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07/02/2005

La città pubblica, la città (im)mobile

di Enrico Bianda, alle 12:21

Perché pensare la città come un sistema integrato, abitato da comunità ed individui consapevoli e comunicanti

*Concorsi pubblici e umori cittadini*

[Illustrazione di Tracciamenti, particolare]
Illustrazione di Tracciamenti.net, particolareRipercorrere gli ultimi anni di vita sociale della città di Firenze, tra rivoluzioni della viabilità, nuovi centri per la socialità e lo scambio e lo sviluppo integrato dell’abitabilità, lascia intravedere alcune caselle vuote nel complesso sistema della politica amministrativa che ha guidato molte delle scelte sul futuro (o destino) della nostra città.
Recentemente un segnale ambiguo di questo slittamento di senso ci è pervenuto dal “caso” Isozaki: per chi si fosse perso le ultime schermaglie tra potere politico centrale ed amministrativo locale il portale di uscita dalla Galleria degli Uffizi, disegnato dal progettista giapponese, vincitore di un concorso pubblico cui avevano partecipato come di consueto i più celebrati (e cerebrali) architetti del mondo, ha ricevuto uno stop apparentemente inderogabile da Roma e dal Ministero della cultura targato Urbani.

Ma la cosa che a noi in questa sede interessa è lo sfondo costituito da rapporti poco chiari tra amministrazione, la città ed i suoi cittadini e l’insieme dei mezzi di comunicazione.

Il caso Isozaki svela quel complicato sistema di comunicazione tra i soggetti elencati e l’idea stessa di cittadinanza, e quindi, pensiamo, di scelte condivise e negoziate. Al tempo stesso mostra la corda sul difficile tema della necessità di un’apertura di dialogo su scelte di carattere politico tra amministrazione e comunità.

In altri termini ci domandiamo fino a che punto su scelte come quella di costruire il portale di uscita della Galleria (andando quindi a toccare un nervo scoperto del senso di identità fiorentino) sia legittimo – va da se – o necessario aprire un dialogo con i cittadini. Sono segni che chi guida la città ritiene di dover lasciare in un tessuto urbano profondamente provato da secoli di inamovibilità.
Ragion per cui risulta del tutto inutile quando non dannoso cercare, attraverso sondaggi di opinione, di misurare gli umori, le opinioni su un tema difficile da chiudere in una sola domanda: “che ne pensa del progetto Isozaki?”.

”In grande maggioranza – il 67%, stando ad un sondaggio – i fiorentini non sono convinti della riqualificazione dell’uscita degli Uffizi con la loggia di Isozaki, il cui portato viene considerato estraneo al patrimonio artistico-culturale della citta’ e comunque in conflitto con l’architettura di piazza Castellani”. (AdnKronos)

*Due orientamenti diversi*

Da una parte abbiamo Firenze, che, nel bene o nel male, a fronte di decenni di iniziative, progetti e proposte di trasformazione, è restata sostanzialmente ferma. Oggi ci troviamo di fronte ad una serie di iniziative forti che stanno trasformando il tessuto urbano e anche quello sociale e culturale.
Che cosa è successo? Quali sono state le scelte? Negoziare la trasformazione o imporre delle scelte politiche assumendosi appieno la responsabilità? Si tratta di cogliere una sostanziale differenza nel tipo di intervento.
Può trattarsi di una questione di carattere infrastrutturale, che coinvolge la vita stessa della comunità, che va ad intaccare le reti della comunicazione cittadina, gli stili di vita, le identità stessa dei cittadini. E’ il caso di Novoli, del complesso universitario e residenziale che sta prendendo vita nell’ex area Fiat. In questo caso, almeno quindici anni di confronti, spesso infruttuosi, hanno portato a scelte importanti che pare non abbiano tenuto conto dell’impatto con la dimensione sociale dell’area. Forse occorreva una spinta politica chiara, limpida, una successivo processo negoziale con le parti sociali coinvolte, ed una valutazione complessiva del tipo di impatto che un progetto di tali dimensioni avrebbe avuto su quel pezzo di città.

