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14/06/2004

Ray Charles Remembered

di Ernesto De Pascale, alle 21:10

[Un time-out immediato al tema sportivo – ci arriva questo bel ricordo di Ray Charles, a firma del grande Ernesto De Pascale, che ha la precedenza su tutto. Buona lettura. as]

Ray Charles“L’unico genio dello showbusiness” cosĂŹ Frank Sinatra definĂŹ Ray Charles. Aretha Franklin lo chiamava “the Right Reverend”. Quincy Jones aggiunse: “è stato l’uomo che ci ha aperto a ogni genere di musica” . Andandosene improvvisamente a 73 anni l’artista non vedente di Albany, Georgia, che nella sua biografia si definĂŹ “just a country boy“, ci ha mestamente ricordato quanto si debba a lui, alla sua qualitĂ  di interprete e autore, l’abbattimento di barriere musicali (o solo mentali) tra generi, che alcuni suoi successi trascinarono definitivamente giĂš.

Quando nel 1959 dopo sette anni alla Atlantic azzeccò “I got a Woman” e “What i’d say”, due perfetti blend di Ryhtm & Blues e Gospel, Ray era giĂ  un navigato artista, nato musicalmente a Seattle nei tardi anni quaranta, sull’onda di Nat King Cole e fattosi subito notare con il brano “Confessin’ the blues”, con una vena interpretativa non piĂš derivativa bensĂŹ fortemente originale e diretta. Nel tardo 1961, Charles passò alla ABC-Paramount e infilò una dietro l’altra “Georgia on my mind” e “Hit the road, Jack”. A quel punto Ray era un uomo che poteva ciò che voleva. Eppure, invece di vivere di rendita superò se stesso; traghettò il suo passato di cantante Rhythm & Blues per eccellenza attraverso un album che tutti dovrebbero avere “Genius + Soul = Jazz”, il disco che fece debuttare il neonato marchio “Impulse” verso l’inimmaginabile.

Charles fece una delle piĂš importanti operazioni cross cultural della musica pop americana del ventesimo secolo interpretando un celebre brano di Don Gibson, un country singer nashvilliano per eccellenza, “I can’t stop loving you”. Era l’aprile 1962, e il brano diventò primo in tutte le classifiche d’America, un hit da 3 milioni di copie senza curarsi di quei neri che non lo volevano vedere – “…kicking shit”.
Ma il “Genius” aveva le idee chiare e l’operazione che venne poi suggellata nel Natale 1962 con la pubblicazione dell’album “Modern sounds in country & western” era quanto di piĂš necessario (e perfetto) si poteva immaginare; Charles ci mise dentro anche tutta la sua capacitĂ  di discografico, non solo di cantante, interprete, showman e band leader (coinvolse gli arrangiatori Gerald Wilson e Marty Paich).

Ray Charles's glassesLa sua vita privata, intanto, scivolava verso il baratro. Ray, infatti, eroinomane dal 1948 ci impiegò un intero anno, il 1965, a togliersi la scimmia dalle spalle. Nel frattempo fondava la sua etichetta, la “Tangerine” e licenziava al suo pubblico e alle classifiche altre tre grande interpretazioni da classifica, “Cryin’times “e “Together Again” (di Buck Owens) e “Let’s go get Stoned”.
Ray non permise mai che la sua vita privata potesse interferire con la sua carriera. Era un perfezionista, un lavoratore e i suoi spettacoli peggiori ben al di sopra di ogni media. Il suo ultimo ricordo visivo, perse la vista a sette anni, fu quello del “Grand Ole Opry”, la massima manifestazione per cantanti country a Nashville. Ecco perchè l’idea della musica delle sue radici non lo abbandonò mai.

