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12/02/2005

Molecole partecipate della città

di Gianluca Bonaiuti, alle 00:22

[Dallo speciale “La metamorfosi. Come la città ci sta cambiando”, uscito su Rosso Fiorentino, Novembre 2004. Pezzi precedenti: La città pubblica, la città (im)mobile di Enrico Bianda]

Cavalcavia, Firenze, novembre 2004, foto di Enrico BiandaClistene, il progettista di Atene, non avrebbe capito la domanda e forse neppure il più tardo e disincantato Thomas Jefferson, agrimensore delle vaste lande americane. Introducendo un recente volume sulla scontentezza dei globalizzati, Saskia Sassen, autrice di alcuni studi fondamentali sulle trasformazioni della forma urbana in età globale, si vede invece costretta a chiedersi di chi sia la città.

La domanda è di quelle che lasciano interdetti.

Che parlando di città si debba preliminarmente stabilire determinate relazioni di proprietà, e non soltanto quelle di potere, non è un’ovvietà da poco: in fondo la città è il luogo per antonomasia della formazione di una sfera pubblica e perfino le sue ultime e più sgangherate incarnazioni portano con sé un qualche lampo di relazione non condizionata da logiche privatistiche. Il fatto però che oggi la domanda abbia senso, anche per contesti limitati come il nostro, dipende forse dal riconoscimento che alcune cose sono cambiate o stanno lentamente cambiando, forse in modo irreversibile. Naturalmente una risposta soddisfacente a questa domanda dipende da cosa si intende col termine città.

Per Sassen con città si deve intendere un luogo determinato che ha precise caratteristiche materiali e che svolge un ruolo trascurato ma fondamentale nel sagomare la forma che i flussi più astratti e deterritorializzati attraversano il mondo odierno. Si tratta di un contesto di relazioni lavorative e d’altro genere che contiene le forme immateriali di comunicazione e di scambio transnazionale. La definizione non è esauriente: d’altra parte le definizioni si sprecano.
Ruotano tutte, però, intorno a due dimensioni: città come uomini, città come cose (case, strade, strutture…). Anche i luoghi sono fatti di cose e uomini, e mentre le prime possono essere possedute, i secondi no, almeno non a tempo indeterminato.

Questa differenza non è però ancora esauriente. Forse allora la definizione è insufficiente e manca un elemento. Vorrei provare a profittare di una definizione suggerita dal geografo italiano Franco Farinelli:

«città è ogni sede in grado di produrre un’immagine materiale, pubblica e perciò condivisa, della forma e del funzionamento del mondo o di una sua parte».

Se questa definizione è plausibile, la città è di chi ne possiede e produce una tale immagine. E il potere che la attraversa o la proprietà che la immobilizza è tanto più diffusa quanto più quell’immagine è condivisa, anche a prescindere dalle singole proprietà. Non è difficile, mi pare, accorgersi che ci troviamo immediatamente catapultati nei linguaggi della rappresentazione, e casomai della rappresentanza politica, senza per questo che la risposta sia data per certa.

Si possono però fare degli esempi: conquistare all’immagine di una città quegli elementi di contesto materiale di cui parla Sassen (fatti di relazioni lavorative invisibili) oppure riversarvi quelle presenze migranti rubricate come «eccedenze di sistema» sarebbe già un modo per mutare i contenuti di una certa immagine. La capacità di orientare la costituzione di uno spazio urbano dipende certo dalla mappa, ma come insegna l’esperienza ateniese – vero e proprio paradigma della cultura politico-urbanistica occidentale – la costituzione dello spazio dipende altrettanto dalla forma di relazioni di identità, di simmetria, di reversibilità, di equilibrio, di reciprocità tra i cittadini che sono alla base della pensabilità stessa di quel sistema che ancora oggi, con una certa vocazione anacronistica, continuiamo a chiamare «democrazia».

Quando Mike Davis racconta che arrivando a Los Angeles i giapponesi, storditi e disorientati dall’ammasso urbano, chiedano chi comanda, propone un quesito che non si pone per l’esperienza ateniese. In quel caso infatti la risposta sarebbe potuta essere solo una: nessuno, solo il meccanismo. A che punto siamo con tale meccanismo? Forse la domanda dovrebbe essere posta in modo più preciso e guardare con più attenzione a quella definizione di città proposta, provando a testarla sull’esperienza della nostra città: come si partecipa ad un’immagine di città, come ci si rende corresponsabili del suo dispositivo rappresentativo?

Mi pare evidente che la semplice assuefazione ai dispositivi di rappresentanza politica non basta: qualcuno che io eleggo decide interpretando la mia volontà. Non sono rari gli episodi di azione urbanistica non partecipata e, al di là, di generiche lamentele, resta sempre l’incertezza e il fastidio per procedure decisionali che avvengono nelle segrete del Palazzo o, peggio ancora, in altre segrete.

Rappresentazione significa visibilità, reperibilità di responsabili, responsabilità autoriali: lo spazio moderno, sia esso urbano o territoriale, portava sempre la firma di un autore che poteva essere messo in giudizio. Di solito si tende a criticare il carattere estraniante, per non dire «dispotico», delle logiche geometrizzanti dello spazio moderno astratto, critica tutta giocata in favore dei valori di riequilibrio contenuti nelle molecole identitarie del luogo, ma dovremmo chiederci anche: che ne è della «pubblicità» e partecipazione che quello spazio regalava laddove le linee della rappresentanza politica, se non latitano, quantomeno languono?

Che ne è dell’immagine della nostra città e quanto possiamo contribuire a produrla?


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  • Un commento al post “Molecole partecipate della città”

    1. oliviero
      febbraio 14th, 2005 12:29
      1

      …i cartelloni pubblicitari per le strade sono l’immagine del potere della città. E attaccarne, com’è uso comune, uno sull’altro è l’immagine della prevaricazione selvaggia…più di tante strutture urbanistiche/architettoniche…

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