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03/11/2004

Pronto, parla Bush. Sono Kerry, disturbo?

di Antonio Sofi, alle 19:46

Bush e KerryÈ una delle consuetudini che più mi divertono delle elezioni americane. Ovvero la telefonata che il candidato che ha perso fa a quello che ha vinto una volta che la sconfitta dell’uno e la vittoria dell’altro è unanimemente accertata.

Complimenti hai vinto, dice l’uno all’altro – con la bocca impastata di bile, e il sorriso di convenienza che si sforza di somigliare a quello dei un gentleman ottocentesco sconfitto a duello. Che poi secondo me anche al gentleman ottocentesco sconfitto a duello gli giravano. Eppure.
Lo sconfitto concede la vittoria. Concede the presidency.

Prima lo fa di persona con una telefonata, poi pubblicamente, con una concession speech, come sta per fare Kerry ora che la partita ̬ irrimediabilmente persa Рproprio mentre sto scrivendo queste parole.

In fondo è una buona creanza. Una democrazia funziona anche perchè lubrifica i suoi ingranaggi con questo tipo di gentilezze rituali.
Apparentemente inutili, in realtà terribilmente importanti – perchè legittimano simbolicamente l’intero meccanismo elettorale, depurandolo dalle piccole grandi slealtà della competizione appena conclusa.

Quanto mi piacerebbe sentire una di queste telefonate.
Chissà se c’è un numero riservato? O la telefonata passa prima dal centralino – aspetti in linea, signor Kerry, le passo Bush?

Per mitigare uno sguardo troppo tecnico sulle cose della politica, spesso indulgo (è la parola giusta, perchè sono consapevole dei limiti) in considerazioni di carattere prettamente psicologico. Un mero tentativo di riduzione della complessità. Di ricondurre tutte le sovrastrutture politiche e comunicative di una campagna elettorale al loro minimo comune denominatore, ovvero ai candidati che l’hanno animata, con tutti i pregi e i difetti del loro carattere. Non solo, però.
Sempre più penso che, nella politica moderna, lo sguardo attraverso il quale ogni singolo elettore, dal più scaltro al più ingenuo, segue una campagna elettorale sia uno sguardo da voyeur, incollato al “buco della serratura”.
Al di là di tutte le parole scritte da altri, di tutti gli spot pensati da esperti, di tutti i dibattiti preparati coscienziosamente, l’elettore vuole vedere il candidato come è davvero. E’ come un avventore eccitato ad uno strip tease: faccelo vede’, faccelo tocca’. Fammi vedere come sei.
E il candidato ideale deve avere un istinto naturale da striker emotivo.

Ecco che Kerry ha appena finito la sua concession speech – commovente come lo sono tutte, e spesso a prescindere dalle appartenenze politiche.

Quanto mi piacerebbe ascoltare una di quelle telefonate. La fine di una campagna durata mesi, soldi sogni illusioni che trovano simbolica ed effettiva conclusione attraverso delle parole dette al telefono.
Mi piacerebbe sentire quella di questo pomeriggio, di Kerry a Bush.
Possibile che non ci sia nessuna dannata “gola profonda” negli staff che la registri? Ci dobbiamo basare su quello che ne raccontano gli stessi telefonanti.

We had a good conversation, dice Kerry.
We had a really good phone call – he was very gracious, dice Bush.

Non mi consola. Vorrei sentire le pause, il tono, le singole parole usate.
Dannato voyeurismo.

Se dovessi scegliere, però, sceglierei di ascoltare quella che fece Al Gore a George W. Bush nel 2000.
Tutte e due.
Perché nel 2000 successe una cosa buffa, una delle tante.

