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12/07/2004

Birzebbuga, e il gioco delle bocce

di Enrico Bianda, alle 12:43

[Di Malta abbiamo scritto molto. Tranne che di sport. C’erano avanzate delle bocce maltesi, che sono cilindriche e dalle regole strane. Ne scrive Enrico, stralciando un pezzo uscito per Rosso Fiorentino, e integralmente leggibile qui. Ci sono anche delle foto, e un sample sonoro rubacchiato con nonchalance, con il rumore delle bocce e le discussioni in maltese. Il suono, talvolta, è puro teletrasporto: lo senti e sei lì. as]

Bocce maltesi, foto di Antonio Sofi, marzo 2004 - clicca per vederne altreBirzebbuga, Malta, prima pomeriggio.
La controra ha colpito anche in questa cittadina che potrebbe guardare il Nord Africa. Ma non lo fa, quasi fosse un dispetto. Eppure l’aria c’è, rarefatta, solo i bambini sembrano precedere il risveglio.

C’è n’è uno che insiste nel disegnare dei circoli con una bicicletta proprio in riva al mare, su una piattaforma di cemento gettata li, in prossimità dell’acqua.
Di fronte il porto industriale fatto di torri e container, blu e rossi. Qualche nave al largo, ferma nelle nuvole grigie e piene di pioggia che al solito non si verserà. Alle mie spalle le case fisse in quella che sembra essere un’istantanea di Luigi Ghiri: una camera iperbarica delle emozioni.
Lungo la spiaggia però ecco una comunità di eversivi: parlottano tra loro chiusi in un quadrato di sabbia battuta, bianca, tra quattro staccionate di legno che brontolano in modo sordo ad ogni colpo: sono le bocce.
Malta è la terra delle bocce.

Mi avvicino sperando di intravedere nei volti dei giocatori i tratti maghrebini che mi assillano, almeno la lingua. In verità la parlata mi spiazza, non siamo dalle parti del potlach linguistico alternato araboingleseitalianofrancese. Siamo da un’altra parte ancora, ma almeno uniforme. Deve essere una conquista dell’isolamento di questa regione. Crede di guardare l’Africa, in realtà racconta una storia autonoma. Sul campo da gioco lo scontro si gioca tra due schieramenti distinti, Inutile provare a capire le regole. Dovrebbe essere facile, mi dico, ma basta dare un’occhiata agli strumenti per capire che qui le cose non sono mai semplici.

Le bocce principali sono dei cilindri in pietra nera poco più grandi di una lattina di birra. Il pallino è un puntino minuscolo che praticamente sparisce nella sabbia. Poi un’altra serie di palline poco più grandi.
Lanci precisi, discussioni, ricapitolazioni, riprese, lanci precisi e discussioni.
Ci sono i tecnici, quelli che fanno colore e i rissosi. Come ovunque. Mi godo le partite seduto su una gradinata, ascoltando i commenti degli spettatori di questa che pare essere una partita in famiglia: sono gli uomini di Birzebbuga che che sfidando la controra affermano una forte autonomia mentre guardano lontano il porto che lavora.
Siamo in una città dal profilo industriale, che resta però lontano.
Tra il porto e la città c’è la spiaggia, una striscia di fantasia.

Sinestesie
Foto: 6 foto bocciofile, di E. Bianda e A. Sofi
Suoni: il rumore delle bocce e delle discussioni, in maltese [mp3, 551 kb ca]
Testo: l’articolo intero, “Il tarlo maltese”, su op, uscito sul numero di Luglio-Agosto di Rosso Fiorentino.


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  • 2 Commenti al post “Birzebbuga, e il gioco delle bocce”

