori siti d’informazione italiani (che amorevolmente si copiano in questa apertura) cadevano in quella che io chiamo “sindrome da popolo della rete”, e pubblicavano le foto dei lettori rigorosamente anonime, da ieri molte foto sono accompagnate da nome e cognome e, in alcuni casi, da un breve commento del fotografo.

Concorrenza cognitiva, scrivevo.
Perchè le foto comunicano a prescindere dal fatto che siano pagate o meno; e a prescindere dal fatto che siano professionali possono diventare centri di gravità intorno a cui vortica il senso di un evento e si dispongono i ricordi personali.

Nella galleria dei lettori di Repubblica, ho appunto trovato una foto incredibile, scattata appunto all’interno della basilica, una foto fortunosa, forse sbagliata, una foto che parla, che non si dimentica. Il papa morto, nel buio del catafalco: accanto una guardia svizzera e un flash inaspettato, rubato ad un volto sorpreso.


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  • 10 Commenti al post “Il buio, una guardia svizzera, un flash inaspettato”

    1. arcadio
      aprile 8th, 2005 12:12
      1

      Son finito qui perchè sei citato come “blog magno” nella nostra cara e inquietante blogosfera.
      Non so se sia un complimento, un insulto o se chi ha creato quel PDF sia un un tuo intimo amico.

      Un saluto, comunque.
      Luca

    2. MassimoSdC
      aprile 8th, 2005 12:34
      2

      “Oggi si fotografa di più, e quindi si racconta di più.” No, caro Antonio, non è vero. Vero che si fotografa di più. Vero che è più facile e poco o nulla costoso. Altrettanto vero, però, è che senza fatica, senza elaborazione di uno sforzo (emotivo o di ragionamento) non si racconta proprio nulla, o quasi.

      Si dimentica che ogni persona ha da sempre la fotocamera meno costosa di tutte: i nostri occhi. Ed ognuno di noi scatta continuamente foto, anzi: un vero e proprio ininterrotto film. Non tutti però, come si sa, sanno raccontare quello che vedono, perché un conto è buttare uno squardo distratto e fugace, altro è prestare accurata attenzione a ciò che si guarda. Proprio come quando si ha in mano un cellulare capace di scattare fotografie.

    3. MassimoSdC
      aprile 8th, 2005 12:37
      3

      (sGuardo con la “g”, ovvio. Ché ho prestato attenzione, rileggendo quello che ho appena velocemente scritto.) ;o)

    4. Antonio
      aprile 8th, 2005 12:44
      4

      Si scatta di più e si racconta di più, però, infine, o si tenta di farlo – confermo pur accogliendo le tue osservazioni perchè sono in parte anche le mie. Forse è solo questione di tempo, di sensibilità da acquisire – ma la foto, come una parola, racconta, parla a prescindere: e non certo in senso letterario ma letterale. :)

    5. MassimoSdC
      aprile 8th, 2005 18:02
      5

      Caro Antonio, se dovessi portare il tuo ragionamento alle sue logiche conseguenze finirei per dire che “tutto racconta sempre qualcosa”, e che il percepire o meno quel “qualcosa” dipende solo dallo sviluppo delle proprie personali “sensibilità”. Ma non è proprio così. E tento di spiegare perché, con un esempio che mi viene in mente adesso.

      Prendi un bambino e mettilo davanti alla tastiera di un pianoforte. Anche se non ha mai suonato un piano, lo vedrai premere dei tasti. Sentirai quindi dei suoni. Ecco, ti chiedo: si può definire “musica” quella serie di suoni? Direi di no. Che poi ciò non impedisca di raccogliere nella sfera delle proprie personali emozioni quel “qualcosa” che quel bambino sta raccontando, è ovvio che possa accadere. Ma credere che quel bambino stia raccontando “musica” mi è davvero assai difficile. Ecco: la musica non si può raccontare indipendentemente dal “come”, ed è così per le foto, e per le parole.

    6. Antonio
      aprile 8th, 2005 18:43
      6

      capisco. eppure io sento profondamente, terribilmente vero il “tutto racconta sempre qualcosa” :)

    7. MassimoSdC
      aprile 8th, 2005 22:49
      7

      (Doverosa premessa – Certo, certo. Che lo sai, caro amico, che tendo sempre ad estremizzare i concetti, e che quindi in realtà le nostre opinioni non sono poi così distanti)

      “Anche il niente racconta sempre qualcosa”.

      Ed adesso, come la mettiamo? ;o)

    8. Antonio
      aprile 9th, 2005 08:09
      8

      Lo so Massimo, e, ti dirò, su questa mi arrendo :)

    9. OrlandoFurioso
      aprile 9th, 2005 21:56
      9

      Può far rumore la caduta di un albero se nessuno può udirla?

    10. MassimoSdC
      aprile 11th, 2005 11:33
      10

      Anche se non fa rumore, lo senti un albero, se ti cade in testa.

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