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09/07/2004

«So che hai giocato bene» – Una storia di pallavolo

di Contaminazioni, alle 10:01

pallavolo.jpgQuando ho cominciato a giocare a pallavolo avrò avuto dodici, tredici anni. Ero una ragazzona alta alta, strizzavo sempre gli occhi per distinguere qualcosa nella nebbia della miopia, se ridevo ridevo a sproposito, ero irrimediabilmente gaffeuse, mi vestivo come una signorina di buona famiglia anni cinquanta, avevo la grazia di un elefante in un negozio di chincaglierie, scrivevo disperate poesie e per di più ero brava a scuola, quindi segnata, agli occhi del mondo, dalla irreparabile, o quasi, fama di secchiona presuntuosa. Socialmente un disastro. Tiravo avanti, cercando di aprirmi una strada qualsiasi, poco aiutata, come capita, da una famiglia distratta tutta presa da altre faccende. Il successo scolastico mi garantiva qualche parziale gratificazione, ma alla fine, agli occhi dei compagni, ero una sfigata che andava in giro con altri sfigati come lei.

All’inizio, quando cominciai quasi per caso a frequentare la palestra e a sostenere i primi allenamenti di pallavolo, ero disastrosa. Assolutamente scoordinata, non vedevo la palla ma, grazie alla trionfante miopia, nel migliore dei casi la indovinavo, nel peggiore la prendevo direttamente in faccia. Ero perennemente in allarme, mi guardavo intorno cercando di capire come muovermi in quell’ambiente a me assolutamente estraneo, e spesso, in questo mio costante sforzo di osservazione, mi distraevo rimanendo nel bel mezzo del campo a bocca aperta con aria assolutamente ebete. So per certo che una dirigente della società di pallavolo che frequentavo ebbe gentilmente a definirmi mollusco invertebrato. L’unica qualità che sembravo possedere e che garantiva qualche modesta speranza sul mio futuro agonistico era la mia ragguardevole altezza, allora già trionfalmente raggiunta (e meno male che mi sono fermata), il mio famoso 1,85 senza tacchi, che fino a quel momento mi aveva riservato soltanto delicate prese per i fondelli della serie lunga lunga scema scema. Però l’allenatore di allora non credeva nelle giocatrici alte (sic!), perchè poco agili, e aveva costruito una squadra di nanerottole velocissime altezza media 1,65. Insomma ero fuori posto e fuori misura anche lì, niente da fare.

Poi, non ne ho mai saputo il motivo con chiarezza, la squadra si disintegrò. Le atlete tutte e l’allenatore litigarono con la dirigenza e se ne andarono in massa. Rimasero solo le ragazzine del centro addestramento, bimbette della mia età, e la sottoscritta, che aveva cominciato giusto qualche settimana prima. Retrocessione di ufficio all’ultimo gradino dei campionati e la prospettiva ovvia di chiudere bottega per mancanza di materia prima. Fu deciso l’azzardo. Fare una squadra di tredicenni, buttarle nella mischia e vedere cosa sarebbe successo. Così, da un momento all’altro ci ritrovammo in prima fila, miracolosamente trasformate da “pulcini” in prima squadra. Noi e il nostro giovanissimo allenatore, Mario.

Mario era poco più grande di noi: diciannove anni al massimo, non di più. Di certo non poteva essere definito un allenatore esperto. Però aveva due grandi doti: la passione e il senso di responsabilità. Non è che potesse insegnarci grandi schemi o che le sue tecniche di allenamento fossero eccezionali. E poi la nostra squadra assomigliava per molti versi a un pollaio. Voglio dire che fra una decina di tredicenni improvvisamente assunte al rango di primedonne i femminei sgallinamenti si sprecano, come è ovvio: invidie, piccole ripicche, dispettucci, punture di spillo di vario grado ed entità. Da questo team dissestato e scalcinato bisognava tirare fuori un “gruppo”: sapete, come in quei film americani che vanno per la maggiore su Disney Channel, dove la squadra di football degli imbranati miracolosamente vince il confronto decisivo con i campioncini locali, con il relativo contorno di buoni sentimenti e di doverosa esaltazione dell’american dream… Beh anche noi, in quegli anni, abbiamo vissuto il nostro piccolo sogno di gloria.