A Washington, il nove novembre del duemila, la notte delle elezioni, c’era una nebbiolina sottile e umida. Aleggiava sospesa a mezz’aria, densa e immobile, come fumo di sigaretta in una bottiglia. Fuori dal locale affittato da un’agenzia democratica, strade larghe fiocamente illuminate, stranamente silenziose. In lontananza repubblicani sbronzi che cantano forte. Sono le 3 a.m., i network hanno da poco chiamato la Florida a favore di Bush: prima l’avevano attribuita a Gore, poi era tornata ad essere di nuovo indecisa.
Una altalena delle emozioni che ormai è storia e che, per fortuna, questa volta è stata evitata. Anzi, semmai, c’è stata una eccessiva prudenza nel attribuire gli Stati.
Ricordo che accanto al nostro c’era il locale affittato da un’agenzia repubblicana. Ho sempre pensato che quella serata potesse essere raccontata in modo molto semplice: camera fissa (sulle porte dei locali affiancati, sul marciapiede luminoso di pioggia, sulla luce silenziosa) e i rumori provenienti dall’interno di due locali affittati.
РFlorida for Gore (al̬̬̬! dal locale di sinistra)
– Florida too close to call (la gioia si smorza in gola dal locale di sinistra, si rialzano le teste dal locale di destra)
РFlorida for Bush (al̬̬̬! dal locale di destra)

Nel corso della notte la Florida ritornò ad essere indecisa.
Ma in quel lasso di tempo, se non ricordo male, preda di tutte queste sorprese a corrente alternata (riuscite a immaginare? non dev’essere semplice: sei presidente degli Stati Uniti – no non lo sei più – forse lo sei ma non si sa), Gore fa una cosa che gli renderà le cose terribilmente complicate dal punto di vista comunicativo, nei giorni del riconteggio.

Ovvero, chiama Bush per concedere la vittoria.
Bush ovviamente ringrazia.
Poi Gore si consulta con il suo staff, constata il ristretto margine di voti che divide ancora i due in Florida e cosa fa?
Richiama.
Richiama e gli dice: beh, scusa, ma mi sono sbagliato.
– Ti sei sbagliato?
– Si
– Sei sicuro di quello che stai dicendo?
– Eh si, mi sono sbagliato, mi dispiace, non sei ancora il presidente, scusa eh.

Non so se sia andata davvero così, ma, ecco, quella è la telefonata che avrei voluto ascoltare.

Ecco perchè Kerry ha voluto aspettare fino al primo pomeriggio per chiamare Bush.
Metti che.
Non si sa mai.
Ha fatto bene, per carità – ma è innegabile che da quel nove novembre questo rituale ha perso qualcosa della sua gentile simbolica magia.

Infine penso.
E in Italia? Si usa?
Occhetto ha chiamato Berlusconi?
Berlusconi ha chiamato Prodi?
Direttamente? Non so, non credo.

Spero solo che non si siano mandati un messaggino.

Evidentemente non basta che Bush abbia vinto, mi tocca anche sopportare che Giallodivino abbia chiuso. Ho provato a convincerlo, ma mi ha quasi convinto lui. Che dire: Nicò, questo blog aspetta a te.


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  • 21 Commenti al post “Pronto, parla Bush. Sono Kerry, disturbo?”

    1. Svaroschi
      novembre 4th, 2004 11:16
      1

      Non si chiamano, non si chiamano.Non per farsi auguri o ammettere sconfitte.

      Forse veramente si mandano sms :-(

      Tristezza!

    2. chiara
      novembre 4th, 2004 11:55
      2

      Anch’io, anch’io. Non so cosa pagherei per avere le registrazioni di quelle telefonate :)

    3. orlando furioso
      novembre 4th, 2004 17:34
      3

      l’unica telefonata italiana che mi ricordo è quella di andreotti al giudice falcone……

    4. chiaraaa
      novembre 4th, 2004 23:22
      4

      secondo me c’è un accordo preventivo e al massimo si fanno un drin.

