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30/10/2004

Il mito del giornalismo nel cinema

di Antonio Sofi, alle 16:28

Orson Welles in Quarto potereLi chiamano newspaper movie, con una definizione forse un po’ troppo riduttiva. Sarebbe più appropriato qualcosa tipo media movie, perchè spesso non solo di quotidiani trattano, ma anche di televisione, radio, editoria, fotogiornalismo. Sono i film che hanno come oggetto il giornalismo e l’attività giornalistica. Sempre più numerosi, sebbene solo ad uno sguardo compiacente costituiscano un genere cinematografico con tutti i crismi di quelli classici. Film che raccontano storie di giornalisti in contesti di pace e di guerra, alle prese con le logiche perverse delle redazioni e con gli effetti (voluti, involontari) del proprio lavoro, a confronto con dissonanze etiche e diversioni politiche. Film in cui i mass media si fanno luogo narrativo per eccellenza, un pretesto per mettere in scena l’intricatezza tutta moderna della classica tensione tragica tra vero e falso. Cos’è vero? Cosa non lo è? La pervasività filosofica di questo dilemma si rafforza con la presenza dei media moderni, dove spesso questa distinzione si fa tenue, leggera, impalpabile, si stempera in verosimile e falsificabile.
Diventa narrazione per antonomasia, con il suo bel contorno di buoni e cattivi, speranza e cinismo, eterodirezione e intenzionalità.

Come è rappresentata prima e percepita poi la professione del giornalista nella società?
E’ un tema che ci ha sempre molto appassionato, da queste parti. Più di un anno e mezzo fa, in tempi non sospetti, avevamo messo in programma al master, con il supporto di alcuni docenti del settore, un paio di lezioni su questo argomento – con annesse proiezioni di film. Venivano fuori cose molto interessanti. Per esempio alcune differenze tra la rappresentazione della figura del giornalista nella produzione cinematografica anglosassone e quella italiana.

La prima è imponente per quantità, nonchè eterogenea in quanto a personaggi e personalità: c’è l’eroe, l’ambiguo, il sognatore, il tycoon, il reporter coraggioso, il giornalista watch-dog, ecc. Va da “Quarto Potere”, a “Tutti gli uomini del presidente”, a “Insider”, passando per centinaia di altri film. La seconda scarsissima per quantità, e storicamente monolitica in quanto a caratterizzazione. Vale a dire un lavoro un po’ oscuro, barcamenante tra compromessi, collusioni e routine, senza alcuna connotazione eroica o particolarmente positiva – penso al Silvio Magnozzi di Alberto Sordi in “Una vita difficile” di Dino Risi al Perozzi di Philippe Noiret in “Amici Miei” (i primi che mi vengono in mente). Qualcosa sta cambiando negli ultimi tempi, ma la filmografia del passato è lì a dimostrare le cose come stavano. Nel cinema americano il giornalista c’è, è protagonista o fa capolino, ingranaggio riconoscibile e riconosciuto del meccanismo narrativo; in quello italiano non c’è, e se c’è non si vede.

Salvador di Oliver StoneIl mito del giornalismo ad Hollywood.

A questo proposito segnalo (anche se vista l’ora in terribile ritardo – ma possibile si trovi anche domani) una ottima iniziativa de Il Foglio che oggi allega al quotidiano il primo di una serie di dvd dedicati al mito del giornalismo.
Oggi c’era Salvador di Oliver Stone – un capolavoro.

L’iniziativa è lodevole (credo a cura di Mariarosa Mancuso, brillante critico cinematografico del quotidiano di Ferrara).
Imbarazzante però il fatto che non ci sia uno straccio di informazione su quali (e quando) siano le prossime uscite (nè sul quotidiano nè sul sito, almeno per quanto io sia stato in grado di trovare – va bene l’understatement ma non si starà esagerando?)

Chissà se l’idea non sia stata in qualche modo influenzata dall’ottima iniziativa dell’ultima edizione del Festival del cinema di Locarno, svoltasi l’estate scorsa, dal 4 al 14 agosto 2004. All’interno della manifestazione era prevista una imponente retrospettiva intitolata “Newsfront“, durante la quale sono stati proiettati più di 90 film su “cinema e giornalismo”.
Non solo: da quella iniziativa è stato pubblicato anche un libro, dal titolo “Print the Legend – Cinema and Journalism“, a cura di Giorgio Gosetti e Jean-Michel Frodon, che contiene, tra altre cose interessanti, una filmografia davvero sterminata.

