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Post scritti nel agosto, 2004

30/08/2004

Alla fine del viaggio

di Enrico Bianda, alle 21:30

bloghdad.jpgCome per tutti anche il Maestro ha finito il suo viaggio. Abbiamo letto e riletto alcune pagine dal mare, gli avvistamenti, gli incontri e gli scontri (una nave di lumbard), le tempeste e le bonacce, le passioni senili e gli occhi dei bambini, e i libri e le carte nautiche, i portolani d’epoca e le lingue che si incrociano e si ibridano come aria che scende veloce da una scogliera per incontrare il mare nero dei fondali subito profondi.
Ma in questi giorni, proprio venerdì, è finito anche il viaggio di un giornalista che soprattutto Antonio seguiva con attenzione. E come spesso accade la storia ci supera, ci prende alla sprovvista: Antonio aveva tra le sue carte una nota che raccontava come un giornalista italiano scrivesse e raccontasse come pochi l’Iraq di questa guerra che non finisce.

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30/08/2004

Fischio finale

di Antonio Sofi, alle 10:37

fischietto.jpgSi sa, come al solito, ogni scarrafone è bello a mamma sua. (E a proposito di mamme e di sport segnalo questo splendido post di Contaminazioni).
Con la fine delle olimpiadi chiudiamo il tema “sport“, che a me è piaciuto molto. Lo considero uno dei meglio riusciti di webgol. Tanti sono stati le amiche e gli amici che hanno voluto contribuire a declinare l’arduo tema, e li ringrazio tutti: Carnefresca, Jest, emmegi, Mauro Gasparini (Polenta), Settore, Gianni Cossu, Contaminazioni, Angelocesare, Claudia Maggini, Antonio Montanaro, Kerry Crawford, Lorenzo Ireni, Proserpina, Hotel Messico, Monica Catalano, Maus, Franco Bellacci, tt, Daniela Amenta).
E’ possibile ci sarà qualche ritorno di fiamma sportivo, nei prossimi giorni – ma stiamo già pensando al prossimo tema, subito dopo il necessario tempo di compensazione.

26/08/2004

Cholitas, Bolivia, il calcio con le gonne rosse

di Daniela Amenta, alle 16:50

In questi giorni di olimpiadi, di eroi e di eroine dell’agonismo, di riflettori puntati sul business e sul sudore, è l’omaggio mio, piccolino, ai cerchi che non s’intravedono. A lei, all’africa, e alle Cholitas della Bolivia. Alle periferie dello sport, e al gioco.

CholitasQuando dicono che il calcio è morto, io penso a uno che si chiamava Garrincha, con le gambe storte e zoppe. Ma soprattutto penso a loro, le Cholitas. Le madri del Cholo, l’argentino Diego Pablo Simeone, e di tutti i meticci del mondo con le facce da ladro e la volontà di ferro.
Solo chi è Cholo – mezzo sangue – può sapere cos’è l’orgoglio. Ce l’ha impresso nel codice genetico, lo porta appeso nei tratti, nel profilo. Visi da mulo, zigomi schiacciati, nasi incollati alle guance. In America li chiamano “buckwheat“, cioè “grano saraceno”, spighe brune che servono a fare le pagnotte.

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22/08/2004

Rumiz naviga sulle onde medie

di Webgol, alle 21:57

«Dai che ce la fate anche voi ad arrivare a Lepanto con il Vaurien».

Rotta per Lepanto, sulla Rtsi, a cura di Gianni Delli Ponti, in diretta con Paolo RumizE’ Gianni Delli Ponti al telefono, un giornalista svizzero, che mi prende sottilmente per il culo. Ha scoperto da poco che ci siamo perdutamente innamorati del viaggio del Maestro. Anche Gianni è un velista, mi racconta che alle 08:15 Paolo Rumiz è al telefono sulla Rete2 della RTSI per raccontare la traversata Venezia – Lepanto, pubblicata a puntate su La Repubblica, di cui abbiamo già più volte scritto, ammirati. La trasmissione si chiama “Rotta per Lepanto”, e andrà in onda tutti i giorni dal lunedì al venerdì, la prossima settimana – il tutto, per i non ticinesi, è ascoltabile in streaming, su “ascolta live” della Rete 2.

