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05/04/2005

Ciò che hai negli occhi non basta più

di Antonio Sofi, alle 15:17

foto al papa con il telefonino, fonte: corriere.itC’è una immagine, tra le tante di questi giorni, che non riesco a togliermi dalla testa.
Che si è insediata da qualche parte nel mio cervello e da quella piccola trincea mnemonica fa a mitragliate per ottenere la mia attenzione.
Una immagine tra le tante, di questi giorni che hanno segnato la morte di Giovanni Paolo II. Una immagine – ma forse sarebbe meglio dire molte immagini: diverse eppure simili.
Di persone che scattano foto al corpo morto del papa.

Alcune foto sono sinceramente stranianti.
Decine e decine di mani alzate, sguardo fisso al display a cristalli liquidi, telefonino o digitale in pugno al passaggio del catafalco portato a spalla dai sediari. Decine e decine di mani alzate.

Alzare le mani, esistono gesti che hanno più significati?
Una, due, tre, quattro dita, il pugno serrato: mi arrendo, sono felice, ho vinto, saluto, protesto, devo andare in bagno, voglio parlare, abbraccio tutti. Le mani alzate: ferme, che si muovono, da destra a sinistra, da sopra a sotto, mani che roteano, che si muovono nell’aria, si stringono a vicenda. Che scattano foto.

foto al papa con il telefonino, fonte: repubblica.itMa c’è dell’altro.
Ci sono foto che si riferiscono al passaggio della salma in P.za San pietro, portato a spalla dai sedieri dalla sala Clementina fino all’interno della basilica per consentire il saluto dei fedeli. E ci sono foto che invece si riferiscono all’interno della basilica, dove il corpo del papa è disposto sulla scala regia come morto frangiflutto all’incessante fluire dei fedeli, che, indirizzati e pungolati incessantemente da inservienti vaticani, si dividono in duplice estuario. E lì dentro, ai fedeli (almeno per quanto riportato sui giornali) è fatto esplicito divieto di fermarsi, inginocchiarsi, e, appunto, far foto alla salma.

Ebbene, per quel poco che ho potuto vedere dalle dirette che mostravano l’interno della basilica, ho visto pochi esimersi dall’imbracciare furtivamente il telefonino o la macchina digitale per scattare velocemente.
Nonostante il divieto, nonostante il contesto, c’era molta gente che scattava foto.
Come per rubare un pezzo di quel corpo, lacerarne la carne e riportarne un brandello – un’istinto antropofagico sublimato in pixel colorati.

***

Mentre scrivo queste parole, trovo un bel pezzo di Mauro Covacich sul Corriere, intitolato Un rito antico. Con i videofonini.
Il pezzo è breve e denso, il titolo è quantomeno ambiguo (un rito antico scattar con i videofonini?). Ne riporto un pezzo.

Ecce homo, dice il corpo del Papa che passa. Non è la metafora, non è il simbolo della carne: è la carne stessa, materia di cui anche tu sei fatto, è l’ostensione sacra della più propria delle nostre esperienze, la morte. Ma tu che non sei morto, tu che non sei finto, tu che sei nell’attimo forse più vivo della tua vita, alla visione di quella che Heidegger chiamava l’esperienza costitutiva dell’Essere-nel-mondo frapponi il tuo cellulare. Tu, testimone oculare dell’Evento, non puoi fare altro che inquadrare bene, creare una nuova cartella e salvare con nome.

Ciò che hai negli occhi non basta più, scrive Covacich, il quale quindi argomenta e spiega:

Eppure… eppure devi scattare, devi fotografare e poi inviare, in una parola condividere questa occasione unica, eccezionale in ogni senso, per poterla vivere davvero come solo tua. […] l’inevitabile contraddizione di un’epoca che sente, sente con le più sofisticate terminazioni nervose, solo quando traduce in immagine la propria emozione, solo quando è capace di rendere il fuoco rovente del reale nei riverberi videotrasmessi di ciò che brucia.

Non mi basta, però.
Perchè non è solo una questione di cristallizzazione di una emozione, di “un’epoca che sente” attraverso le immagini, per usare le parole di Covacich – ma di “un’epoca che ricorda” attraverso le immagini.

Mi aiuta Susan Sontag. Nel suo Davanti al dolore degli altri scrive che le fotografie oggettivizzano: trasformano un evento o una persona in qualcosa che può essere posseduto.

