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30/06/2004

Fabrizio M.

di Mauro Gasparini, alle 11:04

Che oggi lavora come giornalista sportivo in un quotidiano locale. Storia vera.

Cross, foto di Antonio Sofi, Malta, Marzo 2004 - particolareEra maggio. Fabrizio M. aveva ventitré anni e la squadra che allenava stava per disputare (in casa) la finale di un torneo non ufficiale organizzato nell’ambito dei festeggiamenti per i sette secoli della frazione di Paù, una pieve menzionata per ben due volte in atti ufficiali della Repubblica Serenissima.
Come molti altri piccoli centri Paù si era trasformato in un quartiere dormitorio per un migliaio di persone che calcisticamente professavano fedi più elevate, cosicché solo grazie alla passione di pochi artigiani del paese si era riusciti a costituire un’associazione sportiva che si occupava esclusivamente delle giovanili: in tutto tre squadre. Gli allievi rappresentavano il punto d’arrivo di qualunque carriera calcistica a Paù, poi o si smetteva o ci si trovava una squadra altrove.
L’occasione della finale era per quasi tutti i giocatori in campo l’ultima e la più ambita: non solo per la finale, ma per la finale in casa propria davanti ad almeno un centinaio di persone; probabilmente più della somma di tutte quelle che avevano avuto come spettatori durante i sette anni della loro militanza Pauellese.

Fabrizio era agitato fuori misura, nemmeno a lui era mai capitata una finale in tre stagioni di panchina, anche se aveva un’altissima opinione di se stesso, tanto che calcolava (anche in virtù della vittoria in quella finale) di diventare allenatore professionista entro i trent’anni, magari in serie C, tanto per cominciare. Nonostante l’ambizione, fino a quel giorno non si era mai preso il disturbo di informarsi sulle procedure per iscriversi ai corsi di allenatore di terza categoria, l’entry level del settore. Non è dato sapere se ritenesse di dover essere ammesso di diritto ai corsi per super allenatori a Coverciano per meriti speciali o se fosse più semplicemente inconcepibile per lui abbassarsi ad apprendere quando sentiva di avere così tanto da insegnare: resta il fatto che dalla sua panchina quel sabato pomeriggio vedeva già selve di microfoni e auto di lusso e domeniche sportive e prime pagine della Gazzetta. Insomma, se fosse crepato lì in quel preciso momento non sarebbe stata una grande perdita.

Mentre i suoi facevano un po’ di riscaldamento il presidente della società lo raggiunse a bordo campo. Era dall’inizio del campionato che se ne stavano insieme la domenica mattina a prendere il freddo e a veder crescere la squadra.
«oggi non resto qui con te» disse guardando verso il campo
«ma come Aldo, proprio oggi?»
«non ci riesco, mi agito sempre quando vedo mio figlio giocare, meglio se sto fuori, così posso urlare» sì alzò dando un paio di colpetti sul ginocchio di Fabrizio e uscì dal campo.
Oh…
Fabrizio dominò con fatica una fitta di mal di stomaco e si alzò per ricontare i suoi nell’assurda speranza di avere sbagliato la lista. Poi cominciò a sudare.

Cross, foto di Antonio Sofi, Malta, Marzo 2004 - particolareLa cosa era cominciata l’estate precedente, il giorno in cui aveva concluso con Aldo, nell’ufficio dell’officina che era anche la segreteria della società sportiva, l’accordo per allenare la squadra. Fabrizio veniva da due anni passati in un club prestigioso che aveva da poco cambiato proprietà. Nonostante i buoni risultati avevano preferito il maestro Bertilli (di anni 63) e senza preavviso lo avevano lasciato a piedi. Essere contattato da quelli che avrebbe normalmente considerato dei pezzenti del pallone, era diventato all’improvviso l’occasione della vita ed era andato all’appuntamento praticamente disposto a tutto pur di avere il posto.
Il presidente aveva messo subito le cose in chiaro posando sul tavolo i soldi equivalenti al suo primo stipendio: tanto quanto prendeva l’anno precedente, favoloso. Poi affiancò altre centomila lire al mucchietto
«so che mio figlio sembra negato per il calcio, ma è un timido, un introverso, non lega con nessuno né in paese né a scuola. Però ha passione, è innamorato del pallone, dovresti vederlo quando giochiamo tra di noi in salotto, scarta sempre tutti! Tu… tu tienimelo in squadra e fallo giocare ogni tanto, quando il risultato è deciso o non hai altri di più bravi da mettere dentro » posò la mano sui centomila «e io ci aggiungo questi tutti i mesi»
Sapere di essere un grande allenatore è una cosa, ma centomila lire! Non si misurano forse i grandi professionisti anche dalla consistenza del loro ingaggio?