La madre di Mario era albanese. Il padre siciliano e aveva militato nella Guardia di Finanza. Si erano conosciuti, credo, durante la guerra. Lei aveva seguito in Italia il bel soldato italiano, se lo era sposato e automaticamente aveva rotto tutti i ponti con le sue origini: non per scelta, ma per necessità. L’Albania era allora praticamente blindata dal regime di Enver Hoxha e ogni contatto con l’esterno era di fatto impossibile. Mario aveva ereditato i capelli scurissimi, il viso scavato e il fisico magro e nervoso di matrice araba che possiamo incontrare ancora oggi in tanti migranti. Ma allora nessuno ci faceva caso più di tanto. Sapevo che sua madre, una donna minuta, dignitosa, sofferente, era molto religiosa. Del resto la tragedia l’aveva pesantemente segnata: prima l’esilio, poi la morte di due figlie bambine nello scoppio di un magazzino dove era stato malamente accatastato esplosivo sequestrato dai finanzieri ai pescatori di frodo. Solo adesso, a distanza di anni, un po’ di tranquillità: i due figli maschi già grandi, una pensione dignitosa, una cittadina tranquilla dove condurre silenziosamente il proprio onesto tran tran.

E noi, intanto, giocavamo a pallavolo. A ripensarci, eravamo proprio matte. Cinque allenamenti a settimana in orari impossibili e in palestre sporche e alquanto puzzolenti, poi la partita, spesso all’aperto, nel campo della scuola, magari sotto la pioggia. Le trasferte a Livorno, contro la squadra del quartiere Shangai che vantava nelle sue file la terribile presenza di due sorelle assatanate e smoccolatrici, sostenute dall’indiavolato tifo della madre, un donnone enorme che gridava per tutta la partita con intonazione e altezza vocale degne piuttosto del mercato del pesce.

Io, stante la mia patente incapacità, me ne stavo in panchina e mi rodevo il fegato. Mi era stato comunque affidato il compito di scrivere gli articoli di commento alle partite per la cronaca locale de “il Tirreno”. Mio padre stracciò con sommo disprezzo il mio primo pezzo, dicendo che non era nient’altro che un insipido temino da scuola media, di sicuro non un pezzo di cronaca sportiva. Accusai il colpo e mi dedicai alla forsennata frequentazione del genere. Mi ritrovai, paradossalmente, espertissima di calcio e con un bagaglio di espressioni gergali da fare invidia a Brera. Ma anche se tutti lodavano i miei “pezzi”, io volevo entrare in squadra, accidenti. Cosa che alla fine mi riuscì, mercé una provvidenziale epidemia di influenza che aveva falcidiato le titolari. Era la mia occasione e non mi sarebbe sfuggita.

Non mi sfuggì, infatti, e dopo un’incredibile partita in cui detti il meglio contro le aspettative di tutti, mi ritrovai finalmente in squadra.

Credo che Mario intuisse la mia rabbia e sapesse che avevo un disperato bisogno di incanalarla in una qualche direzione. Ero stufa, stufa, stufa, di tutte quelle maledette crisi adolescenziali che non mi portavano da nessuna parte. Ero stufa, stufa, stufa, di sentirmi lo zimbello della scuola e non me ne fregava più di tanto di essere così brava con le parole.

