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29/01/2005

Firmare la città

di Antonio Sofi, alle 19:25

From autograf di Peter SutherlandSu D la Repubblica delle Donne, per la rubrica “Portfolio”, una serie di scatti di Peter Sutherland tratti da una raccolta dal titolo Autograf. New York City Graffiti Writers.
Ogni ritratto di writers è accompagnato dalla sua “tag” e da una storia. (qui una galleria di immagini – figurati se li mettono, i link alle gallerie on line, negli articoli cartacei.)

A commento delle foto un testo di Gianluigi Ricuperati.
Ne cito un pezzo (grassetto mio).

[…] i graffiti, principalmente, sono tracce espressive del passaggio di un corpo in un luogo urbano. Se non fossero espressive sarebbero semplici tracce, come le impronte sulle pozzanghere o i chewingum incrostati sull’asfalto. Ma appaiono come segni grafici, e mutano il paesaggio, e danno un ritmo colorato all’esperienza dell’occhio in movimento da un finestrino del treno o dal volante di un’automobile. Non esiste tag che non voglia essere soprattutto testimonianza codificata di un fatto inequivocabile: un corpo anonimo è stato qui e ha disegnato il territorio

Tracce espressive, testimonianze di un fatto inequivocabile, attraverso cui, spesso ricostruire, o leggere in controluce, la storia di una generazione, o di un pensiero condiviso, o di un luogo e delle persone che lo hanno animato.

Come nel caso (mi è venuto subito da connetter le due cose) del parco di un quartiere di Chicago raccontati mirabilmente dall’amico e antropologo Massimo Bressan da queste parti a settembre dello scorso anno (Hyde Park after dark I e Hyde Park after dark II).

Leggo ancora nell’articolo che accompagna i ritratti di Sutherland:

Ma la prima cosa bella che si può fare per i graffiti, il modo più rispettoso e comprensivo di averci a che fare, è smettere di credere che siano soprattutto opere d’arte.

E infatti, chi se ne frega. Preferisco leggere (scoprire, immaginare, raccontarmi, inventare) le storie che raccontano.


  • La città digitale è una rete sociale
  • La città perfetta esiste
  • Paceville, la città dell’oblio
  • Che fine ha fatto Augusta Terzi, uccisa da un innocente

  • 2 Commenti al post “Firmare la città”

    1. Briciolanellatte
      gennaio 30th, 2005 11:54
      1

      A volte penso di essere, purtroppo, una persona troppo omologata per essere in grado di apprezzare i Graffiti Writers

    2. Antonio
      gennaio 31st, 2005 16:13
      2

      Condivido la tua diffidenza, se ho capito bene, “artistica” (e non entro nell’ambito legale perchè non mi interessa). E poi però mi sento come irresistibilmente attratto da tutto ciò che ci gira intorno, pur sapendone poco. Che poi, spesso, è molto diverso, negli obiettivi e nelle logiche. Dall’esempio di chicago, in cui il murale diventa strumento di riappropriazione identitaria di un luogo (più o meno) in decadenza, o, meglio, un tentativo di dargli una identità condivisa, ovvero di comune accordo – al caso di coloro che “firmano” i muri. Firmare, in fondo, è identificare e identificarsi. Se firmo una cosa, quella è mia. “Testimonianza codificata di un fatto inequivocabile” mi piace – una pubblica dimostrazione d’esistenza, sono stato qui, inequivocabilmente, perchè quella firma è la mia, e mi identifica. Non è un caso che i writers siano fenomeno di contesti di scollamento sociale e identitario delle grandi città, se non spesso di degrado urbano. Per finire chè la sto facendo lunga (come al solito): se qualcuno mi mette una tag sul duomo di firenze m’incazzo come una iena, ma negli orribili e anonimi sottopassaggi della ferrovia (e chissà che non ci sia un legame tra murales e non-luoghi) li preferisco al grigio del calcestruzzo. Grazie per il commento. :)

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