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20/08/2004

Il giorno che lo sport perse l’innocenza

di tt, alle 15:59

Mark SpitzQuando lo sport – inteso come spettacolo – era bambino, le trasmissioni sportive erano un focolare in bianco e nero.
Gli avvenimenti più importanti, le gare più appassionanti – si pensi al Giro d’Italia – convogliavano tifosi davanti al piccolo schermo non solo nelle case, dove gli apparecchi televisivi erano poco diffusi, ma nei bar e nei locali pubblici, che diventavano centri di aggregazione.
Lo sport si prestava alla televisione che ne amplificava le gesta, ne mitizzava gli atleti, ne epicizzava gli eventi.
Non è un caso che le Olimpiadi potessero essere uno degli appuntamenti più coinvolgenti, un evento altamente simbolico, che nel 1972 avrebbe segnato un punto di svolta nelle trasmissioni sportive televisive.
Le XX Olimpiadi di Monaco di Baviera, trasmesse per la prima volta a colori dal ventisei agosto all’undici di settembre, sono state le prime olimpiadi veramente televisive. 7121 atleti di 121 nazioni differenti, che si sarebbero confrontati in 21 discipline. Cinque milioni di spettatori nelle due settimane di gare, oltre un miliardo davanti al video.

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19/08/2004

Lo Spettatore Olimpico Medio

di Franco Bellacci, alle 15:23

Olimpic ringsAltro che l’importante è partecipare. Oggi partecipare rimane importante, ma conta anche il resto, contano i risultati, contano gli sponsor, conta il pubblico televisivo, che come al solito sarà conteggiato in unità di miliardo. La contabilità televisiva degli eventi mondiali lascia il tempo che trova, penso sia molto più utile analizzare lo spettatore olimpico medio.

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18/08/2004

Per antichi antichi cimiteri

di Enrico Bianda, alle 12:20

Il ponte di MostarErano belli, una volta, i luoghi della morte. Paolo Rumiz è arrivato davanti alla foce della Neretva, il fiume che passa da Mostar. Quella è la terra d’elezione del maestro. L’ha raccontata in molti articoli, primo tra pochi aveva intuito che cosa stava accadendo (Maschere per un massacro), e poi in anni di reportage da quelle parti è tornato spesso. E noi, io e Antonio, come già detto, abbiamo in minima parte ripercorso quei luoghi.

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17/08/2004

Le olimpiadi secondo Maus

di Maus, alle 18:54

olimpia di Maus

Un grazie alla splendida matita di Maus

16/08/2004

Diventare una ginnasta

di Monica Catalano, alle 16:07

Nadia ComaneciEro una bambina piuttosto timida e poco portata per lo sport.
I vari tentativi di mia madre di portarmi a nuoto, a danza o in qualche palestra si risolvevano in pianti dirotti e promesse di non metterci mai più piede. Per un motivo o per l’altro quei distacchi avevano per me il significato dell’abbandono in un mondo freddo e severo in cui proprio non volevo stare.

Questo fino all’estate del 1976. Ci furono i giochi olimpici di Montreal e io li guardai seduta sul tappeto del salotto.
Per la prima volta vidi una cosa che si chiamava “ginnastica artistica” e ne fui folgorata. Nadia Comaneci divenne il mio mito, comincia a ritagliare dai giornali tutte le sue immagini e me le appesi sopra il letto. Ogni tanto provavo qualche posizione, statica per lo più. Mi piaceva quella dimostrazione di grazia e forza insieme, quei muscoli tesi fino ad arcuare le gambe e quel faccino grazioso e impassibile.

Decisi che in qualche modo l’avrei fatto anche io.

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14/08/2004

Il viaggio, la montagna, i moleskine

di Enrico Bianda, alle 11:24

moleskine.gifMi ossessiona da due giorni un’immagine: un uomo che spinge un masso su per una montagna. Una di quelle montagne da illustrazione, ripida e ritta, a punta e nera. Spinge faticando, imprecando, gemendo. Per scoprire poi che in cima la punta farà rotolare dall’altra parte il masso, rendendo inutile la fatica immane. Mi ricorda un cartone animato di molti anni fa, forse cecoslovacco o ungherese (all’epoca, parlo di una ventina d’anni – fa i cartoni dell’est erano una chicca se confrontati con i giapponesi che imperversavano in Italia e in Svizzera), l’uomo stilizzato che si muoveva nel bianco dell’immagine lasciando una scia sporca di china elettronica.
Ecco, quest’immagine alla fine mi sembra davvero l’idea del viaggio: fatica e passione, spesso delusione, ma un passo, una trasformazione decisiva -comunque si decida di viaggiare, con chiunque si decida di farlo.

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12/08/2004

Rumiz, monopattini e cappuccini

di Antonio Sofi, alle 11:39

tre uomini in bici, vignetta di AltanUna settimana fa chiamo Enrico.
«Allora, com’è che quest’anno il Maestro non parte?»
Parte, parte, fa lui.
Il Maestro, per noi, è Paolo Rumiz, inviato di Repubblica, scrittore, viaggiatore, nume tutelare delle acque dolci e dell’Europa dell’Est.
Il giorno dopo, su Repubblica, quasi l’avessimo evocato, inizia il suo diario di viaggio. In barca a vela, da Venezia a Lepanto, tra storia e cronaca, sulle rotte della Serenissima.