    5. polenta
      novembre 4th, 2004 23:38
      5

      l’unica telefonata che mi risulta l’ha fatta Sgarbi a La Malfa dopo le ultime elezioni. Ha trovato un messaggio del tipo:
      «Tim, messaggio gratuito, l’utente chiamato è momentaneamente estinto. Si prega di riagganciare usando modi Urbani»

    6. Linda
      novembre 5th, 2004 12:11
      6

      Ma tutta questa buona creanza serve a qualcosa? Se formalmente Kerry si congratula, ma dentro si rode, non vedo cosa possa servire la telefonata. Tanto si sa che sono solo pennellate di rosa per far la parte delle persone educate. Di fatto, la vittoria di Bush è un disastro e anche Kerry, probabilmente, aveva i lucciconi quando a chiamato quel figlio di…

    7. orlando furioso
      novembre 5th, 2004 12:41
      7

      cara linda non parlare di cose che non puoi capire.

      GRAZIE WALKER

    8. Linda
      novembre 5th, 2004 14:17
      8

      Scusa ma parlo di quel che mi pare, se permetti. Piuttosto maleducato il tuo commento, comunque.

    9. Antonio
      novembre 5th, 2004 16:04
      9

      Ah, non c’è niente di più confortante che sapere che ci sono altri che condividono le proprie piccole manie :)

      Linda: la domanda su “cosa serva” una telefonata non è così illogica, anzi.
      Forse può apparire che “serva” a poco.
      Ma il processo elettorale è potenzialmente infinito, nel momento in cui siano previsti dei meccanismi di tutela giuridica della correttezza della votazioni, con annessi ricorsi, riconteggi, ecc.

      Per esempio, la telefonata di Gore a Bush nel 2000 (la seconda intendo) ha di fatto “riaperto” il processo elettorale che la prima telefonata aveva di fatto chiuso – con tutto un lungo strascico che ricordiamo bene.
      Se Gore non avesse fatto la seconda telefonata (cioè in pratica non accettando l’esito del voto) molto probabilmente l’elezioni sarebbero finite quel nove novembre. Per cui, sebbene siano solo “parole” hanno un effetto “concreto” (anche se, in questo caso, non prettamente giuridico) nel dichiarare la fine del processo elettorale.
      Io insomma non sottovaluterei la potenza delle parole.

      Mi hai fatto ricordare qualcosa che, a mio parere, si applica perfettamente a questa dinamica. Uno dei concetti più entusiasmanti (per me, ma insomma ho i mie perversioni) del pensiero di Austin, filosofo e linguista inglese (è suo il bel saggio “Come fare cose con le parole”) è quello degli atti linguistici performativi, che superano il classico punto di vista “descrittivo” sul linguaggio. Per dirla in poche parole (e anche male, ma magari ci ritorno) ci sono affermazioni che concretamente producono degli effetti sulla realtà. (lui dice addirittura che tutte le espressioni linguistiche sono un atto)

      In determinati casi, per non farla lunga, le cose dette (o scritte) hanno il potere di produrre direttamente (quasi automaticamete) delle modificazioni nella realtà.
      Altri hanno fatto alcuni esempi molto incisivi: il “vi dichiaro marito e moglie” pronunciato dal prete, per esempio, o il “la dichiaro dottore in…” – trasformano lo scapolone e la zitella in uomo e donna sposati, e il fuori corso in laureato. Simbolicamente e concretamente. Ma ce ne sono altri: “dichiaro guerra” per esempio è uno dei più terribili.

      Ecco, in questa ottiva, il “complimenti, ti concedo la presidenza” detto dallo sfidante al vincitore ha, a mio parere, la stessa natura performativa, ed è qui che a ben vedere io vi ritrovo una certa “magia”.
      Poi il fatto che a uno comunque roda, beh, credo che sia del tutto naturale e inevitabile. :)

      p.s.: quanto agli ultimi due commenti, mi arrogo anche io un umile diritto, in quanto padrone di casa e contento di ricever visite, di fare un atto performativo (che è anche un piacere personale che vi chiedo): dichiaro pace… :)

    10. Antonio
      novembre 5th, 2004 16:08
      10

      Mauro: poveri La Malfa/Sgarbi – li ricorderò per sempre come gli autori del più delirante manifesto elettorale degli ultimi decenni. :)
      (se nessuno lo ricorda lo posto… devo averne una foto, scattata dopo aver quasi fatto ribaltare la macchina che Enrico guidava e che ha inchiodato in autostrada davanti al 3 x 6 incriminato)