P.s.: Il libro è di fatto introvabile in Italia. Neppure dal sito del Festival si capisce come fare ad ordinarlo. E poi dicono della precisione svizzera. Ne ha però una copia quel diavolo di un Bianda – il quale, siamo alle solite, approfitta a man bassa del suo essere elvetico. Ma la prossima volta che vado a casa sua glielo frego.


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  • 9 Commenti al post “Il mito del giornalismo nel cinema”

    1. polenta
      novembre 2nd, 2004 02:53
      1

      Nel cinema colto vi sono delle professioni attribuite ai personaggi che facilitano la mise en abîme, la riflessione sul rappresentare.
      il giornalista per Welles e Antonioni, il pittore per Garrel, il regista puro e semplice per Wenders, Allen e Truffaut, per citare solo i casi più noti (a me).
      Da questo a trovare un punto di vista sul giornalismo nel cinema, non mi sembra così scontato e (per me) così importante. Né per il giornalismo, né per il cinema.

      Alla luce di questa premessa non mi stupisce che si ritrovi molto più materiale nel cinema americano. per due motivi fondamentali: il primo è la credibilità di cui gode(va?) l’intero sistema dell’informazione (dal 1791, grazie al I Emendamento), il secondo è che una minore propensione autoriflessiva del cosiddetto cinema classico americano (ma Billy Wilder potrebbe smentirmi a colpi di Fedora), trova nel giornalista (nel cronista, mi verrebbe da dire) un agente dinamico di rara efficacia.

    2. reginadelsole
      novembre 2nd, 2004 03:06
      2

      Prof, sono alla fine del mondo, sto riportando impressioni in parte sul blog in parte sul moleskine.. per le foto sto provvendendo a p`¡u’ non posso, le scaricherei anche sulla gmail gentilmente regalatimi ma ancora giurassica come sono non compresi come si fa…e se gliele inviassi via delfino?

    3. Red Apple
      novembre 2nd, 2004 10:25
      3

      Forse è da ricercare nell’origine della figura del giornalista: in italia il “giornale” nasce da esperienze letterarie e intellettuali, diciamo d’elite e il cinema, invece, è cresciuto nelle frange popolari e in quelle della nuova borghesia. La figura del giornalista, nella cultura americana e anglosassone, è incastrata nella realtà: il giornalista non è una figura lontana, un intellettuale arroccato in una redazione eburnea.
      Credo quindi che, prima dell’avvento della iper-mediaticità, il mondo dei media in Italia sia stato considerato lontano dal “realismo” tipico del nostro cinema e il personaggio del giornalista, pertanto è rimasto al latere. Vissuto come accademico, ma non troppo. Reale, ma non troppo.

    4. kafavis
      novembre 2nd, 2004 15:38
      4

      Sarà anche che i giornalisti in Italia spesso sono stati, e sono, legati (sic!) a fazioni politiche e quindi raramente ritenuti dal pubblico come realmente indipendenti.. Il discorso vale soprattutto per i giornalisti catodici perchè in effetti siamo un popolo di non lettori di quotidiani. Il governo Mussolini, per esempio, era un governo di giornalisti (molti ministri e sottosegretari venivano apputo dalla carta stampata). E recentemente anche oggi molti parlamentari nazionali ed europei o esponenti di importanti istituzioni locali sono giornalisti (Gruber, Santoro, Marrazzo… ma anche dall’altra parte non si scherza Gawronsky, Michelini). Anzi, sembra ormai che il piano inclinato che porta ad un seggio pubblico debba passare in qualche modo passare da questa professione.
      “.. per imboccar la strada che dalle panche di una cattedrale porta alla sacrestia, quindi alla cattedra di un tribunale…”: questo era il percorso sicuro per diventare giudice, cantava Fabrizio De Andrè. Ormai è necessario che io scriva, nel mio piccolo, qualcosa riguardo ad altre carriere..
      PS: oltre ad essere uno scribacchino di canzonette sono pubblicista dal 1989 e forse farei bene a non abbandonare le speranze di una brillante carriera politica…

