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25/10/2004

IPod story

di Ernesto De Pascale, alle 17:22

ipodFrancesca ed Isabel sono due bellissime bambine italo americane di sette anni. Sono bionde e sorridenti e amano la musica; Francesca va pazza per Joss Stone, Isabel per Avril Lavigne.
Entrambe non hanno la più pallida idea di cosa sia un cd nè un lettore.
Bensì conoscono benissimo un oggettino, tutto bianco, non più grande di un pacchetto di sigarette nel cui centro spicca un rotore che fa tutto: raccoglie la tua rubrica personale, prende appuntamenti per te ma soprattutto è un immenso archivio di canzoni che lui poi ordina secondo le tue personali richieste.

Il padre, il mio amico Gregg, ex dj, appassionato sin da tempi non sospetti di computer, non esitò infatti, circa un anno e mezzo fa, ad acquistare l’oggetto in questione che – oggi, a detta di tutti – è destinato a cambiare il modo di ascoltare e fare musica. Questo piccolo oggetto bianco (ma puoi sceglierlo fra vari colori) può “storare “ almeno 40.000 brani; li puoi trasferire dalla tua discoteca o – gli ideatori dell’oggetto auspicano – puoi scaricare brani a pagamento ma da un solo sito. Da allora per Gregg è iniziata una lunga odissea non conclusa: non solo non è riuscito a trasferire sul piccolo/grande contenitore digitale tutti i suoi dischi ma – a diciotto mesi di distanza dall’acquisto – ha scoperto di aver speso una fortuna in stronzate.

Gregg ha infatti copiato “Sei diventata nera” con il titolo originale di “Black is black” perchè aveva ascoltato una volta a Gabicce Mare nel 1984 “Back in Black “ degli Ac/Dc, una band che odia (!) e l’intero “Black album” di Prince perchè lui va per assonanze di titoli come ha imparato alla radio del college dove trasmetteva, “They come to take me away”; una novelty song dei sessanta e centinaia di canzoni che le due bimbe hanno visto cantare in televisione da – per loro – emeriti sconosciuti nel programma “Yo!MTV Rap” (l’unico che guardano insieme a “cartoon network”) quest’ultime canzoni tutta roba che per Gregg, uno cresciuto con i sound system di Afrika Bamabataa nel quartiere del Queens nel 1978, è solo “fuffa”.

Gregg, che è un ebreo americano, non mi confesserà mai che ha preso una sòla ma io capisco che sta prosciugando mese dopo mese la sua American Express Platinum e che oramai è un addicted, ma tant’è. Mi dice piuttosto con tono cospiratorio che dall’avvento dell’ oggettino a oggi ha potuto scaricare moltissimi pezzi oscuri di blues e b-side rarissime a solo un dollaro evitando salassi alle aste di dischi rari (che continua a frequentare).
Ciò che dice è vero e me lo conferma Mr. Marshall Chess delle edizioni Arc che mi confessa di certe canzoni oscure del catalogo della sua famiglia (50.000 titoli) che hanno guadagnato qualche soldo quest’anno per la prima volta in cinquanta grazie a questa nuova utilizzazione elettronica. Tutto ok, quindi, per i vecchi blues lovers ma con una differenza non secondaria: che uno guadagna e l’altro spende. Vi pare poco?

L’era del mercato discografico esclusivamente digitale è sicuramente giunta – per gli indipendenti sarĂ  una salvezza non abbiamo dubbi – però i “ma” e i “se” restano ancora molti. In Italia per sfondare, questo oggetto – che i suoi ideatori ipotizzano debba sopratutto servire a scaricare canzoni a pagamento a qualitĂ  fino ad oggi impensabile – ha bisogno una ottima broadband perfettamente calibrata localmente a cui troppi utenti e luoghi fisici sono spesso reticenti per un milione di motivi.

