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19/09/2004

Mancinismi

di Jest, alle 17:13

«Adriano e Vieri hanno caratteristiche molto simili:
se tutti e due tirano di sinistro qualche problema può esserci.»
Mancini, allenatore dell’Inter, al Corriere dello Sport, 6 Settembre 2004

«Si continua a dire che Adriano non può giocare con Vieri […]»
Mancini, alla Repubblica, 18 Settembre 2004

Gigi Riva e Roberto BonisegnaChissĂ  se potrĂ  capitare di assistere a una discussione seria sulla coppia di attaccanti nerazzurri.
La questione, da un punto di vista tecnico, mi pare abbastanza interessante, ma in tv e sui giornali è visitata in chiave politica, come se le mosse di Mancini fossero frutto di estenuanti trattative simili a quelle dei vertici dell’Ulivo.
Non essendomi laureato a Coverciano mi sottraggo dall’ardua sentenza sulla possibile coesistenza di “due grandi campioni, meglio averli entrambi perché i giocatori forti non creano mai problemi, sono un patrimonio del nostro calcio” (dichiarazione collage di sei o sette opinionisti del fine settimana).

Preferisco fare un salto indietro e raccontare una storia che somiglia a questa. Dico somiglia perché trentacinque anni, visti da questo calcio, sono più di un secolo.

E’ una storia di mancini di piede, e che mancini.
Luigi Riva e Roberto Boninsegna sono, insieme a Bettega, Graziani e Pulici, i goleador più significativi del periodo che va dalla fine degli anni ’60 fino a metà circa del decennio successivo. Forse Gigi Riva è il più mitologico del gruppo, grazie a quello scudetto sardo e al suo amore per l’isola, dimostratosi eterno.

Giocarono insieme, Riva e il Bonimba, per qualche anno, annullandosi a vicenda.
Il Cagliari vinse lo scudetto quando, con un colpo di genio, suppongo del tecnico Scopigno, spedì Boninsegna all’Inter e in cambio si fece dare Domenghini, Bobo Gori e Poli. I primi due rappresentarono i migliori alfieri di Rombo di Tuono.
Domingo con le volate sull’ala e i suoi cross, Bobo con i suoi piedi buoni e la capacità di fare quello che oggi si dice seconda punta e che ai tempi qualcuno osava definire centravanti arretrato. L’area di rigore era tutta per Riva che riuscì così a scatenare tutta la sua implacabile e devastante capacità di buttarla dentro (in ogni modo, tranne che col destro).
Boninsegna aveva pari capacità tecniche: tiro assassino, elevazione e tempismo nel gioco aereo, straordinarie capacità acrobatiche, un solo piede, quello mancino. E a Milano divenne Bonimba, più volte capocannoniere, scudettato coi nerazzurri nel ’71 (e poi ancora in tarda età alla Juve del Trap).

Nessun dubbio sul fatto che una coppia simile fosse incompatibile. Anche per ragioni caratteriali.
Riva e Boninsegna si volevano bene, ma solo fuori dal campo. In partita si pestavano i piedi e il meno freddo dei due (Bonimba) dava spesso fuori di zucca (una volta si prese 11 giornate di squalifica).
La palla non se la sono mai passata, tranne in un’occasione, in Messico nella semifinale coi tedeschi. Boninsegna, che segnò la fantastica quanto poi inutile rete dell’uno a zero, confessò candidamente che secondo lui Gigi si era sbagliato nel dargliela e che fu lo stupore a spingerlo al tiro immediato in porta, cosa di cui Sepp Maier, in porta per i tedeschi, si accorse solo quando lui già esultava. Ecco, l’unico esempio di convivenza possibile (o forzata) fra i due venne proprio dalla nazionale di Valcareggi. Fu l’attacco di appendicite che colpì Pietruzzo Anastasi proprio alla vigilia della partenza per il Mexico che costrinse il ct a rispolverare la strana coppia.

Vederli giocare insieme era uno spasso.
Rivera ricamava palloni sui quali si gettavano entrambi come furie. Il primo che la pigliava si lanciava in preda a un raptus verso la difesa avversaria, tentando di travolgerla. Regolarmente veniva abbattuto (unica chance a disposizione dei difensori) ma appena dietro c’era l’altro, pronto a riprendere la percussione giusto dove l’altro aveva appena lasciato erba calpestata e qualche frammento di caviglia. Questo non era calcio, era rugby, ma Riva e Bonimba erano dei bellimbusti ai quali si perdonava tutto, perfino essersi ritrovati a litigarsi il pallone con la porta brasiliana spalancata. Alla fine spuntò il piedone di Boninsegna ma per lunghi attimi milioni di italiani rimasero in apnea scongiurando i nostri due eroi di non rimanere vittime del fuoco amico e riuscire a pareggiare il conto coi brasiliani in quella finale che poi andò come sappiamo (malissimo).

AldilĂ  dei dati caratteriali (esuberanza ed egoismo) e atletici (questi due mettevano paura fisica ai difensori, Burgnich escluso) rimangono le considerazioni puramente tecniche.
I mancini, i centravanti mancini, non sono giocatori come altri. Rifiutano l’uso dell’altro piede (dubito persino che si taglino le unghie) e per questioni psicomotorie sono costretti a movimenti del tutto particolari e riconoscibili per potere spostare la palla dalla parte giusta.
Partono e arrivano quindi dalla e alla stessa porzione di campo, dove sicuramente cresce erba più verde destinata però a ingiallirsi se calpestata in tandem.


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  • 3 Commenti al post “Mancinismi”

    1. angelocesare
      settembre 20th, 2004 20:56
      1

      Peccato che Vieri abbia esaurito definitivamente le pile!

    2. DIMITRIS MALIDELIS
      agosto 29th, 2007 10:02
      2

      un articolo molto sulla psicologia del calcio. penso che il calcio e l’unico sport che la psicologia e la personalita gioccano un ruolo importante
      d.m.

    3. adalberto andreani
      marzo 4th, 2010 00:12
      3

      Ma il grande gigi Riva…mio idolo di gioventĂą..Quanto era alto ? Io lo vidi a Terni marcato dallo stopper della Ternana che era 1.80 e sembrava parecchio piĂą basso, forse per l’incedere curvo.
      Comunque per me era piĂą vicino ad 1.74 che ad 1.80 cm. Tuttavia è stato la piu’ grande ala sinistra d’Italia.

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