30/08/2004
Alla fine del viaggio
di Enrico Bianda, alle 21:30
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Come per tutti anche il Maestro ha finito il suo viaggio. Abbiamo letto e riletto alcune pagine dal mare, gli avvistamenti, gli incontri e gli scontri (una nave di lumbard), le tempeste e le bonacce, le passioni senili e gli occhi dei bambini, e i libri e le carte nautiche, i portolani d’epoca e le lingue che si incrociano e si ibridano come aria che scende veloce da una scogliera per incontrare il mare nero dei fondali subito profondi.
Ma in questi giorni, proprio venerdì, è finito anche il viaggio di un giornalista che soprattutto Antonio seguiva con attenzione. E come spesso accade la storia ci supera, ci prende alla sprovvista: Antonio aveva tra le sue carte una nota che raccontava come un giornalista italiano scrivesse e raccontasse come pochi l’Iraq di questa guerra che non finisce.

Si sa, come al solito, ogni scarrafone è bello a mamma sua. (E a proposito di mamme e di sport segnalo questo
Quando dicono che il calcio è morto, io penso a uno che si chiamava Garrincha, con le gambe storte e zoppe. Ma soprattutto penso a loro, le Cholitas. Le madri del Cholo, l’argentino Diego Pablo Simeone, e di tutti i meticci del mondo con le facce da ladro e la volontà di ferro.
Quando lo sport – inteso come spettacolo – era bambino, le trasmissioni sportive erano un focolare in bianco e nero.
Altro che l’importante è partecipare. Oggi partecipare rimane importante, ma conta anche il resto, contano i risultati, contano gli sponsor, conta il pubblico televisivo, che come al solito sarà conteggiato in unità di miliardo. La contabilità televisiva degli eventi mondiali lascia il tempo che trova, penso sia molto più utile analizzare lo spettatore olimpico medio.
Erano belli, una volta, i luoghi della morte. Paolo Rumiz è arrivato davanti alla foce della Neretva, il fiume che passa da Mostar. Quella è la terra d’elezione del maestro. L’ha raccontata in molti articoli, primo tra pochi aveva intuito che cosa stava accadendo (
Ero una bambina piuttosto timida e poco portata per lo sport.
Mi ossessiona da due giorni un’immagine: un uomo che spinge un masso su per una montagna. Una di quelle montagne da illustrazione, ripida e ritta, a punta e nera. Spinge faticando, imprecando, gemendo. Per scoprire poi che in cima la punta farà rotolare dall’altra parte il masso, rendendo inutile la fatica immane. Mi ricorda un cartone animato di molti anni fa, forse cecoslovacco o ungherese (all’epoca, parlo di una ventina d’anni – fa i cartoni dell’est erano una chicca se confrontati con i giapponesi che imperversavano in Italia e in Svizzera), l’uomo stilizzato che si muoveva nel bianco dell’immagine lasciando una scia sporca di china elettronica.
Una settimana fa chiamo Enrico.
Non c’è mica niente di male a voler vincere.
Me ne sono reso conto in uno di quei momenti in cui resto incantato a lungo sulle cose. Un istante di vita, magari due bambini che si abbracciano con quell’aria un po’ carbonara, di chi la sa lunga, oppure un gruppo di anziani, che chiacchiera animatamente e penso che in fin dei conti sono alla fine della vita, e guarda un po’ sono ancora li che si infervorano per qualcosa… Come se alla fine la vita e la storia si ritagliasse solo su profili di contemporaneità.
È di pochi giorni fa un articolo di Michael Mandelbaum sull’Observer dal titolo “