L’annata era stata abbastanza altalenante, buona in autunno, mediocre d’inverno quando molti dei ragazzi andarono a sciare con la famiglia. Fino a marzo avere un paio di riserve era stato un lusso, ma poi con la bella stagione erano tornati tutti e verso la fine del campionato bisognava sperare nelle squalifiche per sfoltire gli aspiranti alla panchina. Il figlio del presidente non aveva legato nemmeno con la squadra e in campo aveva mantenuto la stessa felina leggiadria di un ciocco stagionato. Quando al terzo mese di campionato Fabrizio aveva evitato di metterlo in campo per tre domeniche consecutive, lo stipendio gli fu consegnato tramite il ciocco medesimo in busta chiusa alla fine dell’allenamento. Le centomila mancavano. Dicembre e Gennaio era stato quasi sempre titolare almeno per un tempo. In quelle occasioni i ragazzi sapevano che l’alieno (la loro definizione del ciocco) giocava perché era figlio di e spesso capitava che il martedì successivo si allenassero malvolentieri, parlottando tra loro con amarezza. Fabrizio pensava che se avessero saputo delle centomila forse avrebbero capito di più la sua situazione.
Per il torneo li aveva a disposizione tutti e diciassette. Gli accordi stabilivano un numero massimo di cinque sostituzioni a partita.

Fabrizio attraversò il primo tempo della finale in stato confusionale. Fortunatamente la formazione era la stessa dall’inizio del torneo e se possibile giocò meglio di come avesse mai giocato quell’anno. Sfiorarono in parecchi il gol, ma all’intervallo erano ancora in parità.
All’inizio del secondo tempo andarono in vantaggio con quello che tutti consideravano l’eroe locale. Un centravanti veloce, con i piedi buoni e un futuro da eroinomane che era appena cominciato da qualche settimana. Per quanto in paese già si bisbigliasse qualcosa nessuno dei presenti poteva immaginare che il ragazzo sarebbe andato nel Grande Ritiro Perpetuo prima dell’inizio del campionato successivo.
Intanto però il Paù dominava in lungo e in largo la partita e gli avversari cominciarono a fare i cambi della disperazione, anche se alla fine tutto quello che riuscivano a combinare era di buttare la palla fuori dalla propria area. Mancavano dieci minuti alla fine e la Gloria stava già facendo stretching per cingere Fabrizio con l’alloro destinato a quelli che nella vita ce la fanno quando, come nei brutti copioni dei brutti film, i due difensori centrali di casa cominciarono ad aspettare insieme una palla alta in mezzo al campo e senza avvedersi l’uno dell’altro saltarono affiancati.
TOC!
Il botto delle due teste ammutolì anche il pubblico più esaltato. Cinque minuti dopo i due erano già sulla strada del pronto soccorso lasciando la difesa in mano alle riserve. Palla a terra, tiro, gol. Uno a uno.
Supplementari.

Era maggio, ma faceva caldo come a luglio, la nazionale era in ritiro da qualche parte e di lì ad un mese avrebbe restituito con vergogna il titolo conquistato quattro anni prima.
Il caldo e la fatica. All’inizio del primo tempo supplementare un’ala e il mediano stramazzarono in preda ai crampi.
Fabrizio restò in panchina con gli ultimi due giocatori. Da una parte l’alieno e dall’altra Emanuele, diciassette anni, l’unico che avesse rinunciato quell’inverno alle gare di fondo perché si era affezionato a lui e ai compagni pur giocando poco o nulla. Non aveva mai perso un allenamento in tutta la stagione. Ogni volta che si girava dalla sua parte Fabrizio incrociava il suo sguardo implorante: entro? gioco? tocca a me? L’alieno stava immobile e inespressivo. Fabrizio sperava che il tempo passasse più in fretta possibile.