Per Rumiz, io ed Enrico nutriamo una sorta di laica venerazione. Evito per pietosa gentilezza di raccontare un aneddoto che vede Enrico come protagonista, e che spiegherebbe, più di mille parole, il sacro rispetto per il narratore mittleuropeo. Quando andammo in Croazia, a Vukovar, la città che guarda il fiume, e poi in Bosnia, viaggiavamo con i suoi libri in saccoccia. Cercando, ogni tanto, a naso, i posti che aveva raccontato (uno lo abbiamo trovato – l’Hotel Danubio – e d’altronde se vai a Vukovar ci sono poche altre possibilità), e, nella ricerca, trovandone talora di migliori.

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10/08/2004

La mia vittoria per un record

di Antonio Sofi, alle 20:51

Riassunto della puntata precedente. Lo spirito di Olimpia è stato fottuto. De Coubertin pure. L’importante non è vincere ma partecipare è diventata una intoccabile coglioneria che spesso nasconde perfide nefandezze. Uno spettro doppiamente traditore s’aggira per le rovine delle Olimpiadi moderne: l’ossessione per il record.

partenzaNon c’è mica niente di male a voler vincere.
Se si gioca o si fa sport è del tutto naturale. Una sana competizione non può prescindere dalla volontà di prevalere sull’avversario, dentro il rispetto delle regole e dentro le regole del rispetto.
In questo senso competere è, a tutti gli effetti, attivare una relazione con l’altro. Significa riconoscerlo come, più o meno degno, avversario, e provare a fare meglio di lui.
E invece, sempre più spesso, invece che per vincere, si gareggia per battere i record.

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09/08/2004

L’importante è partecipare?

di Antonio Sofi, alle 19:07

olympicringsSabato 7 Agosto, su Repubblica, un gran bel pezzo di Gabriele Romagnoli (non on line) sulle olimpiadi, intitolato “Olimpia. Cosa resta dello spirito antico”. Lo metto in cortocircuito con il bel saggio di Pippo Russo, Sport e società, di cui ho già scritto e faccio giusto alcune considerazioni.

Romagnoli parte dalla considerazione che le olimpiadi moderne abbiano tradito l’originale spirito olimpico. Cito, e spero mi perdonerà l’autore per la lunga citazione, ma merita tutta.

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07/08/2004

Henri Cartier-Bresson, il principe leggero della storia

di Enrico Bianda, alle 01:01

cartier bressonMe ne sono reso conto in uno di quei momenti in cui resto incantato a lungo sulle cose. Un istante di vita, magari due bambini che si abbracciano con quell’aria un po’ carbonara, di chi la sa lunga, oppure un gruppo di anziani, che chiacchiera animatamente e penso che in fin dei conti sono alla fine della vita, e guarda un po’ sono ancora li che si infervorano per qualcosa… Come se alla fine la vita e la storia si ritagliasse solo su profili di contemporaneità.

A me capita spesso insomma di restare a lungo a guardare le cose, non percependone bene i confini, sprofondando lo sguardo nelle cose e negli uomini, guardando oltre, dimenticando lo sguardo appoggiato ai corpi e alle parole che animano le conversazioni. Non me ne accorgo e resto li, imbambolato, e finisce che in realtà non capisco ne gli oggetti ne tanto meno il contesto. E’ solo un incanto leggero, infantile, da cui vengo strappato a forza da chi mi sta vicino e scuote la testa: “come un bambino” è di solito la cosa più gentile che mi viene rivolta. “Svegliati e fatti i cazzi tuoi” quando non sono in confidenza.

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05/08/2004

Cambiamo le regole del calcio?

di Antonio Sofi, alle 21:58

calcio e basketÈ di pochi giorni fa un articolo di Michael Mandelbaum sull’Observer dal titolo “Why America hates football”, perché l’America odia il calcio.
Noi ne avevamo già scritto ampiamente (uno, due, tre, quattro – anche in inglese), e forse non del tutto a sproposito, suggerendo alcune linee interpretative – sia storiche, che sociali, che ontologico-sportive, per così dire.
Nel’articolo, Mandelbaum (che pochi mesi fa ha dato alle stampe un testo dal titolo “The Meaning of Sports: Why Americans Watch Baseball, Football, and Basketball and What They See When They Do”) cerca le ragioni del continuo fallimento dei tentativi di far entrare il calcio nei cuori degli americani. Niente di veramente brillante, va detto, almeno a mio giudizio.
Con, in più, alcuni passaggi che mi paiono quantomeno discutibili.

Vediamo un po’.

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