eurodollar.jpgC’è poi una questione ancora più dolente ed è quella legata ai ricavi. Al di là del fatto che in Italia l’acquisizione di ogni singolo brano costerà 99 centesimi di euro mentre negli Stati Uniti il costo è di 99 centesimi di dollaro (circa 80 centesimi di euro al 15 ottobre 2004, 400 vecchie lire di differenza, vi pare poco?) andiamo a vedere la divisione dei diritti.
In linea di massima, mi dice Chess, in America un editore prende 25 centesimi, un autore altri 25 centesimi. Perchè allora l’operatore (il proprietario del brevetto dell’oggetto) ne prende 50 (la metà) solo per la transazione elettronica? Siamo sicuri che vada bene così? Usciamo dalla padella del discografico che è il primo a rientrare di spese e il primo a guadagnare e si cade sulla brace di un operatore che ha costi ben più limitati, nessun costo di stampa, trasporto materiale, di archiviazione, di uomini impiegati, promozione, etc?

Si sta insomma insinuando con l’avvento dell’ oggettino il tipico meccanismo del malinteso che – dando per scontato che questi diritti sono “extra”, un “plus ultra” di ciò che un artista ricava da un disco, da una esecuzione, dalla vendita di un diritto fonomeccanico, da un passaggio radiofonico o televisivo, da un passaggio del proprio video (previo essere parte dell’associazione fonografica italiana) – di esso, di questo diritto, ne debba guadagnare di piĂą e per primo il gestore che fa la transazione.
Esattamente come per le suonerie, esattamente come quando giunsero nel 1984 i cd sul mercato commerciale e le case discografiche inserirono nei loro contratti una clausola che dimezzava le royalties all’artista e/o al produttore per l’alto costo del supporto (mentre venimmo a sapere subito che i costi di produzione erano e restano per il cd ben più irrisori che stampare vinile e copertine di 33 centimetri).

In qualità di autore e compositore ritengo che il primo a beneficiare di ciò che ho creato sia insindacabilmente io e nessun altro.
Siamo insomma alle solite; e se da una parte l’oggettino e i suoi ideatori ci piacciano per dinamicità, per nuove idee sul mercato, perché bisogna guardare avanti con fiducia, pur cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia e la piramidalità di sempre la vedo riproposta anche nella nuova frontiera del tecnologico musicale.

Mi viene quindi da pensare come mai se mai voglio scaricare alcuni dei dischi più nuovi di alcuni degli artisti che preferisco, non li trovo: il nuovo Tom Waits, i Gov’t Mule, né, per i primi due mesi di pubblicazione non ho trovato il nuovo Medeski, Martin & Wood
Sono sicuro che si può fare di meglio nell’era digitale, che noi europei non possiamo essere sempre e solo in coda in un mercato dove gli americani non comandano più ma ce lo fanno credere.
Informatevi bene: i cinesi sono la seconda potenza al mondo nel campo computeristico e la terza in quello della telefonia, provate a sfogliare il libro “The State of Working” di Lawrence Mishel, Jared Bernstein e Joan Schmitt per i migliori paragoni analitici tra le economie europee e quelle degli Stati Uniti e le valutazioni su cui si basa gran parte della nostra conoscenza.
Se solo nei principali paesi industrializzati il settore pubblico avesse speso una parte del denaro sprecato nella costruzione di una singola rete nazionale, l’economia dell’informazione – anche musicale – avrebbe avuto una diffusione più rapida.

Certo! Chiunque è autorizzato a entrare nel sistema che gli Stati Uniti e le sue aziende si sono impegnati a creare e trarne vantaggio, se ci riesce. Ma visto lo sbilanciato potere pluralistico non è difficile comprendere chi guida il gioco.
La domanda quindi non è tanto indagare sull’utilizzo o meno del costoso giocattolino di Isabel e Francesca ma se la causa americana è anche quella degli altri, o se il mondo possa prendere una strada diversa.


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  • 2 Commenti al post “IPod story”

    1. TheEgo
      ottobre 25th, 2004 22:59
      1

      Questo post verrà letto su RadioNation, martedì 26 ottobre nel corso del programma Zerovoglia, dalle 21.30. http://www.ciccsoft.com/radio

    2. angelcoesare
      ottobre 27th, 2004 18:48
      2

      Vedi a fare le cose in regola? :-)
      (tra l’altro 40.00 x 99 centesimi = 39.600 euro = circa 80 milioni di vecchie lire!)

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