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09/08/2004

L’importante è partecipare?

di Antonio Sofi, alle 19:07

olympicringsSabato 7 Agosto, su Repubblica, un gran bel pezzo di Gabriele Romagnoli (non on line) sulle olimpiadi, intitolato “Olimpia. Cosa resta dello spirito antico”. Lo metto in cortocircuito con il bel saggio di Pippo Russo, Sport e società, di cui ho già scritto e faccio giusto alcune considerazioni.

Romagnoli parte dalla considerazione che le olimpiadi moderne abbiano tradito l’originale spirito olimpico. Cito, e spero mi perdonerà l’autore per la lunga citazione, ma merita tutta.

«Stanno per tradire, ancora una volta, lo spirito di Olimpia. E non con il mercimonio (già allora si vendeva di tutto, incluso il sudore imbottigliato degli atleti spacciato per magica pozione). Non con il carrozzone di dame, politicanti e fini pensatori al seguito (anche ai tempi antichi i sobri filosofi che avremmo studiato amavano vedere e farsi vedere dagli spalti). Neppure con l’eccesso di ideologia, nazionalismo da podio, religiosità da scongiuro al nastro di partenza (non erano meglio i sacrifici a Zeus di centinaia di testicoli di toro o l’affermazione della superiorità della razza greca). Il punto è che ad Olimpia, non come ad Atene 2004, ogni gara era un combattimento, senza esclusione di colpi, ma con l’esclusione garantita di ogni slealtà e corruzione. La sfida era brutale, violenta e metaforica. Alludeva alla filosofia stoica, esaltava la resistenza non meno della potenza. Prevedeva un solo vincitore: agli altri, invece di premi consolatori, la vergogna.»

Il “tradimento” dello spirito di Olimpia nasce proprio (e paradossalmente, nota lo stesso Romagnoli) dallo spirito di colui che promosse la rinascita dei giochi, il barone De Coubertin. Di cui è famoso, o famigerato, il principio secondo cui “l’importante non è vincere, ma partecipare“.

Piccola parentesi. Vi è mai capitato sentire qualcuno affermare questo principio, avete mai osservato la reazione di chi ascoltava? Ho provato proprio oggi con un paio di amici, a mo’ di esperimento empirico. La reazione? Una sorta di rispetto religioso per una idea che, volente o nolente, è diventata dogmatica, e, contemporaneamente, un sorrisino beffardo, come a significare che solo gli sciocchi o i semplici di spirito possono davvero crederci.
Che l’importante sia partecipare è diventata una piccola preghiera laica sportiva cui nessuno più crede davvero. Uno di quei vuoti luoghi comuni che – come quelli di Leon Bloy – spesso giustificano e coprono le peggiori nefandezze.
Ma come è nata questa idea? Che origine ha?

Scrive Pippo Russo, in Sport e Società, a proposito della famosa massima del Barone (pag. 30)

«Una massima che, secondo lo stesso De Coubertin, trovava ispirazione nella idea di sport che a suo giudizio fu dominante nella Grecia classica. Dal che emerge quanto distorta fosse la visione che egli ebbe dello sport praticato nell’antica Grecia e del mito di Olimpia. Infatti per un atleta di quel tempo sarebbe stato impensabile prendere parte ad una gara per il mero gusto di farlo, disinteressandosi allo scopo di affermarsi sull’avversario».

Da dove veniva fuori, allora, questa accezione dello sport come confronto non dominato dall’ossessione del risultato, se nella Grecia classica non ci pensavano neanche, a gareggiare per il mero gusto di farlo?
Presto detto. Dalla mentalità dilettantistica in voga nelle public schools inglesi, che vedeva lo sport come momento di igiene fisica e pedagogizzazione, inquadrato nei programmi di sviluppo e formazione della classe dirigente.

«Quella fondata da De Coubertin» scrive Russo «fu dunque a tutti gli effetti una tradizione inventata, frutto di un mélange tra suggestioni di classicità e un modello di cultura sportiva proveniente dalla contemporaneità ed eletto a punto di riferimento.»

De Coubertin si comportò, insomma, anche se a fin di bene, come un Bossi qualsiasi. Fece del passato una narrazione mitica a suo uso e consumo, distorcendo parte delle verità storiche. Quantomeno non s’inventò nessuna ampolla da riempire. E, in ogni caso, questa tradizione inventata, seppur poco rigorosa, male non fece. Anzi. Il mito dell’olimpismo ebbe un ruolo determinante nella fondazione della moderna idea di sport. Continuo a saccheggiare Russo (pag 31).

Un’idea di sport, quella del Barone, composta da fair play, fatidicità (ovvero il fatto che deve scaturire un risultato – sembra ovvio ma altre culture sportive, per esempio quella germanica a cavallo tra Ottocento e Novecento erano basati sulla cosidetta coroginnica, con il primato della coreografia e dell’addestramento ai fini militari), dimensione agonale, competitiva e, appunto, il primato della partecipazione rispetto al risultato. Un’idea di sport che continua a rimanere forte anche oggigiorno, quantomeno come modello culturale di riferimento.

