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05/08/2004

Cambiamo le regole del calcio?

di Antonio Sofi, alle 21:58

calcio e basketÈ di pochi giorni fa un articolo di Michael Mandelbaum sull’Observer dal titolo “Why America hates football”, perché l’America odia il calcio.
Noi ne avevamo già scritto ampiamente (uno, due, tre, quattro – anche in inglese), e forse non del tutto a sproposito, suggerendo alcune linee interpretative – sia storiche, che sociali, che ontologico-sportive, per così dire.
Nel’articolo, Mandelbaum (che pochi mesi fa ha dato alle stampe un testo dal titolo “The Meaning of Sports: Why Americans Watch Baseball, Football, and Basketball and What They See When They Do”) cerca le ragioni del continuo fallimento dei tentativi di far entrare il calcio nei cuori degli americani. Niente di veramente brillante, va detto, almeno a mio giudizio.
Con, in più, alcuni passaggi che mi paiono quantomeno discutibili.

Vediamo un po’.

La prima ragione che l’autore individua riguarda la presenza degli altri sport nazionali: baseball, football americano, basket, e hockey su ghiaccio, sebbene quest’ultimo un gradino più sotto ai primi tre in quanto a diffusione e seguito.
L’America è, sportivamente parlando, una innamorata fedele.
Nel suo cuore (e considerando il tempo limitato che è possibile concedere allo sport, sia giocato che guardato) non c’è spazio per un nuovo amante che giochi a calcio. E fin qui.

Poi Mandelbaum afferma che uno dei problemi alla diffusione del calcio negli states sia il basket. Cito.

Each belongs to the family of games whose object is to put a ball (or similar object) in a goal. Because the two games are similar, they have the same kind of appeal.

Cioè: entrambi gli sport appartengono alla stessa classe di giochi il cui obbietivo è mettere una palla in rete, e quindi il fascino che esercitano è simile. Siamo proprio sicuri, professore?
Il calcio e il basket sono simili, continua Mandelbaum, anche perchè a) le regole sono facili da comprendere; b) sono facili da giocare, non richiedendo particolari equipaggiamenti o attrezzi; c) gli spettatori li guardano nello stesso modo, come “episodi di spontanea coordinazione, con i giocatori che mettono in atto schemi per segnare“; d) condividono un’attitudine creativa; e) sono giocati entrambi, in parte, “in aria” – e il pallone che vola evoca uno dei più comuni sogni dell’essere umano: quello di librarsi in aria.

Insomma, mi paiono tutti constatazioni piuttosto deboli e pretestuose, che non indicano una così stretta relazione esclusiva tra basket e calcio. Volendo si possono trovare analoghe similarità tra il calcio e il badmington.

Storicamente i due sport non hanno alcuna genesi comune. Il calcio ha una linea di discendenza diretta da giochi presportivi di matrice anglosassone quali l’hurling at goal, mentre il basket è stato inventato a fine ottocento da un professore americano che voleva trovare qualcosa da far fare ai suoi studenti al coperto, nei lunghi mesi invernali.

Inoltre, l’obiettivo di mettere un oggetto in rete è, solo per rimanere nell’ambito degli sport americani, anche una caratteristica dell’hochey. E poi, in fondo, concettualmente, a parte la rete “fisica”, la meta del football americano non è una grande rete immaginaria?

Anche considerando gli altri punti, non si capisce perchè basket e calcio debbano essere considerati concorrenti cognitivi.
Tutti gli sport sono giochi che mettono al centro l’atto creativo, o la spontanea coordinazione, o gli schemi per vincere. Un bel lancio del quarterback cos’altro è?

Infine, il sogno di volare. Chissà, forse ha ragione lo studioso americano.
Ma affermare che parte del fascino del calcio e del basket stia nel fatto che facendo un cross o un tiro dalla linea dei tre punti si trovi intima consolazione al non aver le ali, mi pare abbastanza ardito.
Il tutto fingendo di dimenticare il fatto che molti altri sport (di nuovo baseball e football americano, ma anche pallavolo, golf, tennis, ecc) fanno volare oggetti per aria.