Cross, foto di Antonio Sofi, Malta, Marzo 2004A cinque minuti dalla fine il pallone era l’unica cosa che si muoveva in campo. Non c’era più un solo giocatore che avesse il fiato per spostarsi correndo. Soltanto i portieri avevano ancora voglia di gridare, ma lo fanno sempre, fa parte del ruolo come i guanti di una misura più grande.
Nella noia generale si alzò una voce
«cambia!»
La voce del padrone, la voce dell’ultimo stipendio non ancora riscosso, la voce del padrone delle centomila.
«Roberto entra» disse Fabrizio rivolto all’alieno, come se lo avesse appena deciso
Roberto zampettò in campo con quel suo modo di correre che non prevedeva il piegamento delle ginocchia e si parcheggiò all’ala destra dove sostò dimenticato fino alla fine della partita.
Emanuele intanto era esploso. Fabrizio lo vide inginocchiato a fianco della panchina mentre si alzava e si abbassava a colpire con i pugni l’erba secca. Sembrava un musulmano frettoloso che volesse finire al più presto la sua preghiera serale. Piangeva e bestemmiava.

Il primo a tirare il rigore fu il centravanti neotossico. Segnò. Tornando verso la panchina vide Emanuele che fuori dal campo, a torso nudo – la maglietta era finita nel fosso poco prima – continuava a bestemmiare a piangere e a prendere a calci gli arbusti. Dopo avere fissato l’amico bestemmiatore per qualche secondo si limitò a fissare Fabrizio con uno dei suoi odiosi sorrisetti beffardi.
Tutti i primi dieci giocatori di entrambe le squadre segnarono. Fabrizio stava per svenire quando fu il turno del ciocco alieno, soprattutto quando costui la buttò in bocca al portiere. Non fece di meglio il suo avversario e fu quindi necessario ricominciare.
Il tossico andò sul dischetto e la buttò fuori, troppo fuori sembrò a Fabrizio, mentre guardava sfilare gli avversari con il suo trofeo.

Roberto fu l’ultimo ad uscire dallo spogliatoio, quasi tutti gli altri se n’erano andati senza nemmeno salutare.
«scusi mister… martedì c’è allenamento lo stesso?» chiese
«No Roberto, per quest’anno abbiamo finito»
«Ah! Bene. Posso domandarle un consiglio?» domandarle? Fabrizio non sapeva se era più seccato per l’italiano o stupito di non avere mai sentito prima la voce del ragazzo che aveva davanti.
«dimmi»
«adesso che è finito tutto, posso dire a mio padre che giocare a pallone non mi piace?»


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  • 3 Commenti al post “Fabrizio M.”

    1. carnefresca
      giugno 30th, 2004 21:09
      1

      me la sono letta tutta, è bellissima. mi hai ricordato un racconto di benni, ‘il bambino col pallone’ mi pare, che parla di una razza ormai estinta perchè relegata ai giardinetti o agli spiazzi delle strade accanto alla casa al mare. è che c’è sempre chi vuole giocare, e rimane fuori, e poi quello che ce lo devono tirare dentro.
      una metafora, insomma.
      forse, per noi che li stiamo a guardare, è la parte più bella.

    2. TOPOX
      luglio 1st, 2004 09:08
      2

      … bello, per me non è una novità che ciò che scrivi sia bello da leggere, ma questo è bello.
      Dovresti farlo di più, proprio così.

    3. red apple
      luglio 1st, 2004 14:00
      3

      Mi hai fatto venire in mente, per contrasto, la canzone di De Gregori, Leva calcistica…ecc.. Roberto è l’anti-eroe rispetto a Nino, quello che non ebbe paura di tirare il calcio di rigore. Io quella canzone l’ascoltavo sempre quando cominciai a studiare pianoforte perchè i miei volevano assolutamente che imparassi. Ma io adoravo ascoltarla la musica, non suonarla e per anni speravo e pensavo ci volesse solo tanta forza di volontà. Alla fine l’ho detto ai miei che suonare il pianoforte non mi piaceva. Il tuo pezzo rende giustizia a tutti quelli che hanno paura di tirare il loro calcio di rigore…e non se ne fanno un problema!! Grazie! ;-))il pezzo è davvero bello!!!

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