Il volley è uno sport di nervi. Non esiste contatto fisico con l’avversario e quindi tutto si gioca, a parità di condizioni fisiche, sulla capacità di reggere psicologicamente lo stress della sfida. La violenza che si scarica sulla schiacciata è stata accuratamente preparata in precedenza: il gesto atletico spettacolare è figlio di una buona ricezione e della furbizia tattica dell’alzatore. Ma la schiacciata, per quanto cattiva, può essere annullata dal muro e, ancora di più, dalla difesa della seconda linea. Per lo schiacciatore una vera frustrazione. Ma esistono le alternative: le finte che ingannano il muro e, soprattutto, i maligni pallonetti che, apparentemente mosci, si adagiano nell’unico buco lasciato scoperto dalla difesa avversaria. Un godimento. Ma a me piaceva anche ricevere bene e difendere in tuffo. Sapevo che non era previsto che un’atleta della mia altezza sviluppasse dei buoni fondamentali di seconda linea: ma a me piaceva sconcertare le avversarie. Quando battevano puntavano su di me pensando che fossi l’anello debole? Bene, era mia somma cura smentirle e garantire sempre all’alzatrice delle ricezioni precise. Naturalmente grazie anche alle lenti a contatto che finalmente erano entrate nella mia vita a illuminarmi il mondo.

Imparai a fare tante cose in quei mesi. Imparai a muovermi, a credere che potevo fidarmi del mio corpo. Imparai che per andare avanti mi sarebbero state sempre necessarie intelligenza e forza di volontà, perche’ di sicuro non ero un’atleta istintiva, ma quello che riuscivo ad ottenere da me stessa era frutto di riflessione e sacrificio. Imparai anche che poi dovevo, almeno in apparenza, dimenticare quello che avevo imparato, perchè, nella frazione di secondo in cui decidi come muoverti per respingere la palla, non puoi stare a fare troppi calcoli e troppi ragionamenti. Imparai a controllare i nervi e a concentrarmi sullo scopo da raggiungere. Imparai a non avere paura e a non vergognarmi più.

Avevo una tale voglia di rifarmi di tutte le frustrazioni che avevo subito (non ultimi gli inviti insistenti di mia madre a farla finita con quello sport nel quale, secondo lei, sarei sempre stata una schiappa) che del resto della squadra, sinceramente, non me ne fregava niente. Mi ricordo in particolare una nostra sconfitta, nella quale tuttavia non avevo avuto responsabilità: avevo giocato bene e lo sapevo. Ero assolutamente felice, e lo dimostrai chiassosamente all’uscita dalla palestra, finchè Mario mi prese per un braccio e mi sibilò: “Senti un po’, carina, tu hai giocato bene ma la squadra ha perso. Se vuoi fare sport da sola, passa all’atletica, perchè la pallavolo non fa per te”. Che dire? Aveva ragione. E cominciai da allora a riflettere sulle ragioni degli altri, sul fatto che, appunto, dovevamo essere squadra e non una somma di individualità perennemente in conflitto le une con le altre.

No, Mario forse non era un grande tecnico. Però sapeva bene (senza nemmeno pensarlo: lo sapeva perchè lo sapeva) di che cosa avevamo bisogno davvero per vincere. Di essere squadra. Di avere la convinzione che ce la potevamo fare, dopo tutto. Di essere persuase che la fortuna era nostra amica. Di picchiare duro sulla palla e di credere che la palla era dalla nostra parte. Io sapevo, lo sapevamo tutte, che il nostro allenatore ragazzino si fidava di noi, credeva in noi, nella nostra possibilità di riuscire. A volte ci faceva delle partacce tremende. A volte litigavamo fra noi e con lui in modo quasi irreparabile. Pero nessuna di noi ebbe mai la tentazione di smettere, perchè sapevamo che Mario non avrebbe mai lasciato, e abbandonare la squadra sarebbe stata una carognata troppo grossa nei suoi confronti. Forse, addirittura, un tradimento.