Il progetto dela loggia di IsozakiAltro caso è, ad esempio, la scelta di porre dentro un tessuto urbano, senza alterarne i rapporti e la natura stessa, un segno architettonico preciso, evidente, anche dirompente, ma non dal punto di vista della funzionalità, dell’influsso che questo potrebbe avere sulla rete di rapporti sociali e culturali che costituiscono la dimensione urbana. E’ il caso del progetto Isozaki, voluto da un’amministrazione, passato attraverso un concorso, e quindi legittimo. Una scelta politica responsabile.

Quello che deve contare non è se il progetto è bello o brutto. Impossibile trovare un accordo. Quello che conta è l’impatto che questo può avere sulla città. In questo caso dunque, possiamo immaginare che non sia necessario negoziare l’intervento.

Ogni città, così come la società tutta, ha bisogno di regole per la convivenza. La città come forma sociale e architettonica non è nient’altro che un patto sociale sorretto da una volontà. Questo patto ha come riferimento la storia locale, la tradizione edilizia, la cultura materiale locale, la suddivisione delle aree di competenza e lavoro, il modo di concepire il rapporto tra centro e periferia, ecc.

Firenze, nonostante tutto, ha dalla sua quella che potremmo definire un’insistita attenzione da parte dei suoi amministratori – da sempre, o per lo meno da quando si ragiona in termini di cambiamento nel quadro ad esempio dei concorsi architettonici pubblici – per le direttive condivise in quello che riguarda il cambiamento. In altri termini raramente [eccezion fatta per i lavori di Michelucci che ancora oggi giustamente restano intoccabili] si è preferito affidare la costruzione formale della città al talento artistico degli architetti, in combinazione magari con i desideri dei committenti privati.

Tornando al progetto Isozaki, quanto accaduto forse mette in luce una disfunzione nel rapporto della città con le sue architetture, rapporto che mette bene in evidenza, e dovremmo tenerne conto, la relazione che intercorre tra amministrazione e società civile, con tutte le variabili che conosciamo e che costruiscono i luoghi in cui abitiamo.

La storia recente della nostra città va proprio in questa direzione, con al centro della sua trasformazione, non solo architettonica ed urbanistica, proprio l’idea di condivisione e comunicazione: che peso hanno avuto, nell’esito delle ultime elezioni amministrative, le questioni legate alla partecipazione democratica, che non a caso vede un assessorato apposito nell’architettura della giunta insediatasi a giugno?

La città è pubblica, la città è comunicazione ed è movimento.
Se queste sono le premesse per una riflessione sulla dimensione urbana, allora è necessario comprendere il valore ed il peso di scelte che maturano in un contesto di trasformazione radicale della città stessa. Trasformare gli assetti del tessuto urbano, modificare gli spazi cognitivi, le aree di attività assegnandole ad altri luoghi della città, finisce per pesare sull’idea stessa di città nel suo complesso, per cui alterare [facendo scelte più o meno condivisibili o negoziate] gli assetti di una città significa modificarne nel profondo l’anima, il tessuto connettivo, il sistema nervoso.

*Spazio urbano e cittadinanza: una proposta.*

Dunque tra quello che accade alla città, le sue trasformazioni del tessuto urbano e riqualificazioni delle aree ex qualcosa, e la dimensione urbana tutta, quindi compresa tutta la, o meglio le, comunità che la abitano, esiste una rapporto più stretto di quanto non si creda.
Questo rapporto si nutre con il tempo, si consolida, si vivacizza e si incrina (spesso) con le trasformazioni.
Gli spazi del vivere, del muoversi e dell’abitare si modificano e di conseguenza mutano i comportamenti e il senso di appartenenza, quando non direttamente le diverse identità che abitano lo spazio, e che si definiscono secondo stili di vita, contiguità e desideri.

Particolarmente significativi a questo proposito credo possano essere considerati quegli spazi che congiungono le aree in trasformazione con quelle che ancora non lo sono.
I grandi cantieri della città, dentro la città, che stanno modificando gli spazi e i rapporti, che sono da tempo un segmento visibile e al contempo estraneo al tessuto urbano in generale.