    11. Red Apple
      novembre 5th, 2004 17:32
      11

      Sono assolutamente d’accordo con te, Antonio, sul taglio analitico che hai aggiunto al post attraverso il commento sul valore performativo delle parole. Aggiungo, però, che le parole pronunciate (lette, o comunque verbalizzate) hanno questa “magia” (sacralità, meglio) perchè inserite in un rito condiviso (vedi matrimonio, laurea, ecc…) e perchè pronunciate da qualcuno investito dal potere di. Se “vi dichiaro marito ecc…” lo dicessi io, non avrebbe alcun valore performativo. Ovviamente.
      In questo senso, e volendo disquisire, se consideriamo le elezioni e tutto ciò che vi accade all’interno, come un grande rito, la telefonata è proprio quel gesto in più che dà a questa rappresentazione un’aria di sacralità. E poco importa se ci sia bile o meno. Fa parte del rito.
      Andate in pace. Amen.

    12. Antonio
      novembre 5th, 2004 18:42
      12

      Precisamente. :)

      L’equiparazione tra la telefonata americana post elettorale e gli esempi classici del “dichiaro guerra” o del “vi dichiaro marito e moglie” è un po’ forzata – e proprio perchè negli altri casi l’emittente è qualcuno che ha un qualche tipo di potere formale (giuridico, politico, ecc.) di modificare la realtà delle cose. Ed ecco spiegato perchè non è un esempio classico, ma me lo sono inventato io :)

      Eppure mi vado convincendo che il caso della famosa telefonata non sia poi così lontano dagli altri. Sia perchè ha degli effetti concreti (come nel caso Gore-Bush), sia perchè, come giustamente scrivi tu, le elezioni sono a tutti gli effetti un “rito” condiviso (anzi “il” rito della democrazia), con attori la cui legittimità è anch’essa sottoposta a legittimazione di qualche tipo, sia perchè, infine, a concedere la vittoria non è uno qualsiasi dello staff elettorale (ci pensi? “Pronto, Bush? Sono il segretario di Kerry. Il senatore è ora in riunione, ma mi ha detto di dirle che lei è il nuovo presidente degli Stati Uniti”) ma lo stesso candidato in corsa per la presidenza. Che, tra l’altro, lo fa di persona, cosa altrettanto importante, e non per esempio attraverso comunicato stampa, o telegramma.

      In più non va dimenticato che la telefonata ha effetti legittimanti l’intero processo elettorale; come a dire: ci siamo scannati, ho perso e mi girano, ma credo che il sistema funzioni.

      Diciamo che se non è simile agli esempi classici, conturbanti per la loro forza (“dichiaro guerra” è terribile esempio, se ci pensi – “dichiaro” guerra e, un millisecondo dopo, “sei” in guerra) ci si avvicina molto. per difetto in quanto a logica stretta, ma, direi, quasi per eccesso in quanto a fascino.

      Ultima cosa e la smetto. :)

      Il fatto di farlo di persona è molto importante: la parola non può esser data per conto terzi. Come le promesse – anche esse peraltro atti performativi. Se si osserva la questione nel rapporto tra telefonata (privata) e concession speech (che è pubblica), la prima è la promessa della seconda. Io mi impegno a ritirarmi. E poi lo faccio.

      Questa telefonata sembra un semplice atto di gentilezza formale a denti stretti, e invece: ha valore performativo e legittimante, ed è, in fondo, una solenna promessa, perchè fatta di persona e perchè segue il ritiro “pubblico” (ecco la desacralizzazione della seconda telefonata di Gore – non mantenere la promessa)

      Oddìo… c’è altro? :)

    13. orlando furioso
      novembre 5th, 2004 20:39
      13

      Il sistema americano è sicuramente molto diverso dal nostro e da molti altri.L’avversario politico,come nella migliore tradizione politica anglosassone ,non è un nemico da abbattere.Kerry ha legittimato il nuovo presidente,sedando in anticipo spaccature nel paese(dato che, essendo spesso 2 i candidati,risulterebbe molto probabile).Ovviamente è merito di una cultura politica che si è rafforzata nel tempo,e che in italia non avremo mai.Inoltre la cosa buffa è che non sono gli u.s.a ad essersi spaccati,ma gli altri paesi europei,abbarbicati sull’albero della cuccagna.

