03/12/2004
Baghdad post Baldoni
di Antonio Sofi, alle 20:46
E’ del tutto fuori tempo massimo, lo so. Ma il reportage di Bernardo Valli su La Repubblica di ieri (purtroppo non è on line) è straordinario, commovente. Vivere da occidentali nella Bagdad delle bombe, è il titolo.
Lo ammetto. Ho letto il titolo e ho pensato, subito; ho pensato un pensiero che era una specie di grido nella mia testa. Fin dalle primissime righe ho pensato a lui.
Ho pensato: “Baldoni!”
Inevitabile, credo, per chi l’abbia seguito nelle sue corrispondenze blog da Baghdad.
Inevitabile, credo, leggere un articolo così personale, insieme compassionevole e ironico, come è quello di Valli e non collegarlo ai post di Baldoni – personali, compassionevoli, ironici.
Inevitabile, credo, per chi abbia amato la sua capacità di rendere normale ciò che normale non era, di raccontare senza far numeri o far politica, di rubare ad una città in guerra briciole di normalità; inevitabile non pensare ad Enzo Baldoni, quando si legge di come si vive da occidentali nella Bagdad delle bombe.
Ma sotto le bombe Bagdad lo è ormai da molto tempo – il titolo non è corretto. Perchè il pezzo è su come si vive da occidentali nella Baghdad post-Baldoni.
Perchè molto è cambiato, dopo lui, dopo quello che gli è successo – e che nessuno, allora, si aspettava finisse davvero in quel modo.
E dopo quello che è successo agli altri dopo di lui.
Molto è cambiato.
E non solo riguardo a come vive un occidentale a Baghdad.
Ma, anche forse, riguardo a come scrive un occidentale a Baghdad.
Sicuramente riguardo a come legge di Baghdad un occidentale che abbia letto Baldoni. O a cosa, quella stessa fortunata persona, ha voglia di leggere.
Ma non voglio cercare il pelo nell’uovo, o la trave nella gallina, o una metafora più appropriata. E’ che all’inizio ho pensato a Baldoni, alla fine ho capito cosa fossero quei famosi semi che avrebbero germogliato.
Erano davanti a me, nelle parole stampate.
Ed erano me, che leggevo quelle parole.
Sono le dieci e mezzo ma è già notte, la notte cupa di Baghdad in guerra: lunghi viali vuoti, pochissime auto, molti posti di blocco, strade chiuse da bidoni e mucchi di sassi, uomini seduti nell’oscurità a fumare e a far la guardia nella calura soffocante. Mentre percorriamo la città buia, alla radio la voce monotona di una qualche autorità religiosa minaccia la guerra santa contro tutti gli stranieri. Si stringe il cuore a vedere questa città deserta dove il coprifuoco, anche se non imposto, esiste. Ma, a un certo punto, una luce: una bancarella illuminata, gente che sta mangiando, le fiamme del kebab. Voglio portarmi via questo pezzetto di vita che rompe il buio della città.
(Enzo Baldoni, Bloghdad, 13/08/04)
Le occhiate sono discrete. Ti sfiorano. Gli sguardi non si soffermano a lungo su di te. Li senti però addosso. Non è una curiosità estroversa. Prevale la diffidenza? Non può essere altrimenti in una città i n cui gli agguati mortali fanno parte della vita quotidiana. Ma pretendo, e forse mi illudo, di leggere anche espressioni di simpatia, di riconoscenza.
Come se un occidentale inerme fosse un buon auspicio. Da soli, disarmati, senza guardie del corpo, di occidentali non se ne vedono da tempo. Se ci sono sono rari. Rarissimi.
(Bernardo Valli, La Repubblica, 2/12/2004)





dicembre 4th, 2004 15:13
ed è un seme che sta ancora in mesopotamia, come aveva previsto lui non è tornato, ne è diventato parte, cibo, nel suo piccolo l’ha nutrita e ne è stato fagocitato. è buffo, con un blog ha reso umana baghdad per chi lo ha letto, ma se penso all’epilogo della storia, disumani noi, come paese.