Sono i grandi pannelli che corrono lungo i Viali della Fortezza, che spezzano il ritmo della vista a Novoli tra i palazzi del polo delle scienze umane dell’università di Firenze e che corrono diritti lungo la ferrovia a Campo Marte.

Una via straordinaria di comunicazione, lo strumento per dividere ciò che è in movimento da quello che resta fermo, un taglio che annulla la continuità di un territorio da abitare e all’interno del quale muoversi costruendo anche un rapporto di cittadinanza soddisfacente.

Lo sviluppo di una città, in qualsiasi senso lo si voglia intendere ed in qualsiasi senso esso voglia andare o venga condotto, deve poter andare di pari passo con la trasformazione condivisa dell’idea di cittadinanza, una nozione che oggi non può più essere ricondotta solo al suo aspetto giuridico.

Cittadinanza deve poter significare abitare consapevolmente una città condividendone lo spazio sociale. Ed è anche il compito dell’architettura, e quindi degli architetti che contribuiscono, perché no, attraverso i grandi concorsi pubblici, a ridefinire lo spazio urbano, le sedi abitative dentro ed intorno alla città, semmai fosse ancora possibile chiudere la città in una definizione.

*Osservare, descrivere, raccontare gli spazi*.

L’architettura vive in prossimità con lo spazio fisico, che oggi, forse più che in passato, è straordinaria metafora della città, il riflesso di comportamenti sociali.
E allora ecco che questa metafora trova una sua compiutezza, mirabolante per sintesi ed efficacia, in un frammento di interruzione dello spazio tra luogo della scienza, della vita e dell’essere cittadini, e luogo della trasformazione.

[Novoli - interstizi, foto di Enrico Bianda]
Novoli - interstizi, foto di Enrico BiandaSiamo a Novoli, Polo delle Scienze Sociali, Via della Pandetta.
Un muro di lamiera separa il cantiere della mensa universitaria (dimenticata dai progettisti ed aggiunta in corso d’opera: costruire per vivere tenendo conto delle esigenze di cittadinanza?) dal principale viale della cittadella universitaria.

Gli studenti, coloro che abitano questi luoghi, hanno trasformato questo muro in bacheca-tatzebau, dove comunicare, dove orientare l’intera comunità su iniziative, affitti, feste, compravendita di libri e fotocopie e altro ancora.
Un muro di lamiera si trasforma in spazio per e della comunicazione, nella forma primordiale del rapporto tra architettura e spazio sociale: strumento di comunicazione tra cittadini.

Allora perché, proprio per recuperare questo rapporto, e per risanare, nel caso ve ne fosse bisogno, il rapporto tra amministrazione e città, non provare a trasformare tutti questi interstizi – i grandi pannelli che circondano e proteggono i cantieri – in oggetti per la comunicazione, dove parlarsi e provare a capire che cosa stiamo diventando?

(da Rosso Fiorentino, Novembre 2004)


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  • 13 Commenti al post “La città pubblica, la città (im)mobile”

    1. Altri occhi
      maggio 10th, 2007 20:08
      1

      con il suo percorso personale, sento ancor più forte la perdita che oggi, dopo poche briciole di cui questa pseudo università ci ha permesso di godere – ma di cui non ha saputo comprendere il valore -, la nostra fragile formazione deve subire. [...] Siamo a Novoli, Polo delle Scienze Sociali, Via della Pandetta.Un muro di lamiera separa il cantiere della mensa universitaria (dimenticata dai progettisti ed aggiunta in corso d’opera: costruire per vivere tenendo conto delle esigenze di

    2. Kekule
      febbraio 7th, 2005 17:40
      2

      Tutto bello e tutto giusto.
      Ora bisognerà andare a recuperare i fiorentini, dato che non abitano più la città, la quale è ora per loro una trappola formicaleonica per turisti ed affini.
      E del loro abitare Sesto, Bagno a Ripoli, Signa e compagnia cantando, a Firenze non rimangono altre tracce di qualche fondo per ammassarci i tanto vituperati extracomuntari, ed un DVDrent qui e là che fa soldi grazie al suo solo esistere ed aver la corrente.