Fatto sta che cominciammo a vincere. Nel giro di pochi anni arrivammo dirette fino alla serie B. Continuavamo a giocare con una grinta che solo raramente ho occasione di riconoscere nello sport di oggi. Ci facevamo male, ma andavamo avanti: menischi distrutti, dita fratturate, tendini d’Achille saltati per aria: eppure, non appena potevamo, tornavamo in palestra, fasciate, doloranti, a perenne rischio di guai più seri. E non ci pagavano mica. Oltretutto eravamo un gruppo assolutamente eterogeneo: si andava da borghesissime e religiosissime guide scout alle figlie di alcolizzati semianalfabeti. Nel frattempo era stato costruito il palazzetto, le palestre erano diventate più decenti, gli allenamenti più scientifici. La società potè persino ingaggiare qualche straniera: ex-olimpioniche dei paesi dell’Est, magari un po’ stagionate, ma sempre abilissime. Però Mario non era piu’ con noi.

Parliamoci chiaro: non posso offrirvi ricordi edulcorati delle mie esperienze sportive. L’agonismo implica comunque cattiveria, sia pure nel rispetto delle regole. L’urlo in faccia dell’avversaria quando segni un punto che cos’è se non un gesto intrinsecamente violento? Sugli spalti intanto ci si scalda. Ho visto, nei miei tredici anni di pratica sportiva, piu’ di una rissa sulle gradinate. Senza parlare degli insulti all’arbitro (il più dotto? “Arbitro, tu sei un evirato cantore”. Il più estroso: “Arbitro, ma la tu’ mamma ti dava da mangia’ con la strombola?”). E tuttavia tutto rimaneva, in fondo, nell’ambito del gioco. Non intendevamo lo sport come un passaporto per il successo. Era, in primo luogo, una passione. E visto che eravamo così “appassionate”, ci arrabbiavamo, ci insultavamo, vivevamo, prima e durante la partita, in una condizione di estrema eccitazione. Volevamo vincere. E non eravamo per niente convinte che “l’importante è partecipare”. Ogni volta la posta in gioco ci sembrava straordinariamente importante. Ricordo partite vinte sul filo del rasoio, al quinto set, dopo una serie estenuante di cambi palla: alla fine piangevamo tutte come vitelli. Ricordo un torneo: fra le partecipanti eravamo la squadra meno importante, eppure vincemmo, grazie ad una serie di battute di una mia compagna che ci trascinarono da uno svantaggio pressochè fatale (6 – 14) ad avere la meglio 16 – 14 (allora l’attribuzione dei punteggi era diversa: ci si fermava a 15 punti con due punti di differenza fra le due squadre, mentre oggi si arriva a 25 ). Un trionfo esaltante e una successiva sbronza collettiva altrettanto esaltante. Vi confesserò una cosa: mentre evoco quei lontani successi sportivi, quasi quasi mi commuovo.

Andammo avanti. Fino alla serie B e oltre, fino alla A2, fino ai play off per l’ A1. Siamo andate ad un passo dall’Olimpo delle maggiori. Non ce l’abbiamo fatta per un pelo (allenatori sbagliati, mancanza di vivaio, abbandoni improvvisi – fra cui il mio, a ventisei anni, per motivi non dipendenti da me… ma del resto ero già entrata di ruolo nella scuola ed era chiaro che la mia strada era un’altra). Capita.

Il Palazzetto dello Sport della mia Città e’ intitolato a Mario F.
Nella sede della Società (altre ragazzine giocano, e sono brave, ma non brave come eravamo noi, ammettiamolo) c’è sempre il suo ritratto. Solo che nessuno, oggi, sa bene chi fosse quel ragazzo magro, con gli occhi accesi e un sorriso appena accennato. Mario, figlio di un’albanese che per decenni non aveva piu’ visto la sua famiglia, inghiottita da quel Gulag in forma di Stato che era l’Albania di allora. Mario così serio, così pieno di passione. Mario che una volta, durante un raduno per la Nazionale allieve, mi raccattò dolorante dopo una rovinosa caduta in allenamento, mi spinse in campo, gridandomi: “Vai vai vai, tocca a te”. Mario è morto di cancro a ventun’ anni. Si era sposato da poco, aveva una figlia piccolissima. La malattia fu velocissima e implacabile.

