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21/09/2004

La città con svista

di Tracciamenti, alle 12:56

[Scoviamo e pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice, una lettera aperta al post di De Pascale su Celebration. as]

Vado a rispolverare il catalogo del Giappone alla Biennale di Venezia 2003, Eterotopie, e proprio all’inizio dell’introduzione trovo un interessante gioco di definizioni, che pare perfetto per dare un’intelaiatura di riferimeno a queste mie/nostre riflessioni.

Eterotopia = un organo, o una sua parte, ubicato in una posizione anomala, e il cui tessuto strutturale non si trova nel suo posto normale. […] in contrasto con il termine utopia, con il suo significato simbolico di luogo ideale che non esiste da nessuna parte, eterotopia indica invece un luogo reale ubicato da qualche parte, sia essa ideale o no.
[Yuko Hasegawa – dall’introduzione al catalogo]

Celebration, FloridaNel prendere in considerazione questi due termini, apparentemente opposti, mi viene da pensare che Celebration, così come Pleasantville o Seahaven, la città di The Truman show (che ha come modello di riferimento Seaside, villaggio balneare realizzato nel 1978 in Florida su progetto di un team di architetti d’impostazione postmoderna) costituiscano una sorta di ossimoro, dove il luogo dell’utopia diventa per paradosso la vera eterotopia che sfugge a tutte le regole reali del sistema e prescinde le caratteristiche (più o meno buone) tipiche delle nostre città contemporanee.

Si potrebbe pensare, forse, che ogni utopia, nel momento in cui viene realizzata, si trasformi immediatamente in una rappresentazione eterotopica, non essendo in grado di dialogare logicamente con il sistema e con i presupposti del mondo reale (una sorta di fuori scala).

La questione successiva riguarda il modo di portare la città su un piano di godibilità e di equilibrio estetico (ma forse si dovrebbe parlare di controllo) che non ci faccia provare il sottile disagio di trovarci all’interno di un set cinematografico (il tuo panico sinistro di esser immerso in un universo sonoro riprodotto artificialmente rende perfettamente l’idea) e che permetta agli individui di crescere nel pieno possesso della propria personalità.

Una città democratica che offra servizi, strutture, e residenze non solo funzionali, ma anche di buona qualità estetica e non necessariamente omologati e omologanti; perché sono convinta che una società migliore parta da un ambiente che sia anche paesaggio, e che qualsiasi scelta etica dell’amministrazione pubblica non debba comportare alcuna trascuratezza in ambito estetico.

Perché i nostri ospedali e le nostre scuole non possono essere funzionali e belli, anziché essere orribili e (talvolta) funzionali? Perché non si deve insegnare alle persone a pretender di vedere rispettato il proprio diritto a vivere in un ambiente curato anche nell’estetica oltre che negli aspetti più sostanziali? Anzi, perché continuiamo a non considerare l’estetica quale uno dei principali aspetti in ambito sociale, perché negarne dunque la sostanzialità?

Spesso si tende a far coincidere estetica con esteriorità mentre i due termini sono assolutamente antipodici. Trovo che attualmente l’approccio più comune alla città sia marcatamente esteriore, privo quindi di approfondimenti e di valutazioni critiche.

Manca l’educazione (dei cittadini ma soprattutto delle amministrazioni) a un percorso analogo a quello che tu compi nel tuo articolo, vale a dire la volontà di porre in relazione un luogo con la sua storia e con il suo aspetto, oltre che con una serie di caratteristiche e di contraddizioni di natura politico-sociale ed economica. Interessante che disney immaginasse già nel 66 una sorta di soluzione radicale al male urbano – nel cominciare da zero in un territorio vergine; le sue EPCOT agiscono come una sorta di tabula rasa.

Di fatto luoghi come Celebration risultano essere dei tentativi di rimuovere il problema senza affrontarlo, abituando le persone all’esistenza di un’intelaiatura di riferimento standard e in qualche modo asettica, dalla quale è difficile se non impossibile dissociarsi anche per via dell’ottimo livello di modernità ed efficienza (ma se vuoi vivere a Celebration devi accettare di abitare in una casa tipologicamente predefinita e … ).

… è davvero tutto qui quello che serve ai cittadini?

[…]Dunque: eterotopie come sacche di resistenza o piuttosto come luoghi del controllo sociale? Luoghi atti alla preservazione delle diversità oppure isole di omologazione consenziente?
Probabilmente tutte e due le cose a seconda dei casi. Varrebbe la pena di trovare qualche esempio di villaggio autogestito o di piano urbanistico intelligente e democratico, concepito per accrescere il livello di partecipazione reale della comunità alla gestione della propria città.

La sfida è aperta…


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  • Un commento al post “La città con svista

    1. shine
      settembre 22nd, 2004 12:56
      1

      Gli ecovillages e tutta la filosofia da cui nascono potrebbero essere un buon esempio (in Usa ce ne sono diversi). Ma non li vedo come luoghi di diversità eterotopica perchè quando un esserino banalmente normale come me lo ha visitato non se ne è sentito estraneo anzi…
      L’estraneità di ritorno ed un chiaro senso di spaesamento dovrebbero/potrebbero essere degli indicatori per definire il concetto di eterotopia (Foucauld lo sapeva bene, sic). Mi sentirei spaesata in manicomio, in carcere, all’ospedale ma anche al circo, in un centro sauna, su una spiaggia di nudisti. Alcuni hanno letto il cyberspazio in questi termini e poteva essere senz’altro vero ai suoi primi vagiti. Ora l’eterotopia cyber resta tale in certi anfratti e per mi madre.
      Saluti da Ros e fatti una capatina su politicaonline.it, dove stiamo per lanciare un interessante progetto…

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