Che sia forse quell’istinto antrofotofago che ho visto come un lampo negli occhi delle persone che rubavano immagini sgranate di un corpo morto?
Forse.
Sta di fatto che se ̬ possesso non ̬ epidermico sentire Р̬ memoria.

La fotografia, anche prima dell’avvento del digitale, ha sempre avuto un potere peculiare, che non ha perso nell’orgia multimediale dei giorni nostri.
Scrive sempre Sontag in Davanti al dolore degli altri:

L’incessante susseguirsi delle immagini (televisione, streaming video, film) domina il nostro ambiente, ma quando si tratta di ricordare la fotografia è più incisiva. La memoria ricorre al fermo-immagine; la sua unità di base è l’immagine singola. In un’epoca di sovraccarico di informazioni, le fotografie forniscono un modo rapido per apprendere e una forma compatta per memorizzare. Una fotografia è simile a una citazione, a una massima o a un proverbio.

Che male c’è a voler ricordare, dunque? Come se rispondesse, la Sontag, in una intervista di quasi due anni fa:

Se uno vuole ricordare, allora ha bisogno dell’immagine; se uno invece vuole capire, allora ha bisogno della parola, della scrittura.

Ora quelle mani alzate, non so più cosa siano.
Cosa sia quella prepotenza dello scatto lesto e truffaldino finchè non ti scoprono.
Non so più se scattar foto al papa morto sia un segno di estrema sintomatica maleducazione, o di estremo amore.
Segno dei tempi irrispettosi, digitali che vogliono solo ricordare.
O commiserevoli, ancora analogici, che vogliono capire – attraverso un’immagine che si è fatta grammatica perchè così diffusa e quotidiana.

Cosa sia quel ricordo lacerato, esatto, sbranato, quello sguardo decentrato sui display, forse non so più, non capisco – non mi piace.


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  • 17 Commenti al post “Ciò che hai negli occhi non basta più”

    1. nadia
      aprile 5th, 2005 20:58
      1

      Anche io avevo notato quello che tu noti, con una certa vergogna. Una sorta di cannibalismo, forse hai ragione che si cannibalizza sempre in qualche modo ciò che si ama. Grazie per questa piccola grande riflessione, Nadia

    2. Gilgamesh
      aprile 5th, 2005 21:41
      2

      Non piace neppure a me, e ho provato la tua stessa sensazione vedendo le immagini della folla pungolata, dividersi all’estuario con tante mani alzate e “armate”. Quasi una profanazione, nel vero senso etimologico del termine, pro fanum, fuori dal tempio.

    3. Antonio
      aprile 5th, 2005 22:29
      3

      Profanazione, ovvero scatti fuori dal tempio – splendida intuizione, grazie Gilgamesh, ad intuirlo prima era un sottotitolo perfetto (e lo diventa adesso).

    4. Stefano
      aprile 5th, 2005 22:57
      4

      Chissà quanti di quei craniolesi con i telefonini spianati sono Papaboys. Verrà anche per loro il giudizio di Cristo, su questo non v’è dubbio.
      [Ste]

    5. Zu
      aprile 6th, 2005 09:49
      5

      “le fotografie oggettivizzano: trasformano un evento o una persona in qualcosa che può essere posseduto.”

      Nella Prosivendola di Daniel Pennac, per Clara Malaussène lo scatto fotografico è rito di accettazione per una tragedia che l’ha colpita personalmente. I gesti da te descritti, invece, sembrano rivelare la sfiducia nella propria memoria emozionale, nonché la scarsa considerazione per gli altri sensi, come se esistesse solo la vista. Fors’anche l’incapacità di restare per un istante soli dinanzi all’ineffabile, nel silenzio che permetterebbe di ascoltare i nostri ronzii interiori.

    6. Galadriel
      aprile 6th, 2005 10:35
      6

      L’impressione che ha dato a me è di una sorta di sostituto del toccare. Come i fan vogliono toccare la loro star, in questo caso, mancando la possibilità del contatto fisico, i fedeli cercano di creare un canale privilegiato, cercando di appropriarsi di un pezzo del papa…una sorta di reliquia elettronica.

    7. MassimoSdC
      aprile 6th, 2005 12:15
      7

      Antonio, come avrai capito, non sei l’unico a pensarla così. Personalmente ho pensato addirittura di peggio.

      Ho pensato che molta gente sia fin troppo abituata ad un mondo di… “reality show”, ed abbia quindi trasformato questa occasione come fosse chiamata a partecipare ad uno di quei format.

