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22/07/2004

La distanza tra Usa e Europa si misura a pallonate

di Antonio Sofi, alle 15:01

Sport e Società, di Pippo Russo, Carocci EditoreCome sempre mi accade quando ragiono intorno ad argomenti sui quali non ne so quanto mi interesserebbe, arrivo ad un certo punto e mi fermo, come davanti ad una strada senza uscita. A quel punto apro un libro. Se lo facessi prima mi divertirei di meno.
E’ quello che ho fatto anche questa volta, ragionando di sport.

Bisogna anche aver fortuna ad avere il libro giusto, s’intende.
Questa volta non potevo chiedere di meglio.
Il libro in questione è un saggio di Pippo Russo dal titolo “Sport e società“, edito da Carocci, nelle librerie da poche settimane.

Pippo Russo, sociologo e giornalista siciliano di stanza a Firenze, non è certo da ieri che si occupa di sport. Per anni ha tenuto una rubrica con cadenza bisettimanale sul quotidiano Il Manifesto, dal titolo “Pallonate“. Una rubrica insieme seguitissima e temutissima, in cui l’autore prendeva di mira, con cattiveria mista ad ironia, gli eccessi retorici, gli errori grammaticali, le incogruenze semantiche e la malaletteratura del giornalismo sportivo italiano. Da quell’esperienza, ora terminata, ha pubblicato un testo esilarante, uscito nel 2003 per i tipi di Meltemi, di cui ho in animo di scrivere prossimamente: Pallonate. Tic, eccessi e strafalcioni del giornalismo sportivo italiano“.

Ma torniamo a Sport e società, che nei prossimi giorni, con calma estiva, continuerò a saccheggiare, in attesa delle Olimpiadi. Per ora rimaniamo al problema “Calcio e Usa”, sul quale qui da un po’ si riflette.

Lo sport (è la tesi del saggio di Pippo Russo, qui condivisa) è un fenomeno sociale inscindibile, per nascita e per modalità di sviluppo, dai percorsi evolutivi della cosiddetta modernità. Ci torneremo.
Cito (pag. 63). Lo sport moderno, come fenomeno culturale, «ha avuto la sua genesi in un contesto storico-sociale ben preciso come quello inglese del periodo a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, e la sua diffusione come forma soft del colonialismo.»
Secondo alcuni autori, infatti, le fortune della diffusione all’estero degli sport britannici (calcio e rugby – discipline razionalizzate e sterilizzate dalla violenza di format pre-sportivi quali l’hurling at goal e l’hurling over country) siano da attribuirsi alle conquiste militari, politiche ed economiche operate dall’impero britannico. In altre parole, questi sport si sono diffusi, nelle colonie, insieme a stili di vita e modelli di comportamento dei colonialisti. Un pacchetto unico, una sorta di kit del coloniale perfetto, in cui l’etica del gioco era parte dell’etica imperiale imposta alle popolazioni colonizzate.
Ma non senza frizioni. Spesso, infatti, questa diffusione ha «comportato processi di riadattamento e risignificazione nei contesti culturali con i quali è venuto in contatto […]»
Insomma, per dirla in altre parole, a sport donato si guardava, eccome, in bocca. E gli sport originari venivano:
– o riadattati, declinati diversamente e localmente;
– o rifiutati del tutto.
Spesso, poi, in contrasto con questi, ne venivano creati di nuovi.
Molto prima che la parola andasse di moda, un esemplare processo di glocalizzazione: in cui ad un’azione esogena (globalizzante) corrisponde una reazione endogena (localistica).
Il locale che modella il globale a sua convenienza.

E’ il caso americano che tanto mi (ci) ha interessato.
In cui il football americano è una ridefinizione del rugby, il baseball lo è del cricket, il calcio è stato (più o meno) rifiutato e il basket, ideato a fine ottocento da James Naismith, è una disciplina del tutto nuova, senza legami tradizionali.

Mancava un punto di vista storico, in effetti: e molte cose sembrano più chiare alla luce delle contrastività culturali tra madre Inghilterra e le sue tradizioni, e la maggiore colonia poi affrancatasi.
Credo si capisca meglio l’eccezionalità americana.

Eccezionalità (o eccezionalismo) che un politologo di origine ungherese, Andrei S. Markovits (che ha dato alle stampe un testo dal titolo “Offside. Soccer and American Exceptionalism“), spiega con una distanza di fatto (ma anche voluta) tra il sistema socioculturale americano e quello europeo.
Scrive Markotivs: “Ultimately, the reason that we don’t care about soccer is that it is un-American. It’s somebody else’s way of life.
Più che semplice leisure il calcio è uno degli indicatori, evidentemente non l’ultimo tra essi, di uno stile di vita. Troppo europeo.

