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21/03/2005

Il corpo animato dell’ospedale

di Mariano Grifeo Cardona di Cani, alle 16:02

[Riceviamo un pezzo dall’adorato Mariano, che così giustifica il non uso del siciliano “mi dispiace di non avere usato la mia lingua matri. ma così sinne uscì dalla mia testa e così la scrissi: in taliano”. Le foto, invece, purtroppo, sono mie. as]

Scaffolding, foto di asDi notte, ronfa come un asmatico che respira male e russa.

Si sentono fiati e si vedono sbuffi. Perchè esiste un sistema arterioso fatto di larghi tubi d’acciaio che corrono nei sotterranei, e lungo i tetti. Aria, refrigerazione, ossigeno, riscaldamento, puzze e scarichi.
Un ospedale è un corpo animato, assai complesso.

Quando sei vecchio – come me – speri che quel corpo sappia accoglierti nel migliore dei modi, rimetterti in sesto e lasciarti uscire di nuovo. Dentro di te, però, corre in sottofondo il basso continuo del tuo inconscio, al quale lasci il compito ingrato di riflettere sul fatto che tu – da quel corpo – potresti anche non uscirne piĂą. Restarci intrappolato, conoscerne viscere e sistema nervso, centrale e periferico. Per settimane e mesi. O altrimenti per sempre.

Finire la vita in una corsia d’ospedale non è bello. Io, che sono vecchio, spero sempre di poter crepare nel mio letto. Col panorama consueto del palazzo di fronte, visto da basso, le lenzuola impregnate del mio sudore, e una porzione di cielo alla quale sono ormai affezionato, prima di chiudere le palpebre per sempre.

Il San Camillo ha arti nuovi, lucidi e verniciati di fresco, e ha anche braccia vive e gambe in cancrena, lasciate ad ammuffire.
Fai conoscenza con questo grande corpo quando ci entri dentro. E capisci subito che è anima viva che nasconde virus e cellule, microbi e molecole.
Alla sera, il brusio continuo del gigante assume un tono rassicurante: ronfa perchĂ© così noi – noi essere umani – viviamo. Ma può anche assumere un’aria sordida, quando noti le tapparelle sfasciate e storte, le finestre buie di una palazzina disabitata.
Chi si aggira per le corsie di un reparto in disarmo?
Esistono i fantasmi dei malati che lì hanno patito? Anime in pena che ciabattano ancora – di notte – lungo corridoi deserti di uomini in carne e ossa?

Sono andato un po’ a spasso per quel corpo.

Quando passi di fronte al reparto di rianimazione ascolti il respiro delle macchine, non quello degli uomini. Ti sollevi sulle punte, e da una finestra scorgi lo scenario che Crichton ha descritto in Coma profondo. Ma se pensi che sei sulla circonvallazione Gianicolense, l’alone di mistero evapora, l’atmosfera da thriller svanisce. Un’infermiera esce da una porta laterale e fuma una sigaretta appoggiata alla parete: si guarda la punta dello zoccolo di plastica che sta per rompersi. Il mondo di chi sopravvive addormentato è separato dal mondo dei vivi e basta, da una porta dove sta scritto: si prega di spegnere i cellulari.
Dentro, l’alta tecnologia è applicata all’esistenza: un computer sorveglia e restituisce uno specchio di vita o morte, sotto forma di linee curve o desolatamente piatte.
Da dove m’alzo io, noto solo un paio di uomini, sovrastati da tutte queste macchine.