Quanto al primato della partecipazione rispetto al risultato, non esisteva prima, nell’antica Grecia, e non esiste ora, che il professionismo impera. Rimane forse in alcune sacche di dilettantismo sano, ma forse nemmeno lì.

Perchè il punto non è che lo sport debba essere confronto agonistico senza l’imperativo del risultato. Quello va bene. Non c’è niente di male nel voler vincere, nello sport.
Il problema è se, alla sfida per la vittoria, come scrive anche Romagnoli, non si sostituisce quella per il record.
Ecco il vero tradimento dello spirito olimpico.
Doppio tradimento: dello spirito dell’antica Olimpia, e dello spirito dilettantesco e romantico del Barone De Coubertin.

(continua…)


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  • 6 Commenti al post “L’importante è partecipare?”

    1. carnefresca
      agosto 9th, 2004 21:02
      1

      appoggio la citazione del vecchio bloy: è un luogo comune nefando che dispiega la sua nefandezza in modo particolare quando la masima è utilizzata in contesti non sportivi, se non hai intenzione di vincere non vincerai, un po’ come la profezia che si autoadempie di merton.
      ma ancora più interessante è il discorso sul record come disattesa dello spirito olimpionico. a me è venuto il nome di abebe bikila e la sua storia, ma aspetto la continuazione del discorso:-).

    2. Momi67
      agosto 10th, 2004 14:21
      2

      Hai ragione tuttavia esistono discipline olimpiche (ginnastica artistica e ritmica, nuoto sincronizzato per citarne alcuni) cove la parola recordnon trova applicazione in quanto si basano sulla ricerca della perfezione e della precisione del movimento. Il concetto di record è insito solo in alcune discipline. Per molte altre è veramente “importante partecipare”. La vittoria è la meta ma esserci è per molti già una vittoria.

    3. Red Apple
      agosto 10th, 2004 17:29
      3

      Una volta ho letto che lo sport è un modo di stemperare e incanalare l’aggressività. Insomma un modo per fare la guerra senza colpo ferire. Le discipline sportive e la tifoseria simulano l’idea di conquista e superiorità in termini di potenza e prestigio e, probabilmente, così come è cambiata “l’arte della guerra” così è cambiato lo sport.
      La superiorità “agonistica” (nel senso greco del termine)è sempre più spesso visibile in termini economici; non possono vincere tutti ma tutti possono partecipare. E partecipare vuol dire consumare. E più sono, più consumano. Come nelle guerre. Lo sport inteso come partecipazione, giustifica l’esistenza di una necessità economica…
      Forse..bo?..chissà…

    4. Antonio
      agosto 10th, 2004 23:54
      4

      *Carnefresca: Bloy e il suo meraviglioso “Esegesi dei luoghi comuni” meriterebbe un discorso a parte :)
      * Monica: hai ragione, è una ottima puntualizzazione. Ma, a mio parere, L’idea sottostante al concetto di record (ne ho provato a scrivere nel post di sopra) è molto più pervasiva di quanto sembri. E’ vero che nella ginnastica artistica e le altre discipline che citi le performance non sono completamente quantificabili, ma anche lì l’idea di record fa capolino. La più giovane, la più anziana, quella più imbattuta, il voto più alto, ecc. ecc. Se provi a farci caso è spesso un pretesto narrativo, e spesso un modo, a mio parere, per banalizzare le singola performance, che sarebbe bello avesse storia a sè, nel contesto spazio temporale della gara.
      * Red Apple: mi hai fatto venire in mente un pezzo molto suggestivo dell’articolo di Romagnoli, parlando dello sport di Olimpia. “Era cruento, volgare, erotico. Ci ricordava che, nel transito su questo pianeta, molti assistono, pochi fanno, pochissimi ce la fanno. Ribadiva la necessità del dolore (“agonia” e “agonismo” hanno radici comuni)” :)

    5. Momi
      agosto 11th, 2004 11:16
      5

      Lo so, è vero, è un vezzo giornalistico quello di calssificare e incanalare in categorie (la più giovane, la più vecchia, la più imbattuta ecc.) Tuttavia credo che ciò conti meno per chi gareggia, credo che quello sia un mondo assai più diverso da quello che traspare dalle cronache sportive, anche perchè solo una piccolissima percentuale degli atleti sa di avere qualche chance da podio, facciamo il 5%, il resto è lì per eeserci per partecipare. Una maggioranza che fa meno notizia ma che incarna l’essenza delle olimpiadi moderne. Ciao Antonio! Che bei pezzi!

    6. grazia
      febbraio 24th, 2009 16:32
      6

      io mi trovo d’accordo sul fatto che ormai non si dà più peso alle parole, ed ogni singola frase diventa quasi un’ “abitudine”…a parte questo volevo ringraziare tutti perchè mi siete stati utilissimi per il mio saggio breve su questa frase e su questi pensieri…thanks
      ;) Grazia..

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