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21/02/2005

Mettiamo una pietra sopra Firenze

di Antonio Sofi, alle 19:02

[Dallo speciale “La metamorfosi. Come la città ci sta cambiando”, uscito su Rosso Fiorentino, Novembre 2004. Pezzi precedenti: La città pubblica, la città (im)mobile di Enrico Bianda, e Molecole partecipate della città di Gianluca Bonaiuti]

[Illustrazione di Tracciamenti, particolare]
Città giardino di Pop Life, particolare - clicca per andare alla galleriaArchitettura di carta è la definizione lapidaria con la quale Adolfo Natalini, progettista tra le altre cose del nuovo Polo Universitario di Novoli, ha definito la tendenza tutta fiorentina di progettare molto e costruire poco. Carta canta, forse, ma non posa pietra. Impedimenti di carattere politico, burocratico, culturale, sociale (spesso addirittura estetico) hanno consegnato per molti anni Firenze ad uno stato paradossale di frenetica inattività.

Ora la città sembra essersi incamminata verso un futuro magnifico e progressivo di profonde modificazioni dal punto di vista architettonico e urbanistico. Tutto è contemporaneo scalpitante movimento, come in un dipinto futurista. La città cambia! È il rassicurante mantra che si leva leggero dai cantieri aperti, dagli edifici in costruzione, dagli spartitraffico, dai lavori in corso, dalle pietre brulle che attendono con rassegnazione una spolverata di bianco.

La città cambia! Sembra di sentirne l’eco tra il rombo delle ruspe che divelgono, dei camion che trasbordano, delle gru che innalzano laddove si può solo costruire o cadere giù. La città cambia! È il suono delle gomme che stridono su vie che sviano, viali che deviano, vicoli che svicolano. La città cambia – e nessuno che si chieda mai se siamo cambiati noi.

Ci sono logiche la cui logica è talmente complessa da apparire, a prima vista, inesplicabile. Non c’è alcuna spiegazione scientifica che dimostri una volta per tutte, per esempio, perchè i disastri aerei, invece di distribuirsi in modo uniforme in un lasso di tempo dato, tendano a concentrarsi tutti insieme, uno vicino all’altro. Illogico, appunto.
Eppure. Eppure può accadere che diversi importanti interventi dalle lunghe e tormentate e litigiose storie si diano appuntamento alla stessa ora, o quasi, e nella stessa città. La riqualificazione dell’ex area Fiat a Novoli, i viali intorno alla Fortezza da Basso, la stazione dell’Alta Velocità, la Loggia del museo degli Uffizi, la tramvia veloce di Scandicci. Solo per citare i più importanti. Tutti progetti di notevole impatto sul territorio – e il paragone con i disastri aerei è volutamente casuale.

La città cambia, e deve cambiare. La lunga stasi architettonica e urbanistica di Firenze è in buona parte da attribuirsi alla idea (particolarmente nociva come tutto ciò che è sconsiderato ma in buona fede) che tutto dovesse conservarsi tale e quale, che il distrutto andasse replicato e il passato non sfidato. Che, in ultima analisi, il contemporaneo non avesse alcuna dignità d’identità propria. In che modo cambia, però, è domanda che occorre porsi.

A ben vedere, gli interventi previsti sono di due tipi.

I primi riguardano le cosiddette infrastrutture – sottopassi, gallerie, rotonde più o meno ovoidali, sensi unici e corsie raddoppiate, stazioni con treni ad alta velocità che passano sottoterra e fanno fermata nel garage di casa, tram veloci che divorano la pianura. Le infrastrutture, per dirla con le parole di Norman Foster, sono una sorta di colla urbana, che tengono insieme gli edifici singoli, e definiscono un tessuto urbano. Spesso sono, più semplicemente, interventi in ossequio ad una idea di viabilità perfetta che talora diventa, nomen omen, abilità ad andar via – il miraggio visionario del personaggio verdoniano il cui programma elettorale si riduceva nella proposta di asfaltare il Tevere, per far sì che finalmente il traffico potesse scorere. A Roma se score, a Firenze se score.
Applausi e sipario.

