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16/11/2004

Polis che viaggia I – Da Firenze a Lugano

di Enrico Bianda, alle 12:29

Ferrara, foto di Enrico BiandaPercorro ogni settimana la tratta che da Firenze mi porta a Lugano, in andata e ritorno naturalmente.
La percorro ormai da qualche mese ed ho imparato a riconoscere il paesaggio. Lo colgo solo adesso però nel suo mutare stagionale. Cambiano le luci, cambiano anche le tenebre, più o meno improvvise adesso con l’autunno inoltrato, quiete e progressive alla fine dell’estate che quest’anno è arrivata quasi alla fine di ottobre.
Ora con il freddo che scende con il buio e la luce trasparente e nitida del pomeriggio il paesaggio della Pianura si fa stranamente contemporaneo.

Almeno lungo i binari della corsa, via Bologna, che spunta quasi all’improvviso dopo gli Appennini, Modena con lo scarno paesaggio industriale, spoglio e rado che sembra il Midwest americano, fatto di gasometri ed insegne di autosaloni, Reggio Emilia non molto diversa, Parma sosta lunga, visi stretti nel vento e nella nebbia, e poi via Milano che arriva attraverso grattacieli morti di lavoro, traslucidi da città metropoli che si allunga oltre i confini della milanesità.
Tutto questo è il paesaggio italiano che si stende a racchiudere un’idea di polis allargata ed anonima, che contraddice l’idea classica di polis, facendone un canone contemporaneo, di dissoluzione e ricostruzione.

Questo treno allarga la prospettiva di polis contemporanea, ibridandosi con i libri che si leggono, i quotidiani che si sfogliano, le lingue che si parlano, molto tedesco, qualche inglese, il francese, i dialetti della Pianura, l’emiliano e il romagnolo, il lombardo che si spegne in Centrale, massimo a Como. Restano soprattutto i tedeschi e i pochi frontalieri che corrono stanchi per le frontiere che dividono la Svizzera e l’Italia.
Poi su fino a Zurigo.
Fredda.

Siede di fronte a me questo pomeriggio una giovane donna svizzero tedesca.
Molto bella e molto fredda.
Si tocca i capelli, è una sorta di tic nervoso, si gratta un poco, lascia cadere lo sguardo blu e freddo su di me che intanto faccio, sposto, ascolto, scrivo, leggo e mangio. Lei nulla. Sono tre ore che non fa nulla, posa solo lo sguardo sui sedili e sulle persone che li occupano.
Vuole arrivare presto.
Oltre Gottardo, si dice dalle mie parti: è un po’ come dire transalpino, oltre una frontiera naturale, le montagne.

Il treno, questo e altri treni, racchiudono la sintesi di polis contemporanea, senza la volontà di creare comunità, obbligati per un periodo a vivere dentro uno spazio definito.
Opprimente come possono esserlo alcune città d’oggi, tra quartieri chiusi, circonvallazioni, autostrade, viali, stazioni e binari. Su questo treno, che supera le frontiere e riunisce chiude diverse lingue e culture lungo i vagoni, nemmeno il bar ricostruisce un tessuto sociale di solidarietà da viaggiatori.
L’Eurostar – un treno che prendo al rientro, sempre, tutti i giovedì più o meno – gestisce meglio i rapporti, grazie a baristi resistenti all’odio e alla nevrosi dilagante, che affiora tra i sandwich alla melanzana con formaggio ed una torta alla carota. Forse bastano gli alimenti, la qualità delle vettovaglie a sostenere la socialità.
Il Cisalpino invece promuove un grado zero della socialità alimentare: fa tutto schifo, nessuno si avventura al bar, dove si potrebbe incontrare qualcuno con cui sorridere.


  • Addio Lugano bella
  • E Polis comes back (e Grillo vince solo in periferia)
  • Metamorfosi urbane
  • Polis che viaggia II – Firenze e Venezia

  • 5 Commenti al post “Polis che viaggia I – Da Firenze a Lugano”

    1. orlando furioso
      novembre 16th, 2004 14:02
      1

      sbaglio, o è presente una strana metafora?

    2. Francesco
      novembre 17th, 2004 16:34
      2

      é curioso. non avevo ancora pensato alla polis allargata, anche se curiosamente le agorà le ritrovo a chiusi, milano, la stessa roma, ovviamente. da qualche mese i miei viaggi si limitano al tratto roma-napoli, un treno per la totalità riempito da pendolari. ci sono due distinte comunità viaggianti sul diretto, divise da quella linea che separava il regno dei borboni da quello del papa: in una ventina di chilometri la lingua cambia, passa dal napoletano al romano, dalla rassegnazione alla protesta (puntualmente il treno é in ritardo, circostanza abbastanza diffusa in tutta italia ma mai così inesorabile come sul termini-centrale). i pendolari si vedono tutti i giorni, si studiano, sanno quando scenderai, se ti alzerai prima o se rimarrai seduto aspettando che il corridoio sia libero. magari scambi due chiacchiere con qualcuno. pensavo che fare il pendolare portasse ad essere più disponibile al dialogo verso sconosciuti, eppure quando vedo qualcuno con cui ho già parlato, sento un desiderio inspiegabile di far finta di dormire.

    3. gi
      novembre 20th, 2004 13:44
      3

      Una donna che si tocca continuamente i capelli ti vuole sedurre.
      Un po’ invidio il tuo pendolarismo.

    4. Antonio
      novembre 20th, 2004 17:13
      4

      Francesco: condivido personalmente il tuo “desiderio inspiegabile”. il pendolarismo è una strana forma di viaggiare – semplice trasferimento da un luogo ad un altro… quella disattenzione ivile che conforma il vivere urbano la fa da padrone, in fondo è andare da una parte all’altra, l’una e l’altra conosciuta e definita. ecco perchè polis che viaggia – e non si crea o si definisce, si ibrida nel viaggio (o almeno credo – enrico dirà)

    5. Barbara
      luglio 29th, 2005 12:26
      5

      Ho visto attraverso le tue parole… mi sono imbattuta per puro caso in questo tuo articolo mentre cercavo davvero la strada più breve da Firenze a Lugano. Mi hai fatto sognare. Sei molto bravo. Ti abbraccio forte.

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