Scrivo io: questo desiderio di affrancarsi e legittimare la propria indipendenza (anche culturale, quindi sportiva) ha forse prodotto da una parte il riadattamento “locale” (o glocale) di sport quali il rugby e il cricket e l’invenzione del basket e dall’altra l’espunsione (anche se parziale) del calcio. Che anche oggi ha difficoltà ad attecchire.
Ma perchè proprio il calcio, e non il rugby o il cricket?
Non so se Markovits, nei suoi saggi, riesca a rispondere alla domanda, proverò a dare un’occhiata; ma ho paura che sia dilemma irrisolto e forse irrisolvibile una volta per tutte.
Che sia perche le caratteristiche ontologiche del calcio (di cui abbiamo già scritto) lo rendevano uno sport poco malleabile in forme distanti dall’originale (quindi poco americanizzabile); o perchè quello sport fatto coi piedi odorava troppo di “Vecchia Europa” (il calcio in quanto prodotto culturale caratterizzato da intensa europeicità); o perchè, chissà, quello sport amatissimo dalla working class britannica portava con sè sfumature politiche potenzialmente ambigue, o pericolose. Chissà.

Sta di fatto che ancora oggi, al di là di trasversalismi su politiche, guerre, gusti e consumi, la vera distanza tra Europa e America si misura a pallonate.


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  • Cercavo una frontiera vera. L’ultima (Altra) Europa.

  • 2 Commenti al post “La distanza tra Usa e Europa si misura a pallonate”

    1. livefast
      luglio 23rd, 2004 14:33
      1

      non credo che siano le pallonate a misurare la distanza (è la gioventù secondo me, che loro hanno e noi no) ma sono d’accordo: europa e america sono molto distanti. che agli americani non piaccia il futball – fra l’altro – si può tentare di spiegarlo anche senza ricorrere alla (piuttosto demodé) retorica marxista dell’imperialismo. per esempio il calcio è uno sport in cui è frequente il pareggio, questa è una cosa che ad una nazione che si fonda sul concetto (calvinista) di winners and losers può piacere poco. per esempio, anche, il calcio è uno sport *mediamente* meno spettacolare del basket, uno sport l’interesse verso il quale si giustifica più con il tifo che con lo spettacolo, ed il modo di tifare degli americani è profondamente diverso dal nostro (calvinista, appunto: i pay for the show i wanna see the show). bel tema però, e bel post.

    2. Antonio
      luglio 24th, 2004 01:01
      2

      Grazie Livefast…
      Il bello è che molti teorici marxisti, negli anni d’oro, pare si siano interessati direttamente allo sport – come elemento di frizione nell’ottica dell’incontro/scontro tra lavoro e tempo libero. Cito, sempre da libro di cui sopra, che continuo a consigliare per chiarezza e densità. Veblen (1899) parla di sport come “pratiche cui la borghesia capitalista dà corso per segnare i propri tratti distintivi come ceto sociale”, nonchè di “consumo vistoso” ed “esibizione dello spreco” – come vedi niente di nuovo sotto il sole. Adorno (1955 – e si vede che si è passati da un periodo di elitarietà delle pratiche sportive ad uno in cui lo sport iniziava a popolarizzarsi, in tutti i sensi) invece vede negli “spettacoli sportivi di massa un ulteriore mezzo attraverso il quale l’industria culturale capitalista riduce gli individui a unità impersonali di una collettività deresponsabilizzata e orientata al consumo ripetitivo e acritico”. Cazzarola, mi verebbe da dire. Henri Lefebvre (1968) giudica il “tempo libero come ‘ghetto igienico’, ovvero come spazio di una alienazione di secondo grado rispetto a quella che già si realizza nell’ambito della attività lavorative”. Altri, all’interno delle filosofie marxiste, invece hanno prodotto riflessioni meno negative. Ma mi divertivano (perchè ovviamente in poco concordo, e perchè spesso mi pare di avvertirne l’eco – lo scimmiottamento – ancor oggi) e mi hai dato il pretesto per ricopiarle. :)

      Il discorso sul “colonialismo” (non piace neanche a me il cd “imperialismo culturale” – che come dici tu non è soltanto demodè ma incapace di spiegare la complessità dei fenomeni di diffusione della cultura) era solo per dare una prospettiva storica alle modalità di diffusione dello sport, che mi pare mancasse dalle riflessioni precedenti.

      Oltre il pareggio, che tu giustamente noti, c’è anche l’elemento, da molti evocato, delle statistiche. Come uno dei motivi di resistenza americana al football. Le statistiche nello sport americano diventano spesso il pretesto per “narrativizzare” continuamente il presente, per esempio una singola azione di gioco o un singolo giocatore, mettendola in comparazione con il passato. Creando proprio storie e eventi e aspettative in funzione, per esempio, del superamento di un record. (e infatti il “record”, dice Russo, è uno degli elementi che caratterizzano lo sport moderno)

      Mi è capitato recentemente di vedere una partita di football americano in cui l’unico interesse (la partita non decideva alcunchè) pareva essere se un tal giocatore, che avrebbe finito la carriera quella sera, riuscisse o meno a superare le tot yards di corsa. Le statistiche, al calcio, invece, si applicano, o si possono applicare con meno virulenza. Un altro piccolo tassello per capire, anch’esso se vogliamo numerico, quantitativo, “calvinista”. :)

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