      Non è un caso che alle elezioni comunali abbiano vinto quelli che non hanno parlato di rivalutazione del centro storico in termini di “rendiamo appetibile ed economico il centro”.
      E questa valutazione, si badi, di politico non ha nulla.
      Purtroppo.

      Un saluto.

    3. PlacidaSignora
      febbraio 7th, 2005 18:42
      3

      Non ho visto Firenze ora, non posso esprimermi su ciò di cui parli.
      Posso solo dirti che è un anno che vedo invece Genova (Città della Cultura 2004) cosparsa di “opere d’arte” moderne.
      Ti basti sapere che a una di queste, un piccolo autobus scassato e arrugginito piazzato davanti all’ingresso di Palazzo Ducale in piazza De Ferrari, i vigili hanno dato una multa per divieto di sosta.

    4. POP LIFE
      febbraio 7th, 2005 20:03
      4

      Placida Signora: il problema è del vigile o dell’installazione? per quanto io sia scettica nei confronti di molto del materiale circolante spacciato per arte, devo dire che mi lasciano
      altrettanto perplessa le tautologie. così, oltre a interrogarci sulle dubbie scelte di materiale artistico da parte delle amministrazioni e di varie istituzioni culturali [si tratta di un
      problema reale, lo riconosco], forse dovremmo anche porci il problema altrettanto scottante della cultura in declino dei cittadini, così abituati a cibarsi di televisione di bassa lega e di poco altro…in questo modo risulta accettabile solo quello che è stato ormai metabolizzato, mentre ogni tentativo di proporre scelte inconsuete genera scetticismo e non stimola quasi mai l’approfondimento critico da parte nostra e tantomeno l’interazione con le istituzioni. POP LIFE

    5. Andrea Pellegrino
      febbraio 7th, 2005 21:49
      5

      beh POPLIF, nè del vigile nè dell’installazione, il problema non c’è affatto dato che il senso dell’installazione era presumibilmente di straniare, di decontestualizzare un’idea intenzionalmente inserita in un contesto dove essa normalmente avrebbe trovato la sua posizione naturale se non fosse che l’artista l’abbia invece privata proprio di quel nesso logico che l’avrebbe resa, appunto, un semplice veicolo malamente parcheggiato. il vigile è semplicemente caduto nella finzione artistica, per questo l’opera e la reazione desiderata all’opera è direi riuscita.
      che la gente è ‘superficiale’ o poco acculturata per apprezzare l’arte è un argomento ricorrente che spesso non necessita comprovazione, come tutti i luoghi comuni, mentre invece l’intenzione riuscita di un artista è sempre l’ultima delle ipotesi a venire considerata…il metabolizzato non genera arte, genera maniera, e passa inosservato perfino in televisione. l’aneddoto del vigile che ci è cascato, come forse l’uomo che voleva liberare i finti bambini impiccati di cattelan non è invece sintomo che uno stimolo, o meglio, un effetto, quell’opera l’ha causato?
      l’intenzione era dunque quella, e la multa, paradossalmente, è l’unica vera realizzazione artistica di quell’opera: possibile solo grazie ad una scelta intenzionale dell’installatore e basata non sul grado di cultura bensì sul grado di credulità di chi la guardava.
      l’arte fa questo: prende in giro. anche chi la prende sul serio.

    6. POP LIFE
      febbraio 7th, 2005 22:47
      6

      Andrea Pellegrino: erano le parole di Placida Signora a lasciarmi perplessa; personalmente non avevo mosso alcun commento all’artista, ma ero piuttosto interessanta all’ambiguità dell’annotazione riportata nel commento.
      quanto dici in merito al metabolizzato mi pare ricalchi ciò che ho scritto nel mio commento precedente; vorrei inoltre farti notare che nella maggior parte dei casi, il livello di credulità di cui parli [ma più che di credulità parlerei di rigidità mentale] è invesamente proporzionale a quello culturale e quindi le due cose son fortemente correlate.
      POP LIFE