Novoli's horses, di Enrico Bianda, Novembre 2004Il secondo riguarda le strutture (o sovrastrutture, se il termine non fosse ideologicamente ambiguo) – singoli edifici, intere aree da riqualificare, isolati interventi dal valore simbolico, come nel caso della Loggia di Isozaki. Progetti che, se riusciti e ben realizzati, assumono il ruolo di preconizzatori identitari. Definiscono oggi la riconoscibilità di intere comunità domani. Spesso, però, gli interventi sulle strutture sembrano rispondere ad una sorta di horror vacui, un orrore del vuoto che diventa attrazione fatale. E che spinge, per esempio, a voler riempire di qualcosa i “buchi neri” delle città, come li chiama Renzo Piano, ovvero quelle aree industriali dismesse, furono periferiche, ora accerchiate dalla crescita esponenziale del reticolato urbano. Un vuoto intollerabile allo sguardo moderno. Dissonante, come il segno di un quadro rubato sulla parete di casa.

Come cambia la città? O meglio, chi decide come cambia la città? Banalmente: chi governa decide – in virtù del fatto che la rappresentanza politica moderna non prevede (giustamente) la presenza di deleghe vincolanti. Ma, meno banalmente, l’assenza di deleghe vincolanti non deve voler dire che si ha l’autorizzazione a fare e disfare senza render conto a nessuno.

Eppure se sulle “infrastrutture” appare sensato un approccio il più possibile partecipato, condiviso, negoziato con le varie anime della società, sui singoli interventi “strutturali” più o meno simbolici, o sui singoli dettagli, chi governa dovrebbe avere il coraggio di ritagliarsi un margine in più di discrezionalità. Una discrezionalità che deve caratterizzarsi come vero e proprio progetto politico – in quanto possibilità di lasciare memoria di sé e delle proprie idee. Discrezionalità vuol dire, in fondo, scegliere: atto profondamente politico. Ed estetico – nonché etico, alla fine dei conti.

Di che colore la piastrellatura del sottopasso? di che forma il nuovo palazzo di giustizia? il parco di Novoli aperto o chiuso ai soli residenti? la loggia di Isozaki: alta, bassa, media? Che la politica prenda in mano i progetti in modo inequivocabile, senza delegare tutto a tecnici o architetti, dando limiti e paletti ai progettisti. Senza seguire mode o lasciarsi fascinare da voghe correnti, imponga idee chiare e riconoscibili, comunicate con decisione e onestà – scelga insomma. Cosa rimarrà delle precedenti amministrazioni? Un sottopasso o un bel discorso?

L’impressione finale, scorrendo la tormentata storia dei ritardi e delle incomprensioni che hanno contrassegnato la storia di molti dei progetti ora in via di realizzazione, è che appunto la politica sia rimasta spesso (non sempre, va detto) in disparte, vigilando e mediando, preda del timore di disturbare le tante menti pensanti che accorrono sui progetti come api sul miele, o di scontentare qualcuno.
Le cronache che, per esempio, raccontano la nascita e il lento (quasi ventennale) progredire del Piano per Novoli fino ad oggi sono appassionanti come una sorta di romanzo d’antan – dalla trama ingarbugliata da litigi, incomprensioni, carteggi e ripicche. Forse un po’ di tempo e fatica poteva essere evitato da una presenza più coraggiosa della politica, pur nei limiti del proprio ruolo e nel rispetto di tutti gli attori coinvolti.

Architetti in primis.
Renzo Cassigoli, giornalista dell’Unità, ha dato recentemente alle stampe per i tipi della Cadmo un bel volume intitolato “Architetti a Firenze e dintorni”. Cassigoli ha raccolto varie interviste fatte ai protagonisti dei più importanti interventi architettonici e urbanistici degli ultimi anni a Firenze. Tra gli altri: Ricci, Michelucci, Halprin, Krier, Piano, Foster, Isozaki, Meier, Natalini. Se la politica (un po’) latita, gli architetti si divertono (o almeno sembra).

