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20/11/2004

Polis che viaggia II – Firenze e Venezia

di Enrico Bianda, alle 14:47

Venezia, Nov 2003, foto di Antonio SofiCon la casualità insistita con cui si cerca disperatamente quasi di dare senso allo spostamento, che spesso è anche e soprattutto spaesamento, si cercano congiunture favorevoli e occasioni nella lettura che accompagna le ore di spostamenti da una città all’altra.
Trieste, Mestre, Bologna e Firenze, incrociando spesso treni per Santa Lucia, la stazione di Venezia.

A Trieste la comunità slegata dalla politica nazionalista dell’amministrazione comunale – alla ricerca ancora dopo cinquant’anni di legittimazioni e festeggiamenti per un’italianità sospirata – perde d’inverno la possibilità dell’incontro, dello scambio.
Apparentemente.

In una città per certi versi quasi metafisica, appoggiata ad un desiderio di andare verso Oriente, spinta dalle colline alle spalle verso il mare, la Bora quando si alza – soprattutto la Bora nera, quella carica di pioggia di presagio e scura di neve annunciata, che alza l’acqua tenendo basso il mare – spegne la vitalità delle persone, chiuse nei cappotti e nelle sciarpe, occhi socchiusi appena fuori dai baveri, passo veloce, caffè pieni, il gusto dello stare seduti a consumare un rito che si sparpaglia lungo tutta la giornata.

La mia seconda volta triestina è passata ascoltando la notte il vento battere violentemente le imposte alla mia finestra dell’albergo Milano. Sperando che la Bora reggesse fino al mattino, per uscire in strada e festeggiare l’inverno, finalmente il freddo.

Tra le righe e naturalmente nella coincidenza offerta da un libro molto bello che scorre appassionante (Gli anni felici, di Sandro Lombardi, attore molto amato e seguito nei teatri nei miei primi anni fiorentini) trovo passaggi che affiorano quasi luminosi dalle pagine.
Venezia annunciata e scovata, e Firenze, per qualche giorno rimossa, spunta cupa e quadrata.

«Per molto tempo tutti i pretesti furono buoni per tornare a Venezia. Nessun altro luogo mi ha mai dato una simile sensazione di infinità e mistero, né una più intensa promessa di felicità, subito pronta a trasformarsi nelle fitte acute della malinconia.
Con e sue forme chiuse e definite dall’aspetto plastico e volumetrico, con il classicismo statico e metafisico dei ritmi, Firenze è città fondata sulla prospettiva, e dunque aliena all’avventura e al vagabondaggio. Venezia invece, sviluppatasi in senso aggregativi, pronta ad accogliere le variazioni cromatiche dei fenomeni atmosferici, è città imprevedibile e sorprendente per chi vi si inoltra. Così, nonostante la sua piccolezza, avevo sempre l’impressione di vagare senza fine imbattendomi a ogni passo in un’avventura.

Caratteri opposti tra le due città anche nei cibi: da un lato la schietta, robusta concretezza della bistecca, dei fagioli e del vino rosso, oppure l’astrazione quasi mistica del pane con l’olio; dall’altro il misterioso, spumoso, voluttuoso amalgama del baccalà mantecato e la volatilità spumeggiante di certi vini bianchi.»


  • Polis che viaggia I – Da Firenze a Lugano
  • E Polis comes back (e Grillo vince solo in periferia)
  • Metamorfosi urbane
  • Alla ricerca del tema perduto

  • Un commento al post “Polis che viaggia II – Firenze e Venezia”

    1. Red Apple
      novembre 22nd, 2004 15:45
      1

      Solo per argomentare, Enrico, volevo dirti che hai colto una suggestione che mi è sempre appartenuta in qualitĂ  di inconsapevole osservatrice delle forme urbane: l’associazione del carattere con la forma. Sappiamo tutti che i termini alto – basso, piccolo – grande, simmetrico – asimmetrico, spazio chiuso o aperto e tutti gli aggettivi che stanno lì a descrivere forme e dimensioni, nascondono giudizi valoriali convenzionali. Solo per fare un esempio: simmetrico – in generale – ha un valore positivo. Asimmetrico, oppure storto, dice qualcosa di meno positivo. Così come alto, basso.
      Quasi tutti i centri urbani hanno una forma e una dimensione in grado di raccontare – da sole – l’indole urbana. Potremmo ricostruire la storia, le traversìe economiche e il carattere sociale di un tal posto solo analizzando gli spazi: l’ampiezza delle proprie strade. L’ubicazione della parte piĂą antica. La presenza delle piazze. Piazze in prossimitĂ  di chiese, di mercati oppure di condomini. Piazze all’incrocio di strade. Piazze piccole o grandi, palazzi alti o bassi. Topografia a scacchiera o circolare. Però mentre le forme raccontano la storia e la storiografia del luogo, l’osservatore a quella storia imprime un umore. Una precisazione, una nota a margine. Ogni cittĂ  ha enne precisazioni, enne note a margine quanti sono i suoi osservatori, cittadini o no. E questo che rende un posto un luogo.

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