    7. Enrico
      febbraio 8th, 2005 19:49
      7

      “il metabolizzato non genera arte, genera maniera, e passa inosservato perfino in televisione. l’aneddoto del vigile che ci è cascato, come forse l’uomo che voleva liberare i finti bambini impiccati di cattelan non è invece sintomo che uno stimolo, o meglio, un effetto, quell’opera l’ha causato?”
      dovrebbe essere l’arte a infondere capacità metabolizzante nella società, o almeno presso quei pezzi di società (o comunità) che possono e vogliono metabolizzare.
      La storia dell’arte è piena di questi esempi, e spesso anche le istituzioni che dovrebbero essere in grado di metabolizzare proprio perchè preposte a farlo (i grandi musei) rifiutano quelle opere che rompono in modo troppo incisivo o eversivo il canone: pensiamo a Duchamp che si vide rifiutare l’orinatoio a Parigi, e che dovette aspettare stiegliz per vederlo esporre (ma a New York)… ma quello era il periodo del passaggio di testimone, come avrebbe scritto anche benjamin, tra parigi e new york.
      insomma, l’arte dovrebbe fornirci le coordinate per comprendere le trasformazioni e cogliere le deviazioni: il problema è – forse – il grado di prestazione cognitiva che si richiede alla o alle comununità. in questo senso anche warhol che lavorava sul consumo quasi mediale dell’ultima cena (prima che Dan Brown la sputtanasse) faceva un’operazione nelle intenzioni democratica ma che agli effetti non risultava tale, anzi, finiva per essere aristocratica, restando chiusa in un circolo vizioso dei fruitori colti.
      Il tessuto urbano deve aprirsi alle rotture, deve crearsi luoghi ritagliandoli all’uso quotidiano e generare un cortocircuito, comprensivo, comunicativo. Basta, ed è una speranza,generare disorientamento, lavorare sul conflitto invece che sul consenso. l’arte non può essere consensuale, pena l’mologarsi al gusto. deve poter precedere il gusto.
      e quì credo che firenze ci presta la faccia per chiudere queste poche riflessioni: Isozaky non doveva essere posto in un contesto negoziale tra amministrazione e cittadini. doveva – o poteva – rompere il canone. a qualcuno poteva piacere, ad altri forse no, la rilevanza la dava la scelta politica. Netta. Conflittuale.

    8. Andrea Pellegrino
      febbraio 8th, 2005 21:03
      8

      Non ho capito cosa è la ‘capacità metabolizzante’ (metabolizzante cosa?) ma rimane il fatto che la società metabolizza da sola e molto in fretta. Penso al fenomeno dello tsunami, alla strage dei bambini di Beslan, cose che nei discorsi si alternano al carovita e all’euro signoramia.
      Ogni fenomeno entra ed esce nella superficie delle cose come una patata che fa su e giù nell’acqua che bolle (è ora di cena, pardon per la metafora;)senza sconti o saldi per niente o per nessuno. E ciò è routine, è parte stessa della routine, è semplicemente la natura delle cose. L’arte, anche in questo, non fa che imitare la realtà. Prende simoli, manipola simboli, racconta cose che non sono mai accadute e non accadranno mai semplicemente cercando di provocare la stessa reazione che provoca invece la realtà, cioè ‘come se’.
      Ci sono due punti di vista rispetto a questo: lasciare entrare l’arte, e tutto ciò che essa comporta, nei luoghi come (o forse soprattutto) nei non-luoghi, oppure lasciarla fuori da essi, cioè relegarla alle riviste, ai circoli colti, nel chiuso dei musei.
      La base di questa scelta implica, ad un livello profondo, forse subconscio, il permettere all’irrazionalità di avere il suo spazio nel mondo.
      L’orinatoio di Duchamp è irrazionalità, tanta e tale che perfino un museo l’ha trovata eccessiva. Ma è ancora nell’opera stessa il rifiuto di ciò che quel museo probabilmente all’epoca dei fatti rappresentava, e cioè lo sfregio nei confronti di un qualcosa che era ‘istituzionale’, e per questo estremamente lontano dall’irrazionale.
      Eppure adesso che i tempi sono cambiati, o perlomeno è diverso l’atteggiamento del gotha odierno rispetto a quello dei tempi che videro nascere l’orinatoio di Duchamp, esso è tornato ad essere orinatoio, ha perso la sua forza in quanto opera e la mantiene, forse, solo in quanto aneddoto. Questa situazione rende complicato un ragionamento artistico sul tessuto urbano. Mentre concordo assolutamente con quanto dici sulla rottura del consenso, penso che la loggia di Isozaki è un tentativo per Firenze così timido da essere fine a se’ stesso, quasi inutile.
      Firenze è una città statica, uguale a se stessa da secoli, rimasta tale esattamente dal momento in cui all’arte è stato lasciato tutto quello spazio che noi adesso auspichiamo.
      I posteri, evidentemente, hanno commesso un errore.
      Accettare l’arte e ammettere la sua presenza fuori dai ghetti in cui è relegata significa comprenderne la transitorietà e soprattutto la sua perenne trasformazione. Per questo motivo Firenze dovrebbe prendere esempio da Parigi tutta intera, e non dal solo Louvre. Penso ad un posto dove Montmartre convive con la Defense, che si espande senza replicare (malamente) i marmi del duomo (come invece è stato fatto nel nuovo palazzo di giustizia). L’arco di trionfo guarda l’arco della Defense, e non lo replica nè lo umilia, lo ingrandisce, riprende il nuovo gli lascia spazio e al tempo stesso non turba l’armonia. Ancora una volta si tratta di politica, come dici, ma potremmo anche chiamarla mentalità, lungimiranza, comprensione e accettazione della pluralità dei compossibili. Non è stato faticoso per i cittadini di Parigi metabolizzare il nuovo, poichè il modo in cui è stato realizzato era consono ed adeguato tanto al clochard senza la quinta elementare che al miglior amico di Bernard Henry Levi, e cioè perfetto per tutte le classi sociali (nessuna delle quali ha l’esclusiva dell’ignoranza)perchè è stato armonico, pensato, lungimirante, e bello.