L’articolo poi continua con meno svolazzi (appunto e per fortuna), segnalando l’idiosincrasia degli americani verso il pareggio e la difficoltà di cambiare le regole del calcio senza snaturare del tutto l’essenza del gioco.
Noi scrivevamo che il calcio è poco flessibile, e poco americanizzabile: le regole sono in fondo semplici e c’è poco da aggiungere o togliere.

Quanto alle flessibilità delle regole, gli sport americani hanno ben altri standard, e nel corso degli anni molto spesso hanno cambiato regole al basket, al football americano e al baseball, cercando sempre di favorire lo spettacolo e, soprattutto, l’attacco. Cito, perchè mi è piaciuto il ragionamento di uno studente di baseball.

Offense [scoring] is making things happen. Defense is keeping things from happening. People would much rather watch things happen.’

Ovvero. Attaccare cerca di far succedere cose. Difendere cerca di impedire che le cose succedano. Le persone preferiscono più vedere le cose che succedono. Il che mi pare una perfetta sintesi dell’approccio americano allo sport e le resistenze ad apprezzare le frequenti situazioni di stallo di una partita di calcio (ma anche spesso, sempre più, quello europeo – quanto sono quelli che ripeterebbero oggi la famosa frase di Gianni Brera: “la partita perfetta è quella che finisce 0 a 0“, e non preferirebbero assistere ad un 4 a 4 magari non perfetto ma pieno di emozioni?)

Allora, invece di pensare a strane affinità con il basket, cosa si potrebbe fare per favorire l’attacco, e far succedere cose? In un certo senso per adattare le regole del calcio a mutate sensibilità (ripeto: forse anche europee)?

Scrive Mandelbaum: abolire la regola del fuorigioco (e ci si può ragionare) e, se ho capito bene, la ben più delirante proposta di regola secondo cui il numero di calci d’angolo dovrebbe contare, in qualche modo, per il punteggio finale, perchè significherebbe maggiore propensione all’attacco.
Immaginate? Sullo zero a zero, all’ottantesimo, tutti a buttare la palla in angolo da ogni posizione.

Qualcosa di potrebbe fare, forse, e di più sensato.
Per esempio, allungare i campi di calcio.
Oppure, più fattibilmente, far giocare dieci contro dieci.
Ho sempre pensato che sarebbe una specie di uovo di colombo. Allargherebbe gli spazi a disposizione per il gioco, favorirebbe l’attacco senza però snaturare le regole base, che rimarrebbero le stesse.

D’altronde, undici contro undici in un campo di 90-100 metri è uno standard che andava più che bene all’inizio del secolo, per giocatori poco allenati e che correvano (relativamente) poco. Ora, con atleti perfettamente (e modernamente) allenati, quelle che prima erano praterie sono diventate strette paludi dove il gioco, spesso, ristagna, tra pressing e distruttori di gioco. Oppure, in alternativa, per esempio, aumentare la dimensione delle reti (anche l’altezza media è aumentata notevolmente dall’inizio del secolo).

So bene che non me le sto inventando io, sono proposte che girano da tempo nell’ambiente: ma perchè non ci si prova nemmeno, anche solo per vedere l’effetto che fa?
Chissà, magari così tutti (anche gli americani), si divertirebbero di più.


  • Perchè agli americani non piace il calcio?
  • Lo Spettatore Olimpico Medio
  • Cholitas, Bolivia, il calcio con le gonne rosse
  • Piedi Puliti o Arbitropoli? Se no, ciccia.

  • 2 Commenti al post “Cambiamo le regole del calcio?”

    1. floria/lorenza
      agosto 6th, 2004 11:40
      1

      Non te la prendi se le tue proposte mi hanno fatto venire in mente questo vecchio tormentone internettiano(http://www.magnaromagna.it/leggende/hollybenji.php)? A parte tutto, perche’ non rovesciamo la domanda? Qual e’ la ragione per la quale, a parte il basket, gli altri sport “made in USA” non attecchiscono in Europa?

    2. massimo
      agosto 9th, 2004 13:33
      2

      Il calcio è noioso, terribilmente noioso, ecco tutto

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