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10/08/2004

La mia vittoria per un record

di Antonio Sofi, alle 20:51

Riassunto della puntata precedente. Lo spirito di Olimpia è stato fottuto. De Coubertin pure. L’importante non è vincere ma partecipare è diventata una intoccabile coglioneria che spesso nasconde perfide nefandezze. Uno spettro doppiamente traditore s’aggira per le rovine delle Olimpiadi moderne: l’ossessione per il record.

partenzaNon c’è mica niente di male a voler vincere.
Se si gioca o si fa sport è del tutto naturale. Una sana competizione non può prescindere dalla volontà di prevalere sull’avversario, dentro il rispetto delle regole e dentro le regole del rispetto.
In questo senso competere è, a tutti gli effetti, attivare una relazione con l’altro. Significa riconoscerlo come, più o meno degno, avversario, e provare a fare meglio di lui.
E invece, sempre più spesso, invece che per vincere, si gareggia per battere i record.

Record di tutti i tipi: nazionali, juniores, europei, mondiali, olimpici. Record d’età, il più giovane, il più vecchio, chi ha fatto più gol, più passaggi, più tiri da fuori, record di punti, chi ha fatto la migliore prestazione annuale, stagionale, settimanale, giornaliera, chi ha percorso più yards, chi ha lanciato più lungo o chi ha saltato più in alto negli ultimi dieci, cinque, due anni, record ventosi e non ventosi, in altitudine e in pianura, all’aperto e al coperto, chi ha vinto più campionati, o più gare in volata, chi ha corso più veloce con le “lepri” davanti.
Il record, in quanto prodotto quantificabile, è moltiplicabile quasi all’infinito.

Una ossessione che spesso va di pari passo con quella per le statistiche. Ne avevamo già scritto parlando degli sport americani. Le statistiche sono spesso un pretesto narrativo per raccontare storie, in cui però il non quantificabile si deprezza di senso istantaneamente, svaporando nel non-comparabile, nel non-tramandabile, spesso nel non-esistente.

Il punto è che se la voglia di vincere presuppone che ci sia un avversario, e che questo avversario vada battuto attivando con lui un qualche tipo di relazione agonale, il desiderio di stabilire un record spesso prescinde dagli altri, sottolineando la dimensione individualistica, solitaria, post-moderna dello sport. O, meglio, una relazione competitiva sfalsata. Non basta più battere gli altri sul campo, qui e ora, bisogna batterli anche nel tempo, lì e allora.

Scrive Gabriele Romagnoli nell’articolo già citato:

Alla sfida per la vittoria si è affiancata quella per il record, che ha finito per diventare dominante. Una vittoria olimpionica nelle discipline principali conta meno se non è accompagnata dal record. I teleschermi hanno in sovraimpressione, durante le gare di atletica e nuoto, il dato del record mondiale da battere e, perfino, quello dell’inutile record olimpico. Prevalentemente contabilizzato in minuti e secondi il record deriva dalla concezione introdotta dalla rivoluzione industriale per cui il tempo è un valore e come tale può essere scambiato (o sottratto: di qui la pena detentiva). Come un qualsiasi prodotto il record viene acquisito con sforzo (e, talora, sotterfugi), posseduto per un periodo di tempo limitato e poi ceduto ad altri, fatto circolare.

Fa bene Romagnoli a citare la rivoluzione industriale. Se lo sport così come lo conosciamo oggi nasce e si sviluppa a braccetto con la cosiddetta “modernità”, l’industrialismo, che ne è fenomeno tipico, non ha potuto non influenzarlo.
Molti studiosi si sono occupati di indagare i rapporti tra industrialismo e sport. Non la faccio lunga (chi è interessato può leggersi pag 37 e seg del saggio di Pippo Russo, Sport e Società). Ma l’idea stessa di record nasce proprio da là, dalle fabbriche e dalla filosofia che ne innervava le modalità di lavoro. E proprio il record è diventata l’espressione più profonda e simbolica dello sport moderno. Cito da Russo (pag 42).

[…]Guttman (sociologo statunitense, autore del saggio “Dal rituale al record”, ndr) vede il pieno realizzarsi dello sport moderno nell’elemento del record, ovvero la prestazione d’eccellenza che sposta in avanti il limite delle possibilità umane. Il record è una filiazione del principio di quantificazione (ovvero la possibilità di misurare le performance, ndr), e della frenesia di misurazione che ne scaturisce. Come prestazione d’eccellenza, il record ha carattere estemporaneo. Ma al tempo stesso, proprio perchè figlio di un calcolo scientifico della performance e dei suoi margini di miglioramento, esso può essere pianificato. Il che corrisponde a un principio proprio dell’industrialismo: quello dell’incrementalismo, che a partire dalla razionalizzazione e quantificazione dell’attività produttiva prevede anche i gradi di miglioramento in corrispondenza dei singoli stadi di sviluppo tecnologico.

La mia vittoria per un record, insomma.
Senza considerare che questa ossessione per il record ha certamente favorito, se non prodotto, negli ultimi anni, l’uso di sostanze dopanti. Nelle tante discipline dell’atletica, nel nuoto, nel ciclismo, e così via.

Se ricordo male correggetemi.
Sidney 2000 finì senza alcun record mondiale. Un dato da alcuni letto come un segno di disdoro, come se l’evoluzione umana si fosse improvvisamente fermata (mentre forse era, prima, artificialmente accellerata).
Io dico che è stato un gran bene, e spero che sia così anche quest’anno.

Bisogna imparare a saper vincere, anche senza record.


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  • Un commento al post “La mia vittoria per un record”

    1. tt
      agosto 11th, 2004 10:47
      1

      per come vanno le cose, mi sa che bisogna perfino imparare di nuovo a saper partecipare…

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