    9. Andrea Pellegrino
      febbraio 8th, 2005 21:17
      9

      Comunque, Enrico, non te l’ho detto perché lo avevo letto già su Rosso Fiorentino, ma è un gran bel pezzo.

    10. Proserpina
      febbraio 8th, 2005 22:39
      10

      “in questo senso anche warhol che lavorava sul consumo quasi mediale dell’ultima cena (prima che Dan Brown la sputtanasse)”

      Io parto con l’applauso di questo pezzo di commento di Enrico e mi sposto ai miei complimenti sul pezzo.

      Una provocazione: non vi sembra che il confine tra arte e “mostri” è così sottile che spesso ci inciampiamo?

    11. Enrico
      febbraio 9th, 2005 10:07
      11

      a disegnare il confine è spesso la consapevolezza, l’irrefrenabile voglia eversiva di andare oltre, di costruire il confronte per, e non contro.
      L’esempio di Parigi è un invito a nozze, ma non è scontato. forse è solo una personale impressione, ma passeggiare per Parigi da un senso di armonia urbana rara. MAnca il riverbero insistito tipico del disegno urbano nostro, forse di derivazione rinascimentale. Mentre Parigi, fin dal Beaubourg, disegna una città che riflette su se stessa spogliandosi. Il Beaubourg è l’esempio di Nacked City, di meta-città, trasparente nelle sue contraddizioni, mentre firenze, nella sua storia recente e recentissima, cela il cambiamento, quasi vergognandosene, stende un velo fatto di ipocrisia e pìetas populista.

    12. POP LIFE
      febbraio 9th, 2005 15:01
      12

      “Una provocazione: non vi sembra che il confine tra arte e “mostri” è così sottile che spesso ci
      inciampiamo?”