scaffolding 2, foto di asMa il corridoio – una lunga trachea nelle viscere del corpo ospedaliero – non finisce alla rianimazione. Un braccio si apre sull’ascensore “pulito”, proprio così, “pulito”. Un altro sull’acensore dei rifiuti, lo sporco. Separazione necessaria in un ospedale.
Quel corridoio sbuca in chirurgia generale. Le infermiere e i medici si muovono come sangue e cellule, sono sempre in circolo. Spingono veloci i carrelli che portano minestrine in brodo e mele rachitiche, soluzioni e siringhe. E poi ci stanno i pazienti: potranno somigliare ai virus? A cellule che hanno qualcosa che non va?
Nel grande corpo trovano posto anche simpatici parassiti, come i tossici che cercano 5 euro per “la miscela”, zingarelle che raccattano due lire per il bambino che tengono in grembo, e forse – chissĂ  – fanno da pali per compari che sfilano portafogli.
Un organismo è una faccenda complessa, immagino sia anche bello se visto da dentro.
Non credo, però, che gli esseri umani siano illuminati – al loro interno – dagli stessi neon tristi che danno luce alle corsie, pur nuove, dell’ospedale. Oppure, che le nostre pareti corporee, e i tessuti siano dipinti con le stesse tonalitĂ  di grigio scelte per il San Camillo. I corridoi sanno di pulito, ma deprimono.

A spasso per l’ospedale. Fuori del cunicolo dove non i cellulari vanno spenti per non interferire con le macchine, sbuchi sulla palazzina della maternità. Giusto con un volo della fantasia possiamo pensare a quel reparto come al sistema linfatico nel corpo dell’ospedale.
Maternità è scalcagnata, l’intonaco risale a una vita fa. Nè depressa, nè pulita, non ci sono i toni di grigio tristi. E’ solo che il reparto dove si nasce è proprio vecchio e cadente.
Immagini le corsie dense di puerpere, i respiri ritmati di chi ha le doglie, le ostetriche che volano da una sala parto all’altra. Il chirurgo che dice a una donna già in lacrime, “signora dobbiamo tagliare. Dobbiamo fare il cesareo, mi spiace”. E lei che inizia a piangere, non si dà pace. Le lacrime s’appoggiano e dondolano sulla parte basse dell’occhio, prima di rigare la guancia e scendere giù, sul camice bianco. L’ostetrica asciuga tutto e sussurra all’orecchio: “non devi piangere, non è colpa tua”.

C’è un corpo che nasce.

La malattia, nel luogo che le malattie invece le cura, prende la forma di un reparto disabitato che cade a pezzi. Oltre ai fantasmi dei malati morti e impazziti, dei pazienti che hanno lasciato il loro spirito in pigiama vagare per i corridoi, piĂą prosaicamente quella palazzina oggi sarĂ  popolata di sorci. Toponi allegri che finalmente possono andarsene a zonzo senza il timore di incappare nelle spire di una derattizzazione omicida. E insieme a loro insetti, blatte e tutta una popolazione, altrimenti esclusa, dalle supreme ragioni sanitarie che governano il corpo, nel quale sono a passeggio.


  • Lo sconfinamento nel corpo
  • Firmare la cittĂ 
  • Corpografie (I)
  • Corpofagie

  • 5 Commenti al post “Il corpo animato dell’ospedale”

    1. angelocesare
      marzo 21st, 2005 18:01
      1

      Ma ospedale è anche il dolore che diminuisce, la vita restituita e l’attesa di un pasto che torna ad essere possibile ed atteso. Un libro mai letto. Amici rivisti. L’uscita nell’aria di un nuovo giorno. Il sapore del cioccolato.

    2. Antonio
      marzo 22nd, 2005 19:18
      2

      Don MariĂ , ho visto cose che altro che spitali – pure dopo morti c’è da soffrire – spiriti in catrame, e non piĂą in pigiama…

    3. angelo
      marzo 23rd, 2005 11:34
      3

      Complimenti,

      da figlio di infermiera e con una sorella infermiera sono sempre stato circondato da storie di ospedale, ho visto e vissuto in quel corpo che descrivi così abilmente rendendo esattamente le mie senzazioni quando ripercorro a distanza di anni quei coridoi

    4. Proserpina
      marzo 23rd, 2005 13:00
      4

      Belle le foto di accompagnamento, e bello il pezzo, naturalmente!

    5. manginobrioches
      marzo 25th, 2005 07:13
      5

      Sì, l’ospedale è un corpo, un animale pieno d’anime a forma di corpi. http://blog.virgilio.it/weblog.php?idPostZoom=P41a77ecebc4dd

      manginobrioches

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