Per chiudere il cerchio. Natalini, quello dell’architettura di carta, è anche autore del memorabile aforisma secondo cui “l’architettura è un lapsus fra il lapis e la lapide”. Perché spesso, spiega lo stesso Natalini e riporta Cassigoli, non c’è passaggio logico tra il segno del lapis e la pietra che realizza l’opera.

Mettiamoci una pietra sopra, insomma.


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  • 4 Commenti al post “Mettiamo una pietra sopra Firenze”

    1. Proserpina
      febbraio 21st, 2005 20:37
      1

      E’ una questione di equilibri. La città deve distruggersi piano e vivere momenti di assoluto deterioramento, deve lacerarsi in diversi punti, deve strapparsi, guastarsi, morire piano. E poi, un giorno, quasi senza previosione (ma in verità la città lo prevede), arriva l’equilibrio, diventa cantiere, e si risana, si ricuce, si cura, risorge.
      Nell’esistenza c’è un equilibrio. E la città non può sottrarsi.

      Ps: più materialmente, c’è il classico effetto domino da Assessorato ai lavori pubblici: aperto uno, si aprono ad oltranza altri cantieri.

    2. Paolo Ferrari
      febbraio 21st, 2005 23:14
      2

      Non conosco Firenze ma ho apprezzato la prosa, molto brillante davvero. Saluti

    3. franco
      febbraio 23rd, 2005 00:16
      3

      io ovviamente non sono nessuno per contestare il Natalini e le sue teorie, però spesso ho la sensazione che i grandi capolavori di Firenze (Palazzo Vecchio, Duomo, per arrivare al Viale dei Colli) annullino tutto quello che comunque viene fatto. Il 900 si potrebbe dividere in 3 momenti: Ventennio, dopoguerra pre alluvione, postalluvione.
      Nrl ventennio di opere sono state fatte: stazione, stadio, manifattura tabacchi, l’ospedale di Careggi.
      Nel dopoguerra le amministrazioni affrontarono la questione casa con la nascita di svariati quartieri, fra tutti quello dell’Isolotto.
      Una volta riparati i guasti dell’alluvione la città si è fermata. Da un lato chi governava era incapace di prendere una decisione e dall’altro c’era una città dove era sempre più difficile muoversi e dove i conventi smessi non erano più in grado di dare tutte le risposte che avevano dato fino ad allora.
      Oggi si sconta questi 40 anni dove tutti hanno parlato, ma nessuno ha agito.
      E’ il problema di “dover rendere conto a tutti”. Scusa l’approssimazione,ma 100 anni di Firenze in 15 righe non è facile.
      Anche sul ruolo degli amministratori su strutture e sovrastrutture ci sarebbe tanto da dire.

    4. Antonio
      febbraio 24th, 2005 12:35
      4

      Pros: sì, può essere una ipotesi sensata: come per qualsiasi altro “sistema” complesso di parti interrelate, si pensa o siporta ad aggiustarlo solo quando proprio non se ne può fare a meno – in cui il disequilibrio è troppo marcato.

      Grazie Paolo, troppo buono davvero.

      Franco: non avrei saputo dirlo meglio, e soprattutto con tale densità sensata. Ovviamente sono d’accordo con te – e in effetti mancava (per questioni di spazio ma non solo) nel mio pezzo una prospettiva che storicizzasse un po’. La logica del “dobbiamo metter tutti d’accordo” è immensamente deleteria, perchè, peraltro, in assoluta buona fede (spero). E certo favorita dal “monopolio” politico fiorentino – una sorta di modo di attenuare il senso di colpa di questo “monopolio”. (è una provocazione anche un po’ eccessiva, che andrebbe argomentata – ma forse mi capisci). Ci aggiungerei anche la logica “non sfidiamo il passato” che in città d’arte come firenze è una vera palla al piede. Non si può ripensare un quartiere periferico, orribile come Novoli perchè a un chilometro di distanza c’è la cupola del brunelleschi e bisogna farci conto. Insomma, non bisognerebbe esagerare! Anche la cupola del brunelleschi, è stata una “rottura” del passato, all’epoca sua – è questo il coraggio di pensarsi nel futuro -un coraggio che non può accontentare tutti – di cui parlo. (e che in parte si comincia a vedere). grazie per la riflessione, as usual :)

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