      Proserpina: rilke, in un’elegia, diceva che il bello non è altro che il terribile al suo inizio. ed è proprio
      l’inciampo di cui parli a costituire il germe della rinnovata consapevolezza e del cambio di prospettiva.
      [anche] su questo, come diceva giustamente [e più elegantemente di me!] enrico, si basa la
      possibilità di guardare le cose sfuggendo alla consuetudine ormai consolidata.
      per ricollegarmi poi a quello che accenna andrea pellegrino nel suo discorso sugli eventi catastrofici, direi che nel caso di guerre e tzunami si tratta in realtà di materiale “metabolizzato a priori” che
      ritorna sotto diverse forme, come un “bolo” che risale dallo stomaco della tv o di qualche altro
      media: per “sopravvivere alla noia” molto del pubblico ha infatti bisogno di eventi capaci di
      scuotere la sua attenzione per qualche istante e di consentire l’esternazione retorica del pietismo o di qualche altro atteggiamento di com-passione. un evento vale l’altro. non trovo cosa ci sia di non metabolizzato in queste notizie, non per negare la loro terribilità, ma per sottolineare che vengono in qualche modo definite ed omogeneizzate dal sistema che le propone in una sequenza ininterrotta, senza gerarchia e senza memoria. [...questo aiuta a capire la differenza tra il buon giornalismo e la diffusione mediatica improntata alla spettacolarizzazione]. un saluto. purtroppo frettolosamente. POP LIFE

    13. Andrea Pellegrino
      febbraio 9th, 2005 23:38
      13

      POP LIFE, capisco la fretta, in caso contrario vedrei una evidente contraddizione nel citare Rilke per dire che *il terribile non è altro che il bello al suo inizio* (e allora perché non il ‘sublime’ di Kant, che dopo la constatazione giunge alla concludione?) per poi bacchettare il fatto che se di tale ‘terribile’ siamo costretti a prendere atto in tempo reale dai consueti circuiti dell’informazione esso diventa semplicemente un quid atto a *consentire l’esternazione retorica del pietismo o di qualche altro atteggiamento di com-passione*.
      Dovrebbe forse volere dire che abbiamo bisogno di prendere conoscenza delle tragedie solo in dosi omeopatiche, altrimenti non vale? Se pensi di si, concordo, ma la colpa non è certo dei mass media, nè di chi ci lavora.
      Se è per questo è il terribile in se’ a ritornare sotto diverse forme, siamo abituati a tutto, o meglio, a sentire dire che accade di tutto fino a che non ci riguarda in modo diretto. In quest’ultimo caso sfido qualunque abitudine.
      C’è una differenza non sottile tra il prendere atto dal qualunquismo e non cadere nelle sue trappole. L’esternazione retorica del pietismo è qualcosa che riguarda più la morale che la differenza tra il buon giornalismo e la spettacolarizzazione, anche perché ci sono notizie che seppure riportate in modo ‘buono’ sono e rimangono, nella loro tragicità, ‘spettacolari’. Per fare un esempio immaginifico si può pensare al Cristo sulla croce. Non mi si dica che il dito di San Tommaso nel costato di Cristo nel quadro di Caravaggio non abbia del sublime. Eppure si tratta di una stessa storia, trita e ritrita, che è storicamente e culturalmente forse la principale causa delle critiche che muovi all’atteggiamento del ‘pietismo di massa’. Forse in questo caso troverei applicabili le differenze culturali che citavi nell’argomentazione precedente nel senso che sotto i nostri piedi ogni giorno muoiono milioni di formiche tra le più atroci sofferenze, ma è solo una interpretazione di questo dolore e di questo orrore che ci può dis-anestetizzare dalla distanza di un dato statistico. In questo Wilde, rivolgendosi alla Libertà dedicandole un sonetto, constatava con violenza che “Not that I love thy children, whose dull eyes
      See nothing save their own unlovely woe,
      Whose minds know nothing, nothing care to know,
      But that the roar of thy Democracies,
      Thy reigns of Terror, thy great Anarchies,
      Mirror my wildest passions like the sea,—
      And give my rage a brother——! Liberty!
      For this sake only do thy dissonant cries
      Delight my discreet soul, else might all kings
      By bloody knout or treacherous cannonades
      Rob nations of their rights inviolate
      And I remain unmoved—and yet, and yet,
      These Christs that die upon the barricades,
      God knows it I am with them, in some things.”
      E cioè che se altro non fosse che il dolore degli altri rassembla il mio, rimarrei totalmente indifferente.
      Dice la verità, senza incolpare il sistema.

    14. Salamon
      aprile 3rd, 2005 17:42
      14

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