Mi ricordo. Mario era a letto, stava male. Dopo una partita che avevamo vinto, andammo a trovarlo a casa, tutte insieme, per dargli la bella notizia. Mentre ci stavamo accomiatando, lui mi chiamò, mi prese la mano e mi sussurrò: “So che hai giocato bene. Brava.”


  • Campi di gravità e passi in avanti
  • Il cinegioco dei titoli
  • Lo zen e l’arte del nastrone
  • Il listone di fine estate (mi rifiuto di usare «staycation»)

  • 20 Commenti al post “«So che hai giocato bene» – Una storia di pallavolo”

    1. besi
      maggio 13th, 2006 12:40
      1

      beckswww.becks.com: the best beer in the wordLA CANZONE DEI COGLIONIuna storia di pallavolo: leggetela[IMG ]

    2. carnefresca
      luglio 9th, 2004 15:17
      2

      mi hai riempito di brividi. brava.

    3. claudia
      luglio 9th, 2004 17:01
      3

      … Gli allenamenti, le ginocchia e i gomiti sempre bruciati dal linoleum, la miopia e le lenti a contatto, l’invidia tra compagne, le piccole palestre talmente piccole che non avevi nemmeno lo spazio per la battuta… Il pallonetto: più godurioso di una schiacciata. E poi l’infortunio che costringe a smettere. Ho “sentito” profondamente il tuo pezzo e mi sono emozionata tantissimo…

    4. Fabrizio
      luglio 9th, 2004 21:06
      4

      Bello.

    5. polenta
      luglio 10th, 2004 00:03
      5

      mi piace quando finisco di leggere un pezzo particolarmente bello e le immagini che mi ha suscitato continuano a restare in sospensione nella fantasia. ha toccato molto anche me

    6. grok
      luglio 20th, 2004 15:38
      6

      L’han già detto, lo ripeto. Questo è un signor pezzo.

    7. fabio
      agosto 3rd, 2004 14:14
      7

      mamma mia che bello…

    8. loredama
      luglio 6th, 2006 22:18
      8

      bhe…che dire, questa storia mi fa tanto pensare alla mia vita pallavolistica, spero di arrivare in alto come te…la tua storia è simile a quella di molte ragazze che amano questo sport, ma hai saputo raccontarla davvero con una grande passione, peccato che hai smesso di giocare, nelle tue parole si sente che ami il volly.
      brava, questa storia mi ha toccata molto, e penso mi aiuterà a fare delle scelte importanti che mi sono state messe davanti nell’ambito pallavolistico…adesso non ho piu paura di crescere, ne di farmi la panchina se mi porterà in campo!

    9. piccinini
      dicembre 6th, 2006 15:43
      9

      mamma mai ke bella la storia mi ha lasciata a bocca apera bellissima mi rikorda la mia storia e anke il mio allenatore mari

    10. brasil 12
      dicembre 21st, 2006 17:33
      10

      ….non ho parole!!!..la tua storia è fantastica!!..hai saputo coinvolgermi con il 100% del mio entusiasmo!!!..sei una grande!!..credo che tutti coloro ke amano questo sport hanno potuto comprendere quanto è difficile la vita pallavolistica!!!..mi hai fatto sognare a occhi aperti!!..grazie…

    11. giulietta92
      maggio 15th, 2007 17:20
      11

      anke io ho dovuto smettere la pallavolo x 1 problema alla caviglia e mi è dispiaciuto davvero troppo..e nonostante la cattiveria con cui c trattava il nostro allenatore..e l’arroganza ke aveva nei nostri confronti non abbiamo mai gettato la spugna xk la nostra passione era troppo forte..capace di superare qlksiasi oppressione!!!W LA PALLAVOLO!!mi hai fatto venire 1 nostalgia pazzesca…

    12. °°°ROX°°°
      ottobre 14th, 2007 14:41
      12

      …STORIA SEMPLICEMENTE STUPENDA…
      BRAVA…!TUTTO CIO’ KE HAI SCRITTO…MI RICORDA MOLTE COSE…TANTISSIMI RIKORDI…!