    1. angelocesare
      luglio 13th, 2004 12:03
      1

      Il suono delle bocce mi ha innescato un parallelo col suono di una traiettoria (palla diversa, però):
      “Sul morbido e regolare piano di partenza c’è un vento leggero, il respiro è tranquillo, c’è silenzio, i tre compagni di gioco hanno ben piazzato il loro tiro d’inizio, aspettano immobili. Non c’è eccitazione, non più del solito, non più di quanto comporti il principio di un rinnovato ciclo paravitale.
      Conosco come indirizzare il volo, la traiettoria è ben disegnata nella mia mente; solo un po’ d’intorpidimento ai polpacci.La pallina saetta nell’aria mentre osservo con affetto il minuscolo tee roteare all’indietro e uscire dal mio campo visivo: ora posso lasciare che il capo, finalmente coinvolto dalla rotazione completa del corpo e dalla conclusione del movimento, permetta ai miei occhi di osservare il punto d’atterraggio, il rimbalzo, il rotolìo senza cambi di direzione.
      Per le prime nove buche esistono solo sensazioni positive: il movimento è naturale, l’impatto istantaneo, le traiettorie matematiche. I pensieri, la gioia, la volontà, la comprensione del terreno, il desiderio, si materializzano in approcci delicati e nella sicura conquista di ogni buca.
      C’è tempo per una sosta.
      Credo di essere nella giusta condizione: soltanto un bicchiere d’acqua può inserirsi nel ritmo.
      La pallina ripulita oscilla nel palmo della mano, dimostrando soltanto minuscoli graffi. Un vento freddo, ininfluente, un suono di ramo spezzato, un gesto istintivo. La pallina cade a terra, contro un piccola pietra acuminata, ne rimane stranamente incisa, deturpata: emana una prima, dura, inaspettata sensazione negativa.
      Cambio palla. La procedura è corretta, ma l’aria è fredda, ora, la mente distolta, il corpo meno recettivo, la traiettoria sfumata. Non esiste gioco senza regole, vita senza imperativi, esistenza senza scopo. Il movimento è fastidioso, forzato, guidato dalle braccia, incompleto, senza destrezza. Il colpo scadente.
      Ricordo perfettamente il giorno in cui avevo deciso di non portare mai più appunti fraudolenti nelle prove scritte d’esame. Quella immensa sensazione di libertà. Non ne capisco i collegamenti, cerco la palla, posso facilmente rimediare.
      Due buche concluse con mestiere, senza anima. Un’altra buca inanimata, risolta dal fato. Divengo insofferente, cerco concentrazione contro il cielo, nel volo degli uccelli, nel docile ripiegamento dei fili d’erba, nel calore del sole quasi impercettibile, nella pungente fragranza di terra smossa. Un’altra buca è conclusa. Meccanismi scandiscono l’esistenza.
      C’è bisogno di un grande tiro, ora, mentre le correnti acquistano vigore e l’aria si anima.
      La potenza scaricata passivamente nell’ampio movimento è devastante e incontrollata: la sfera sintetica sibila, rotea, acquista velocità e altezza, sembra non incontrare attriti, tuttavia devia, incurva, infrange rami, foglie, viene domata, perde forza, si acquieta nel fitto del bosco, fuori tracciato.
      Ho cinque minuti per sconfiggere la vegetazione, i cespugli, l’erbaccia, gli anfratti: se ritrovo la piccola sfera posso compiere un gesto magistrale, concentrare i poteri, ignorare l’impianto afinalistico che trasforma un buon tiro in una scommessa, in un imbroglio, che ipnotizza a infrangere le regole, a deviare, a eccepire, a dissertare.
      Non partecipo alle ricerche dei miei avversari: scruto il punto di partenza, lascio che l’occhio e l’orecchio ricostruiscano il suono e l’immagine della traiettoria, più volte, con precisione, con metodo, con rapidità, per lunghissimi secondi. Infine, sicuro, indico una piccola radura, certo dei miei calcoli.
      La palla è appoggiata a un buon fondo, a ridosso di un grosso cespuglio. Sembra ingiocabile: davanti ad essa, sulla traiettoria teorica del ferro, il grosso agglomerato vegetale si prepara a smorzare ogni accenno di movimento.
      Dichiaro di giocarla come si trova, senza cercare approvazione.
      Il cespuglio cessa di essere un problema. Ho spazio all’indietro per l’avvolgimento del corpo sul cardine sicuro della colonna vertebrale. Ogni cosa che avvenga dopo l’impatto, se non ne ha influenzato la creazione, non ha importanza.
      Il colpo è perfetto, dosato, potente, libero, ben diretto, l’impatto è preciso e la bianca pallina s’innalza facendo svolazzare piccoli brandelli delle foglie del cespuglio contro la cui massa si infrange l’abbrivio del movimento delle mani avvolte all’impugnatura del ferro, senza schermo all’urto inevitabile.
      Le mani di si graffiano e si scorticano, strappando, con il ferro, brandelli di rami e foglie, mentre lo sguardo deciso allontana il dolore, impossessandosi del volo leggero della pallina, che compie un piccolo rimbalzo, e rotola a due passi dalla buca.
      E’ l’essenza del gioco, è la sublimazione del potere dell’uomo, è la rappresentazione di una legge, la recita di un copione essenziale. Anche gli avversari ne traggono conforto.
      Si dileguano gli afflati negativi, il gioco recupera le proprie dimensioni, la simulazione si dissolve.
      Mentre la pallina muore nell’ultima buca la storia ha il suo epilogo, si spegne, si disperde. Nelle strette di mano si materializza la fatica di sopravvivere, la durezza degli affetti, la leggerezza di un ticchettio inavvertibile e inesorabile, il freddo del sole allo stremo.
      Ogni cosa è nuovamente conclusa, vacua, insostenibile.
      Servono getti caldi, schizzi gelati, serve inalare aria satura di vapore, respirare profondamente, ossigenare la mente, impadronirsi dell’auto, sfrecciare per le vie di campagna, fuggire.
      Posso fermarmi, infine, nel silenzio, sulla riva ghiaiosa del lago, inginocchiato ai riverberi dell’ultimo raggio.
      Deboli scampanii da una piccola cappella. Rintocchi.”

    2. gianni
      luglio 13th, 2004 18:30
      2

      come scrivere facendo finta di essere giornalisti, essendo poeti. Ma non m’inganni. Non a caso sono ispettore. Ginko

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