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14/08/2004

Il viaggio, la montagna, i moleskine

di Enrico Bianda, alle 11:24

moleskine.gifMi ossessiona da due giorni un’immagine: un uomo che spinge un masso su per una montagna. Una di quelle montagne da illustrazione, ripida e ritta, a punta e nera. Spinge faticando, imprecando, gemendo. Per scoprire poi che in cima la punta farĂ  rotolare dall’altra parte il masso, rendendo inutile la fatica immane. Mi ricorda un cartone animato di molti anni fa, forse cecoslovacco o ungherese (all’epoca, parlo di una ventina d’anni – fa i cartoni dell’est erano una chicca se confrontati con i giapponesi che imperversavano in Italia e in Svizzera), l’uomo stilizzato che si muoveva nel bianco dell’immagine lasciando una scia sporca di china elettronica.
Ecco, quest’immagine alla fine mi sembra davvero l’idea del viaggio: fatica e passione, spesso delusione, ma un passo, una trasformazione decisiva -comunque si decida di viaggiare, con chiunque si decida di farlo.

Paolo Rumiz nel suo ultimo libro – che stava, è vero, nelle nostre borse da viaggio – ad un certo punto confessa che nella piccola valigia che si sarebbe portato lungo la navigazione sul Danubio (la chiatta mancava all’appello) trovava un posticino d’obbligo una copia di Danubio di Claudio Magris. Altri maestri, più metafisici i suoi, più ironici i nostri.
Scrivendo i reportage dai fiumi, di cui qualche volta abbiamo parlato anche su queste pagine, mi sarebbe piaciuto qualche volta scriverne una versione segreta, usando le parole e i toni di altri, di nascosto, tra una risata e un’altra, qualche citazione ci scappava, e immaginavo – nel leggerlo ad Antonio mentre il lavoro prendeva forma – la reazione del Maestro nel ritrovare le sue impressioni in un lavoro d’altri.

Il gioco poi ci ha preso la mano durante un delirante viaggio in autobus lungo la costa maltese qualche mese fa. Questa volta il modello era l’indefinibile Lucignolo, modello losco di giornalismo paraculo.
La cittadina maltese sulla costa che NON guardava l’Africa era improvvisamente invasa da sapori maghrebini, i volti che non erano nordafricani portavano i segni della natura levantina, gli accenti erano – ça va sans dire – mediorientali. E poi naturalmente gli sguardi erano famelici, i capelli ricci e neri, le mani nodose e le giovani donne bianche e impaurite. Insomma, basta poco per trasformare un diario di viaggio in ridicola messa in scena, tra voci inquiete e ombre minacciose – anche noi due eravamo giovani reporter a caccia di scoop sesso-droga-violenza-sangue.

Quanto a me, con il tempo ho ammorbidito gli accenti critici nei confronti del viaggio turistico. Una mazzata me l’ha data la moltiplicazione delle funzioni del Moleskine: da viaggio, rubrica, da disegno, per i vini, per i ristoranti, con gli haiku giapponesi, con le tasche porta documenti, grande formato, l’agenda, i quadretti a quadretti, tutti bianchi o a strisce, senza pagine, senza copertina, con il pelo, lucido, con l’elastico e l’occhiello, senza nulla, con i ricordi di un altro, con le frasi per imbroccare al Nord, al Sud, etero o gay.

Il Moleskine – ne possiedo diversi, di diverse dimensioni, più o meno pieni, che mi servono a tratti, che ne potrei fare a meno ma poi sono comodi – è stato per me, e per milioni di giovani come me, l’oggetto di culto che andava messo in valigia, anzi nello zaino a mano, dove mettere la data nella prima pagina e cominciare a scrivere di getto anche senza nulla da dire. Ricordi prefabbricati, messi li per riempire le pagine e non farci sentire viaggiatori senza emozioni.
La moltiplicazione delle funzioni moleskine alla fine ci racconta quanto anche i nostri sforzi per essere viaggiatori diversi da tutti gli altri, storcendo il naso di fronte alla fila che al Prado entra seguendo la bandierina della guida, siano inutili, che comunque anche noi siamo uguali a tutti, mossi dal desiderio di incontrare l’altro nelle forme che desideriamo dargli, inevitabilmente.

Noi restiamo noi, ovunque.
Con o senza moleskine, in fila indiana o in ordine sparso.
Ha ragione il Maestro, o Antonio, vale quello che sta in mezzo, non la meta, nè la partenza.