Dopo l’anno sabbatico tornò con “Country & Western meets Rhythm & Blues” nel 1966 e ripercorse gli stessi sentieri nel 1971 con “Love Country Style”, dove tramutò il rockabilly di “Rings of Fire” in un nobile lamento melismatico.
Negli anni intercorsi Ray era intanto tornato prepotentemente sulle scene, inciso altri album, partecipato al “Live at the Fillmore West” di Aretha Franklin, documento imperdibile sullo stato del Soul fra i sessanta e i settanta, portato al successo canzoni di autori minori e sconosciuti, inciso tre album strumentali di piano jazz, fondato una sala di registrazione, RPM, a Los Angeles, partecipato e composto per la bellissima colonna sonora del “La Calda notte dell’ispettore Tibbs” la melanconica e abrasiva “In The Heat of the Night”, guidato un aereo, una macchina, un motoscafo.

La sua fascinazione per la musica della sua infanzia si concretizzò ancora con “Take me home, country roads” di John Denver e con “Come live with me” di Roy Clark nel 1972. Nel 1978 apparve nello special televisivo di Johnny Cash ”Spring Fever” per cantare “Busted” e nel 1980 per il film dell’amico Clint Eastwood “Any which way you can” (Fai come ti pare) interpretò ” Beers to you”. Sarebbe tornato assieme all’amico Clint nel 2002 per il film “Piano Blues” che Eastwood realizzò per la serie di Martin Scorsese “The Blues”.

Nel 1982 Charles firmò per la divisione country della Columbia/Sony Records e produsse l’atteso ritornò al country & western – Ray Charles’s style – con “Wish you were here tonite” a cui fece seguito “Do i ever crossed your mind”. Questi album non ebbero il successo dei dischi dei primi anni sessanta ma Ray Charles aveva in serbo per i vecchi e nuovi fans “Friendship” un album di duetti che lo riportò al numero uno nel 1986 con il brano “Seven spanish angels”, successo bissato con l’album “From the pages of my mind” dell’anno successivo.

A quel punto della vita, la seconda metĂ  degli anni ottanta, Ray aveva fatto il giro del mondo una dozzina di volte, esibitosi regolarmente in Italia e in Europa due volte l’anno partecipando anche a qualche manifestazione di dubbia qualitĂ . Ma il genio era cosĂŹ: era un uomo che voleva divertirsi facendo musica e che non si formalizzava per poco. D’altronde usò la malattia e la perdita della vista per ripararsi da tante brutture e questo lo affermò pubblicamente senza mai mentire a riguardo. Amatissimo in Europa portava sui palcoscenici di casa nostra uno spettacolo in cui non dimenticava i classici di quel percorso “parallelo” che lo caratterizzò nell’ambito del pop: le sue revitazioni di canzoni dei Beatles quali “Eleonor Rigby” o “Lady Madonna” restano come riferimenti o brani come “La Mama” di Charles Aznavour. Con la partecipazione al film “Blues Brothers” prima e al brano “We are the world” poi, fermò nella memoria della gente di tutti i giorni il ricordo della sua musica e di se stesso.

Negli ultimi anni era tornato piĂš prepotentemente a portare in scena i brani minori degli anni sessanta – come “Busted” di Cash, che di lui disse “ha fatto piĂš lui per la musica Country che qualsiasi altro artista” – con quella classe e quello swing che erano la perfetta cornice a una voce blues da cui Sam Cooke trasse ispirazione e dopo di lui tantissimi altri artisti neri e bianchi. Gram Parsons, Joe Cocker, Steve Marriott, Stevie Winwood, Van Morrison devono a lui moltissimo.

Ray Charles was one of the sweetest person i had ever met.
He had a word for everybody.
I met him once and, beeing excited and scared to death at the same time of being in front of The Genius of Soul, i lost myself and asked him the silliest of the question.
“Mr. Charles, what is soul ?”
“Soul, man…? It ‘s the light of my life !…”

(Ernesto de Pascale, Firenze, Italia, in the heat of the night of June 10th, 2004)


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  • Un commento al post “Ray Charles Remembered”

    1. Luca Conti
      giugno 15th, 2004 12:04
      1

      Il buon Ernie ricorda, a ragione, che Ray Charles amava (e sapeva) guidare aerei, motoscafi, automobili. Ricordo di aver letto un’intervista al figlio di Charles che raccontava di essere stato, in piĂš occasioni, fermato dalla Stradale. Alla guida della macchina c’era, appunto, Brother Ray.

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