30/10/2004
Il mito del giornalismo nel cinema
di Antonio Sofi, alle 16:28
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Li chiamano newspaper movie, con una definizione forse un po’ troppo riduttiva. Sarebbe più appropriato qualcosa tipo media movie, perchè spesso non solo di quotidiani trattano, ma anche di televisione, radio, editoria, fotogiornalismo. Sono i film che hanno come oggetto il giornalismo e l’attività giornalistica. Sempre più numerosi, sebbene solo ad uno sguardo compiacente costituiscano un genere cinematografico con tutti i crismi di quelli classici. Film che raccontano storie di giornalisti in contesti di pace e di guerra, alle prese con le logiche perverse delle redazioni e con gli effetti (voluti, involontari) del proprio lavoro, a confronto con dissonanze etiche e diversioni politiche. Film in cui i mass media si fanno luogo narrativo per eccellenza, un pretesto per mettere in scena l’intricatezza tutta moderna della classica tensione tragica tra vero e falso. Cos’è vero? Cosa non lo è? La pervasività filosofica di questo dilemma si rafforza con la presenza dei media moderni, dove spesso questa distinzione si fa tenue, leggera, impalpabile, si stempera in verosimile e falsificabile.
Diventa narrazione per antonomasia, con il suo bel contorno di buoni e cattivi, speranza e cinismo, eterodirezione e intenzionalità .


Francesca ed Isabel sono due bellissime bambine italo americane di sette anni. Sono bionde e sorridenti e amano la musica; Francesca va pazza per Joss Stone, Isabel per Avril Lavigne.
Dopo il primo tra i candidati alla presidenza, ho visto in diretta anche il dibattito tra vice-presidenti.
Ho letto con attenzione il
“Velineâ€, il programma di Antonio Ricci che ha allietato le nostre calde serate estive (grazie a Dio), giunge al capolinea. Evviva! Hanno trovato la bionda e la mora, girando le piazze di mezza Italia.