      Se ci pensi, gli elementi vi sono tutti:

      – la diretta televisiva;
      – un’audience elevatissima;
      – un percorso da compiere;
      – ed un obiettivo da raggiungere (scattare -lo dico mestamente- una foto).

      Mi rendo conto che possa apparire crudele quello che penso. Da parte mia lo considero solo triste. E molto verosimile. Purtroppo.

    8. Effe
      aprile 6th, 2005 12:51
      8

      non mancherà anche un bell’applauso

    9. Cristina
      aprile 6th, 2005 17:53
      9

      Stessa sensazione di fastidio nel vedere persone che fanno la fila per ore, arrivano in fondo e l’unico loro pensiero è lo scatto di una fotografia. Non ha senso, come non hanno senso i venditori di bandierine, di oggetti che come le fotografie dovrebbero essere un “ricordo”.

    10. gabryella
      aprile 6th, 2005 18:12
      10

      non so voi, ma io ieri ero a roma per questioni improrogabili: vi risparmio i dettagli del martirio..solo, ho rimpianto di non avere con me un bazooka (per dare un senso a quelle mani alzate)

    11. Michael
      aprile 7th, 2005 12:51
      11

      un’ immagine come forma comunicativa non ha filtri, non ha una grammatica.
      E’ una comunicazione totale, l’icona è lo strumento massimo dei sentimenti e lo strumento minimo del logos.
      l’icona è percettibilmente istantanea, l’icona è il contrario della scrittura , ma se un individuo provasse a congiungere questi 2 canali/mezzi, egli avrebbe un’ armonia conoscitiva indelebile.

    12. Mariano Grifeo Cardona di Canicaro
      aprile 7th, 2005 13:27
      12

      scusate, don Antò, sarà che è noddico ma io chistu covacicci non lo capisco. comi scrive? la chiarezza, unni sta? chi vòli dicere: la canne non la canne, u’ simbulo… non lo sacciu. ma concordo con chiddu ca dite voi.

    13. PlacidaSignora
      aprile 7th, 2005 13:45
      13

      Guarda qui:
      http://www.alessandrogennari.it/blog2/index.php?id=106

      cam in diretta; un unico bagliore di continui lampi…

    14. quattrogatti
      aprile 7th, 2005 15:35
      14

      Ragazzi, evidentemente Lello Voce non era soddisfatto delle foto con Pinochet e ritorna sul PaPa con un pezzo durissimo.

      http://www.lellovoce.it/article.php3?id_article=327

      e questo è pubblicato su carta anche
      quattrogatti

    15. angelocesare
      aprile 7th, 2005 21:37
      15

      Troppo complicato. Troppe interpretazioni. E’ solo maleducazione e debolezza di affetto.

    16. will
      aprile 9th, 2005 10:51
      16

      E’ tutto molto primitivo, nel senso di ancestrale. Il bisogno di VEDERE il corpo morto, di fotografarlo casomai poi venisse un dubbio.
      Ma soprattutto quella frasetta che -fa strano dirlo_ è perfino pre-televisiva, hollywoodiana: “… “e voi potrete dire: C’ero anch’io!”
      Parafrasando Warhol “tutti vorranno essere parte di un evento storico per almeno 15 secondi”.
      Naturalmente io credo che solo una parte dei fotografanti fosse lì in segno di vero affetto per il Papa. Ma questa è un’opinione come un’altra.

    17. Lucrezia
      aprile 9th, 2005 18:45
      17

      Sì, in fondo è primitivo. Nonostante i cellulari che scattano foto. Eppure, nonostante chi sia nato senza il cellulare incorporato non possa che perplimersi davanti a questa danza, provare emozioni quasi di fastidio, con la testa mi dico: cosa c’è da meravigliarsi? I cellulari, le telecamere digitali, il pc sono ormai prolungamenti dei nostri corpi (questa non è mia), della nostra mente, quindi della nostra memoria. In Vaticano, e non solo in questi giorni, pare l’abbiano capito al volo. Sarà pure stato vietato sulla carta, infatti, ma non ho visto nessun incaricato riprendere chi scattava foto o riprendeva. E questo mi porta a uno strano collegamento, a proposito di corpi e di templi. Non so se a qualcuno (anzi, dovrei dire qualcuna) è capitato mai di varcare la soglia di una chiesa con una tenuta estiva da turista, magari identica a quella del compagno, canottiera e pantaloncini, mettiamo. Be’, tutte le volte che mi è capitato, mal me ne incolse. Un paio di volte in particolare, venni “cacciata dal tempio” con parole di biasimo. Dunque? Niente. Rifletto.

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