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08/01/2005

Polis in viaggio V – Parigi, Godo(t) e il codice dei musei

di Enrico Bianda, alle 13:19

Venere di MiloE’ in un gioco di scatole cinesi che mi ritrovo in questa prima settimana del 2005, tra folle di turisti entusiasti – e vi dirò perché, ma tra poco – e citazioni poco dotte ma colte al volo anche per chi come me è poco preparato su alcuni argomenti.
La scena questa volta è niente popò di meno che Parigi, di cui non dirò nulla. Mi piace molto, ci torno appena posso. Molto raramente. In scena idealmente si accavallano molte sequenze percettive, che alimentano uno strato seminascosto di coscienza gotica e fantastica.
Ne ho poca, si solletica con niente. Ma quando si solletica allora si apre un varco e dentro passa tutto quello che si incontra.
Corrono in meta-visceralità i protagonisti sognanti di Bertolucci: sono i corridoi del Louvre ad aprirsi. Lungo la scia lasciata da Eva Green, che maledetta lei soffia un’infinità di OUI dagli autobus di Firenze, si accatastano decine e decine di gruppi di visitatori fiammeggianti e filmanti, mentre si arrestano pochi istanti lungo il corridoio italiano, una galleria credetemi mozzafiato, avendo la testa già in fibrillazione di fronte alla Gioconda.

Ed una prima fitta mi attraversa il cervelletto all’erta: ma non avevo letto qualche settimana fa delle lamentele dei guardiani cipigliosi del Louvre di un’insistita pellegrina discesa interrogante “è qui che muore il conservatore del museo nel romanzo Il codice Da Vinci?

E’ la prima scatola.
Parigi si riflette in queste settimane, in questi mesi nelle pagine fortunate di Dan Brown, lo scrittore del long seller “Il codice”. Una scatola effervescente che si spegne nell’immenso atrio del museo, 70.000 metri quadri credo di folla sussurrante in pietistico rispetto per il tempio.
Lo stesso rispetto poi svanirà in una corsa irritante all’ultimo scatto digitale: piccole macchine fotografiche dell’ultima rivoluzione popolare ancora in corso. Trasformare tutti in fotografi, in operatori video, fissando tutto quello che è appeso alle pareti di questa immensa galleria, la più grande al mondo.
Venere di MiloE’ una scatola che rimpiange forse la lunghezza un po’ desolata dei corridoi dove si poteva correre a perdifiato rifacendo la scena di Jules e Jim, replicata poi in Bertolucci. Oggi sarebbe impossibile, ci si scontrerebbe con il massiccio caucasico delle folle di russi in vacanza che distratti digitalizzano meccanicamente gli immenso-quadri.
Frà Angelico, Giotto, Paolo Uccello, Carlo Braccesco e naturalmente Raffaello, Leonardo, Caravaggio e altri che ormai nemmeno ricordo più.
Mi restano fissate nella memoria alcune scene sanguinose, dure e difficili, decollazioni, teste e getti di sangue, battaglie e morte, umane mortifere, sguardi fiammeggianti.
Cimabue e Giotto uno accanto all’altro, il maestro e l’allievo, una decollazione di Frà Angelico dove le vittime sacrificali aspettano ferme inginocchiate e bendate di bianco la lama che taglierà le loro teste.

La folla post-sartriana passa e dimentica, sfila un po’ svogliata, in un affanno distratto aspetta un Godot che rimanda la sua presenza ad altri corridoi, ad altre gallerie, altrove.


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