    13. Barbara
      novembre 4th, 2007 17:58
      13

      Un racconto bellissimo, tipico di una ke entra nel mondo dello sport

    14. coach
      dicembre 22nd, 2007 00:57
      14

      il racconto e’di una solarita’profonda, i particolari della vita nel gruppo e in palestra durante le gare e gli allenamenti, non possono far altro che suscitare profonde emozioni.Credetemi per un allenatore leggere queste emozioni, lo fa sentire come un punto di riferimento importante per le persone che credono in lui e lo responsabilizza prodfondamente, perche’quella che viene vissuta in palestra e’ una vita parallela a quella reale di tutti i giorni.Vermente il tuo racconto ha disegnato aspetti che talvolta vengono lasciati in secondo piano,ma che, non per questo sono meno importanti.Spero che molti miei colleghi abbiano la fortuna di leggerlo perche’ lo trovo molto vicino alla quotidianita’ del mondo sportivo.Brava!

    15. oO°Simona°Oo
      febbraio 6th, 2008 13:04
      15

      ciao…vedo dagli altri commenti ke hai scritto un pò di tempo fa qst intervento circa 4 anni fa…cmq nn fa nnt meglio tardi ke mai…io ho 13 anni e ho iniziato a praticare qst bellissimo sport 1 anno fa…ma ne ero appassionata da tantiximo tempo anke xkè mio padre faceva l’arbitro…cmq questa storia è dawero bellissima …anke xkè il mio fisico è +o- cm tu descrivi qll tuo….cioè alta ma x mia fortuna nn soffro di miopia e sn in seconda divisione….io spero tanto di arrivare al tuo stesso punto nella mia ancora diciamo neanke iniziata c”carriera pallavolistica”….mi ha tokkato molto complimenti!!! P.S. volevo dr a tt gli allenatori ke guarderanno qst intervento e magari anke il mio commento ke x noi siete veramente dei punti di riferimento e siete i + impo x la nostra carriera pallavolistica diciamo ke dipende tt da voi!grazie x qll ke fate! oO°Simona°Oo

    16. Massimo
      marzo 19th, 2008 12:24
      16

      Sono un allenatore ed il tuo racconto mi ha toccato molto: la vita in palestra, le palestre fredde e buie, il rumore dei palloni contro il terreno, le voci delle atlete. Spero con il mio impegno di riuscire a dare alle ragazze od i ragazzi che ho allenato ed alleno, non solo nozioni tecniche, ma voglia di provare, di riuscire, di essere sconfitti e pensare subito a come vincere dopo, di non abbattersi troppo perchè la vita non lo permette. Spero che gli rimanga qualcosa di me.
      Brava

    17. romano
      aprile 14th, 2008 15:08
      17

      beh, mi pare che la pallavolo cosi come raccontata sia come la vita. Oltre la schiacciata e le respinte a tuffo cosa rimane? Il punto è che c’è anche chi non ha mai conosciuto schiacciate e neanche tuffi…

    18. cairo
      luglio 18th, 2008 14:01
      18

      Sono un mai ex pallavolista di 51 anni e il tuo racconto mi ha riempito di ricordi lontani nel tempo.
      Si ricordi che sono fatti di sacrifici e divertimento; fatti di serate passate in palestra a cercare di migliorare la schiacciata per evitare il muro avversario;ricordi di grandi vittorie e più grandi sconfitte ma sopratutto ricordi di amicizia.

      Grazie amica mia.

    19. AGNESE
      maggio 4th, 2009 19:47
      19

      bellissimo complimenti… il finale x poco nn mi fa piangere…

    20. giogio
      maggio 10th, 2011 19:37
      20

      gli allenamenti sn molto pesanti, ma x diventare bravi bisogna sudare!!!!!!=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=)=!!!!!!!!!!!!!!!!!

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