  • Ça va sans dire
  • Ondavè (terza parte). Diario scomodo dall’India.
  • H, blog a domino (o a staffetta)
  • Rumiz, monopattini e cappuccini

  • 9 Commenti al post “Il viaggio, la montagna, i moleskine”

    1. Antonio
      agosto 14th, 2004 13:00
      1

      invece dei moleskine, lo sai, sempre usato friabili bloc-notes – spesso indigeni – a quadretti, i quali, uniti alla mia grafia illeggibile rendevano assai complicata una decifrazione che non fosse quella aiutata dalla memoria. Devo avere da qualche parte anche il reportage Ă  lĂ  Lucignolo, prima o poi lo ritiro fuori. Ai bloc-notes friabili da cartoleria sono affezionato, ma un moleskine “con i ricordi di altri” me lo comprerei sul serio.
      al di lĂ  delle sciocchezze, ” incontrare l’altro nelle forme che desideriamo dargli, inevitabilmente” è una terribile veritĂ , terribile. Forse, chissĂ , sapendolo, uno prova a restistervi, per quanto umanamente possibile.

    2. carnefresca
      agosto 14th, 2004 13:49
      2

      non ho mai scritto niente in viaggio, nè tantomeno durante i tragitti. ho pensato, e ho spesso fatto ogni sorta di foto, portandomi in valigia biglietti di autobus, pacchetti di sigarette con la scritta in lingua, etichette di bottiglie, scontrini, foglie, buste di negozi e ogni sorta di cose familiari che avevano impresso sopra le cose che conosco in un altro idioma, per poi non riguardarmele più. anche nelle cartoline che mando, faccio un disegno, senza scrivere niente (che scrivere, poi, nelle cartoline;-)?). è che qualunque cosa accada, non puoi immortalarla mentre sta succedendo.
      ogni pensiero assume senso dopo, quando ci ripensi con la giusta distanza e pace come una pellicola che reagisce agli acidi, anche se un blocco note e una penna in borsa non mi mancano mai.

    3. boss
      agosto 14th, 2004 13:51
      3

      Io mi ricordo un interrail dove mi ero segnato le gag piĂą divertenti su un quaderno… A distanza di sette anni quando lo leggo rido ancora…

    4. Zapotek
      agosto 15th, 2004 12:50
      4

      Leggevo tutto ciò, e mi è tornato alla mente “Itaca” di Kavafis… può avere una qualche pertinenza? :)

    5. reginadelsole
      agosto 16th, 2004 20:17
      5

      Un moleskine per ricordarsi il movimento dei glutei e dei pensieri..

    6. roberta
      agosto 17th, 2004 16:14
      6

      “-incontrare l’altro nelle forme che desideriamo dargli, inevitabilmente- è una terribile veritĂ , terribile. Forse, chissĂ , sapendolo, uno prova a resistervi, per quanto umanamente possibile.”

      Come?
      Se hai trovato il modo o, meglio, ci sei riuscito almeno una volta, puoi darmi qualche dritta?…

    7. tt
      agosto 25th, 2004 22:03
      7

      ho un rifiuto assoluto nei confronti dei moleskine, li trovo lugubri e deprimenti. ma capita solo a me?

    8. enrico
      agosto 26th, 2004 10:28
      8

      amore odio…
      li trovo comodi ma troppo diffusi e pretenziosi: come a dire che chi li ha deve essere per forza meglio. E trovo questo insopportabile come i modelli proposti… Chatwin! “Ah, lui si che sapeva viaggiare” Va bene, ma per chi? e perchè? solo per se stesso e per chi poi leggeva i suoi libri. Ma li ho sempre trovati straordinariamente egocentrici e autoreferenziali (ora mi ammazzano!). Pensate agli epigoni o ai discepoli!
      forse sono solo confuso, ma con il moleskine ho un rapporto conflittuale. Ma purtroppo finisco sempre per usarli, sicuro che altrimenti avrei in giro quaderni sparpagliati ovunque, e non me lo posso permettere.

    9. iris
      settembre 13th, 2004 02:25
      9

      ho iniziato ad usarli – o ad usarle, come sostiene qualcuno – perchĂ© un collega me ne ha fatto per la prima volta dono. Fino ad allora, come Antonio, friabili block-notes…Poi lo tocchi, il moleskine, e capisci perchĂ© non puoi farne a meno. Giornalista o viaggiatore, non lo porti per le mani per ostentarlo ma perchĂ© sai che lì – nelle mani – quelle pagine saranno subito pronte a raccogliere notizie o pensieri. E nonostante le iperproduttivitĂ  scrittorie, il moleskine dura almeno 5/6 mesi, se ci scrivi piccolo e ovviamente con un inchostro nero. Difficile che le pagine del moleskine si lacerino. Guai a strapparne una, ti sembrerebbe di violare qualcosa di sacro. Dall’esterno, il bordo delle pagine si scurisce come nei libri sui capitoli giĂ  studiati. Il moleskine segna il tempo. E tu sai – e perciò lo usi – che le tue parole hanno trovato un fedele custode.

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