    14. angelocesare
      novembre 5th, 2004 21:27
      14

      Tuttavia la buona creanza è un paletto obbligato. Da lì parte ogni cosa.

    15. jest
      novembre 5th, 2004 23:35
      15

      io lo so com’è andata: “ciao, so-no i-i-oooo…”

    16. kafavis
      novembre 8th, 2004 10:01
      16

      Sono d’accordo con Antonio. I simboli sono importanti per far funzionare in modo decente la convivenza tra le persone. Una telefonata di quel tipo rinnova il patto di accettazione delle regole. Sgombra il campo da tentazioni strane, dalle scorciatorie di chimata alla rivolta di un qualsiasi “unto” del Signore che voglia ergersi al di sopra dell’espressione del voto popolare. La democrazia è il male minore, non smettiamo mai di ripeterlo. E’, come diceva Einaudi,”Un’anarchia degli spiriti sotto la sovranità della legge”. E questa legge, con tutti i suoi simboli, e questà sovranità, spesso rappresentata da uomini di scarso valore, occorre continuare a difenderla da ogni attacco. Anche se la giustizia, con il suo debole e miope esercizio, è sempre più malconcia.
      Certo non possiamo neppure caricare di troppi significati i simboli che rappresentano il nostro stare insieme senza spiegare, soprattutto con l’esempio, quali valori condivisi sottendano e di quali speranze siano portatori.
      PS: Guazzaloca a Bologna ci ha messo più di una settimana a parlare con Cofferati. E me ne dispiace.

    17. ladystardust
      novembre 8th, 2004 12:58
      17

      “O say does that star-spangled banner yet wave… Over the land of the sheep
      And the home of the afraid”
      Un amico scrittore, ricco, famoso, di quelli che pensi: “ma per uno così, in fondo, cosa cambia?” mi ha scritto l’email di cui sopra, la mattina del 3 nov. Leggendola mi si è stretto il cuore… Consiglio a tutti di tenere d’occhio Planete, dove trasmettono il doc ‘Il mondo secondo Bush”, al cui confronto Fahrenheit 911 sembra una burletta, e che conferma, per bocca di ex collaboratori di Bush padre e figlio, parola per parola le tesi di Moore, e oltre. Ad esempio, anche se non è detto che le colpe dei padri ricadano sui figli, nessun media ha mai sottolineato che Prescott Bush, nonno di dubya, riciclava il denaro dei nazisti, e che possedeva fabbriche in Polonia in cui lavoravano i deportati. Fabbriche che, per questo motivo, gli vennero sequestrate. Il nipotino, che parla di valori morali con le mani sporche di sangue, a forza di sostituirsi a Dio rischia che quello vero si incazzi, e se succede, poveri tutti, soprattutto quelli che non distinguono la geopolitica dal tifo calcistico. Potrebbero avere un brutto risveglio….
      Antò, un abbraccione, e sempre ‘no surrender!’. anto

    18. Placida Signora
      novembre 9th, 2004 12:03
      18

      Certe telefonate sono importanti, eccome se lo sono…;-)*

    19. manu
      novembre 9th, 2004 14:15
      19

      è così ipocrita la loro ansia da buona creanza! preferisco un po’ di sincera audacia, alle volte. ma se kerry non telefonasse si scatenerebbe l’inferno. una pura formalità. VI abbraccio, come sempre. :-)

    20. orlando furioso
      novembre 9th, 2004 22:37
      20

      La vera audacia l’ha dimostrata l’elefantino.

    21. Valentino Rossi
      aprile 27th, 2006 16:50
      21

      Splendido sito!)) In avanti auguro buona fortuna!

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