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20/08/2004

Il giorno che lo sport perse l’innocenza

di tt, alle 15:59

Mark SpitzQuando lo sport – inteso come spettacolo – era bambino, le trasmissioni sportive erano un focolare in bianco e nero.
Gli avvenimenti più importanti, le gare più appassionanti – si pensi al Giro d’Italia – convogliavano tifosi davanti al piccolo schermo non solo nelle case, dove gli apparecchi televisivi erano poco diffusi, ma nei bar e nei locali pubblici, che diventavano centri di aggregazione.
Lo sport si prestava alla televisione che ne amplificava le gesta, ne mitizzava gli atleti, ne epicizzava gli eventi.
Non è un caso che le Olimpiadi potessero essere uno degli appuntamenti più coinvolgenti, un evento altamente simbolico, che nel 1972 avrebbe segnato un punto di svolta nelle trasmissioni sportive televisive.
Le XX Olimpiadi di Monaco di Baviera, trasmesse per la prima volta a colori dal ventisei agosto all’undici di settembre, sono state le prime olimpiadi veramente televisive. 7121 atleti di 121 nazioni differenti, che si sarebbero confrontati in 21 discipline. Cinque milioni di spettatori nelle due settimane di gare, oltre un miliardo davanti al video.

Forse tu c’eri già nel 1972, o forse no.
Oppure eri ancora troppo piccolo per farci caso, o di quei giorni ti sono rimasti in mente i colori vivaci e il clima festoso, i podi gli inni e le bandiere, ma solo come uno strascico, a corollario di altri ricordi estivi.
Perché ognuno di noi ha le sue prime Olimpiadi, quelle che irrompono nella vita scatenando passioni e emozioni incontrollabili, e le mie sono state quelle del 1972.
Il cuore delle mie Olimpiadi faceva perno sull’azzurro magico delle vasche: il blu profondo della vasca dei tuffi, l’azzurro turchese di quella del nuoto.
L’attenzione tesa a cogliere ogni attimo di gare spettacolari, e nomi che non avrei più dimenticato: Cagnotto e Di Biasi a eccellere nei tuffi, la meravigliosa Novella Calligaris che nei sogni avrei tanto volto emulare non sapendo ancora che presto avrei dovuto lasciare il nuoto, e Mark Spitz che scatenò un amour fou, molto più per l’indubbia prestanza fisica che per le sette medaglie d’oro.
E poi le altre discipline tutte da scoprire: lo stupore ammirato del talento, del rigore, della precisione, della perseveranza, della forza di volontà, della lealtà a incantare non solo la bambina novenne che ero, ma milioni di spettatori sparsi in tutto il mondo.
Un’emozione indicibile sentirsi vicini.

All’interno di questo evento festoso e affratellante, mentre lo sport stava offrendo al mondo lo spettacolo più bello che fino al quel giorno si potesse immaginare, il 5-6 settembre un commando palestinese assalta il villaggio olimpico con l’obiettivo di prendere in ostaggio gli atleti israeliani da scambiare con terroristi in arresto. In seguito alla reazione della polizia moriranno 11 israeliani, 2 agenti tedeschi e 4 dei fedayn palestinesi.
Il mondo, attonito, assiste incredulo. La bambina novenne, pure. Non afferra i dettagli della tragedia, ma la gravità del fatto sì: anche ai suoi occhi qualcosa è mutato irrimediabilmente.
Da tutti gli schermi il sangue rosseggia cupo.
I Giochi si fermarono per un giorno solo, quello dei funerali, ai quali parteciparono 80.000 persone. Si decise – nonostante accese controversie – di non interrompere i Giochi quando mancavano cinque giorni alla conclusione, benché l’Olimpiade avesse appena vissuto la sua pagina più triste in quasi 80 anni di storia: perché lo sport è una lezione di vita – sostennero i fautori della continuazione secondo calendario – e doveva continuare.
O, forse, già si stava snaturando: poiché il business veniva innanzitutto, era la motivazione meno nobile che si insinuava sotterranea e terribilmente plausibile.

I festeggiamenti a conclusione dei Giochi Olimpici sono stati un tripudio di colori e bandiere, senza riuscire a cancellare il lutto dagli occhi del mondo, e la triste realtà che si insinuava dalla ferita: erano finite la fiaba e la leggenda, la mitologia che accompagnava la competizione sportiva.
Da quel giorno non c’era più solo il buono.
Il male fino a quel momento era circoscritto, stigmatizzato.
Ma la soglia del lecito ora era slittata in un territorio nuovo, i confini rimossi, l’etica da ridefinire.
Dietro le parole chiave delle discipline iniziano a delinearsi ombre: l’innocenza è perduta, la realtà in cui lo sport si muove, molto più ampia.
Cambiano orizzonti, prospettive, punti di vista.
Lo spettatore, l’appassionato, l’atleta, il tifoso deve fare i conti con una realtà non solo ferita da violenza e terrorismo che lascerà cicatrici profonde nel tempo e dalla quali mai più si potrà prescindere, ma nella quale l’essenza stessa della competizione sportiva – infranta l’aura che ne suggellava l’autonomia e l’appartenenza a un mondo etico – verrà svelata in tutta la sua umana fragilità.
Ora che nulla è solo buono anche ben altro troverà legittimazione e sarà possibile.
Partecipare, resterà prerogativa di ingenui e sognatori.
Gli altri saranno pronti a tutto per vincere.


  • E sport sia
  • Fischio finale
  • Sportivamente parlando
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  • 3 Commenti al post “Il giorno che lo sport perse l’innocenza”

    1. GianRuggeroManzoni
      agosto 21st, 2004 04:31
      1

      Questo vostro sito/blog è intelligente…e non è cosa da poco in questo mare di facezie. Un saluto.

    2. floria/lorenza
      agosto 22nd, 2004 10:57
      2

      bello bello bello

    3. jest
      agosto 23rd, 2004 18:40
      3

      mi ricordo ogni sospiro possibile di quell’olimpiade, ma non avevo la tv a colori

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