    5. Antonio
      novembre 3rd, 2004 00:03
      5

      Quante cose!
      Mauro: hai ragione, anche io sono scettico sul fatto che i newspaper movie possano costituire “genere” cinematografico a se’ stante. Da non-esperto di cinema mi interessa più capire quanto la rappresentazione cinematografica contribuisca a definire la rappresentazione sociale di un ruolo. E se, osservata con un minimo di distanza, a posteriori, considerata nel suo complesso (impossibile, ma insomma, con tutto il tagliar d’accette) la filmografia di un periodo possa rispecchiare in modo abbastanza attendibile la considerazione che un determinato ruolo aveva in quello stesso periodo.
      Ciò detto concordo con le tue ultime considerazione, e anche io mi espongo alle smentite wilderiane a colpi di ecc.: la centralità storica del mondo dei media e una certa propensione più “narrativa” del cinema americano (un eufemismo per dire il tuo “meno intimistico”) che ne ha favorito lo “sdruttamento” del personaggio “giornalista” come “agente dinamico” (quanto mi piace questa definizione!)

    6. Antonio
      novembre 3rd, 2004 00:15
      6

      Red Apple: ed ecco l’altro lato della medaglia transoceanica. Aggiungo una cosa (vorrei trovare il modo di scriverne meglio). Non solo una differenza tra i due media “quotidiano” e “cinema”. Ma una differenza tra “giornalismo italiano” e “giornalismo americano”, e ancora tra mondo dei media da una parte e dall’altra.
      Da una parte abbiamo un campo giornalistico che nasce quasi in contemporanea con la nascita della nazione americana (penny press, e giornali di comunità), sempre avanti dal punto di vista tecnologico, che si confrontava, almeno all’inizio, con un pubblico molto più ampio e alfabetizzato e che si è sempre sviluppato all’interno di un contesto di mercato (più o meno) competitivo. Vogliamo fare il paragone con l’Italia? Quotidiani “elitari”, collusioni sistemiche con la politica, tv e radio in monopolio fino a relativamente pochi anni fa. Ci sarebbe molto altro da aggiungere ma credo che basti a spiegare perchè da una parte c’era Citizen Kane dall’altra una Vita difficile. (e non parlo di meriti filmici ma di differenze nel “parlare” di giornalismo).

    7. Antonio
      novembre 3rd, 2004 00:22
      7

      Frank, come dire meglio di te?
      Ritornando al punto strettamente cinematografico del giornalista come “agente dinamico”: mi pare logico pensare che risultasse piuttosto complicato utilizzare il personaggio “giornalista” in una situazione di collusione politica così manifesta (non totale, per carità, e nemmeno generalizzata nella realtà – ma stiamo parlando di “idealitipi”). Non che in usa sia tutto rose e fiori, ma la mitologia (spesso vera, spesso autoassolutoria) del giornalismo “watch-dog”, cane da guardia, potere che controbilancia il potere e difende i cittadini e la verità è certamente più “cinematografica”.

      A proposito: Franz, se sei bravo come politico quanto sei bravo come chansonnier mi sa che hai la carriera assicurata!

    8. Kafavis
      novembre 3rd, 2004 18:14
      8

      ieri sera nel mio spettacolo “Parole animate” ho intervistato, fra gli altri, il bravo giornalista politico e scrittore Rudi Ghedini, ed ho preso ispirazione da questo blog per parlare proprio del perchè in Italia scarseggiano film dedicati al giornalismo. Il dibattito che ne è venuto fuori è stato interessante, ma più divertente ancora il quiz con il pubblico: “Chi si ricorda almeno 3 film americani e tre stranieri con un giornalista come protagonista ?”. Per la cronaca, in 2 minuti sono venuti fuori tutti…
      ciao
      K.
      PS: domenica 7 novembre sarò ospite a “Quelli che il calcio”. Spero di non dire troppe castronerie. Io ne so abbastanza di basket, di calcio ben poco, ma tifo onestamente Bologna.

    9. fabio grosso
      gennaio 20th, 2007 18:02
      9

      salve sono appassionato di cinema gradirei avere la mail di MARIA ROSA MANCUSO per una importante intervista grazie

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