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14/02/2005

Polis in viaggio IX – Il Coccige da Vinci e le cartellette siderali

di Enrico Bianda, alle 22:22

*L’interprete*
Treno da VinciC’è questa luce intensa, trasparente, del mattino che riflette attraverso i campi di questo Nord Est. La luce del sole che cresce arriva da Sud. Mi pare. Non dovrebbe. Ma è così.
Quattro donne giapponesi sono sedute di fronte a me in questo scompartimento. Oltre a loro quattro anche una quinta donna, italiana, che mi pare di capire fa l’interprete. Parla correttamente il giapponese. Le parole, o meglio i suoni, emergono quasi magicamente, piccole sillabe, raffichette rapide di dittonghi interrogativi. Il giapponese potrebbe essere una lingua fatta di domande, di punti interrogativi appena accennati.
Nei discorsi di queste cinque donne ricorre una parola in italiano. Dice più o meno così: coccige da vinci. Proprio così. Coccige da vinci.

Poi una si alza e fa un mezzo giro su se stessa mostrando le cinghie che le cingono la vita. Sembra una ballerina chiusa in una bottiglia. E deformata dal vetro. Avrà un’età che la spinge verso i quaranta. Due di loro sono sui quaranta e le altre due più giovani. La più giovane porta ai piedi due scarponcini in cavallino. Pelo bianco e marrone. Sono i piedi paffutelli di un corpo armonioso, che si chiude con un viso dominato da una bocca da cui non riesco a distogliere lo sguardo. Io insisto appena sugli occhi, ma naturalmente senza alcun esito.
In verità è un po’ come se non esistessi in questo scompartimento occupato da cinque donne di cui quattro giapponesi. Quando parlano c’è come una sottotraccia sonora fatta di mugolii di assenso e costernazione: una partecipazione continua emotiva alle affermazioni di una prima e dell’altra poi. Nella conversazione sono ordinate, c’è questa cantilena, un suono sommesso che sembra incoraggiare.

*Dopobarba ferroviario*
Appena passate le giapponesi – sembra una categoria cognitiva del viaggio, un luogo ameno del pensiero viaggiante, che riecheggia lontano… le giapponesi – entrano e si accomodano questa volta quattro uomini in abito e scarpe comode. Conoscono i nomi dei treni, ne parlano con sapienza come fossero dei conoscenti: il Minuetto e il Raffaello. Le caratteristiche e i difetti. Viaggio comodo, un po’ inquieto, le troppe informazioni tecniche sul mezzo che mi porta mi influenzano.
Il Minuetto ha poca massa. Mi preoccupo?
Questi quattro uomini, che parlano con l’accento di Verona – siamo a Verona – hanno l’odore del mattino. Dopobarba e caffè preso al volo al bar della stazione. Portano cartelle portadocumenti che immagino vuote. O quasi. Magari una busta colorata di plastica con un tabulato e un documento sulla gestione organizzata dei problemi verificati in corsa dal macchinista.
Da quelle cartellette, nere, con le maniglie in pelle nera, con le fibbie nere, giunge ad ogni gesto un suono siderale. Si muovono in coppia, telefonano in coppia, si alzano in coppia e leggono in coppia. Un po’ bestemmiano in coppia.


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